Ambiente / Attualità

In Australia dopo gli incendi non sarà un’estate come le altre

Reportage da Melbourne dove le celebrazioni dell’Australia National Day del 26 gennaio sono state sottotono. La radio invita i cittadini a ricordarsi di chi ha perso tutto mentre il 22 gennaio sono state emesse oltre 100 allerta dal New South Wales al South Australia. Uno stato d’emergenza che avrebbe potuto essere gestito, e forse evitato, se solo la politica e la società civile avessero dato ascolto al mondo scientifico in merito ai cambiamenti climatici

Le celebrazioni dell’Australia National Day (26 gennaio) di quest’anno sono decisamente sottotono, velate di un’atmosfera particolare. Molte città, tra cui Melbourne, hanno deciso di cancellare i tradizionali spettacoli pirotecnici, sia in segno di rispetto per le vittime degli incendi e sia per il divieto assoluto di accendere fuochi che vige in numerose aree del Paese.
La radio invita i cittadini australiani a ricordarsi di chi ha perso tutto negli incendi. Per le strade di Melbourne si avvistano poster e cartelloni che invitano a fare donazioni per sostenere le aree colpite. Non sarà un’estate come le altre.
La stagione degli incendi è iniziata in anticipo rispetto al solito e già da settembre 2019 -in primavera quindi- molte zone degli Stati del Queensland e del New South Wales hanno iniziato a bruciare. Con l’arrivo delle temperature estive, gli incendi sono poi divampati anche negli Stati di Victoria, South Australia e Western Australia.
Lo scorso 22 gennaio sono state emesse 76 allerta incendi in New South Wales, 26 in Victoria, 6 in Western Australia e 3 in South Australia. Non tutti gli incendi sono sotto controllo e in alcuni casi coprono aree di decine di migliaia di ettari. Da settembre a fine gennaio hanno perso la vita 32 persone, 11 milioni di ettari sono andati in fumo, 1,5 miliardi di animali selvatici sono periti (stime al ribasso) e oltre 3mila case sono andate distrutte. A guardarsi indietro adesso, questo stato d’emergenza avrebbe potuto essere gestito meglio, e forse evitato, se solo la politica e la società civile avessero dato ascolto alle previsioni provenienti dal mondo scientifico.

Già nel 2007, infatti, il gruppo di ricerca Marine and Atmospheric Research del CSIRO (una sorta di Cnr australiano) in collaborazione con il Bureau of Meteorology, aveva pubblicato un report –“Bushfire Weather in South-East Australia: Recent Trends and Projected Climate Change Impacts”– che prendeva in esame il potenziale impatto dei cambiamenti climatici sulla stagione degli incendi nel Sud-Est del Paese, in cui sono inclusi gli stati di Victoria, New South Wales, Tasmania e Australian Capital Territory. Secondo le proiezioni climatiche dell’IPCC (Intergovernmental panel on climate change) infatti, quelle aree sarebbero diventate presumibilmente più calde e secche in futuro. Il report aveva previsto entro il 2020 un netto aumento rispetto al 1990 del numero di giornate in cui si sarebbe registrato un “Forest Fire Danger Index” classificato come “very high” ed “extreme”.
In futuro -era la previsione del modello- le stagioni degli incendi sarebbero iniziate in anticipo e terminate in ritardo rispetto al passato, oltre a essere in generale più intense. L’effetto, sempre secondo i ricercatori del CSIRO, si sarebbe verificato entro il 2050, con la possibilità che già entro il 2020 -cioè oggi- sarebbe stato apprezzabile.

Un anno dopo, nel 2008, Ross Garnaut, professore di Economia presso l’Australian National University, aveva curato un altro studio indipendente sugli impatti dei cambiamenti climatici sull’economia australiana dal titolo “The Garnaut Climate Change Review”. Basandosi in parte sui risultati ottenuti dal CSIRO, Garnaut aveva evidenziato senza mezzi termini che se non si fossero intraprese azioni adeguate l’Australia si sarebbe trovata ad affrontare periodi di incendi più frequenti ed intensi già entro il 2020.

Le previsioni del CSIRO e di Garnaut furono accolte dal mondo politico e da parte di quello giornalistico come un infondato allarmismo, una sorta di “al lupo al lupo” climatico.
In questi tredici anni concrete politiche di mitigazione ai cambiamenti climatici e di prevenzione degli incendi avrebbero invece potuto ridurre i numeri della catastrofe. Dallo scorso dicembre in avanti, con l’aggravarsi degli incendi, sempre più giovani australiani hanno rilanciato sui social media alcuni stralci del Garnaut Review chiedendosi perché quelle previsioni fossero state ignorate.

La risposta è complessa ed allo stesso tempo disarmante: l’Australia è un Paese dove è diffuso il negazionismo climatico. Un fenomeno in parte dovuto alle ricche riserve minerarie presenti nel Paese. L’Australia è infatti tra i maggiori produttori, consumatori ed esportatori di carbone al mondo. Nel 2018 il combustibile fossile ha rappresentato il punto di forza delle esportazioni australiane con introiti per 67 miliardi di dollari, pari al 3,5% del prodotto interno lordo nominale. Non solo carbone però. Gas e petrolio, sempre nel 2018, hanno generato 27 miliardi di dollari di indotto. Con questi numeri non è difficile immaginare le enormi pressioni delle lobby dei combustibili fossili nei confronti non solo della politica, ma di tutta la società australiana.

Per la prima le pressioni si traducono in donazioni ai tre maggiori partiti -Labor, Liberal, Nationals: dei 120 milioni di dollari -dichiarati- in donazioni da parte delle maggiori aziende tra il 2012 e il 2018, quasi il 7% fa riferimento al settore dei combustibili fossili (terzo settore per donazioni, dopo banche/finanza e settore immobiliare/costruzioni che insieme ne coprono il 75%).
Per la seconda le pressioni si traducono in migliaia di posti di lavoro: il solo settore delle estrazioni di carbone tra il 2012 e il 2018 ha impiegato una media di circa 40mila persone all’anno.

Tra chi vanta interessi nell’estrazione dei combustibili fossili c’è l’imprenditore Rupert Murdoch. Il magnate australiano infatti fa parte del comitato strategico della Genie Energy, azienda statunitense del settore energetico, ed è tra gli azionisti della controllata Genie Oil and Gas, impegnata nell’estrazione di petrolio e gas.
Murdoch tuttavia è più conosciuto per il suo impero mediatico. Presiede News Corp ed è co-chairman di Fox Corporation. In Australia, News Corp controlla circa 170 fra quotidiani e riviste e due tra le principali emittenti televisive, Foxtel e Sky. La diretta conseguenza di questi intrecci è che in Australia, per anni, una parte della stampa ha portato avanti una feroce campagna denigratoria rispetto al tema del riscaldamento globale. Il quotidiano Herald Sun (con sede a Melbourne e di proprietà di News Corp) lo scorso 31 dicembre ha relegato l’emergenza incendi in quarta pagina. Come se non fosse una notizia da “prima” il fatto che parte dello Stato di Victoria, di cui Melbourne è capitale, fosse ad alto rischio incendi.
E ancora, i media che fanno capo a Murdoch sono stati più volte accusati da altre testate giornalistiche, tra cui The Guardian, di fornire dati gonfiati sul numero reale dei piromani.

La politica australiana dal canto suo non si è curata più di tanto di evitare la polarizzazione. Negli ultimi vent’anni infatti la storia delle politiche di contrasto ai cambiamenti climatici in Australia è avvenuta a fasi alterne e discontinue, di pari passo con la sua politica interna. I due partiti principali, Australian Labor Party (comparabile ai partiti di centro-sinistra in Europa) e Liberal Party of Australia (comparabile ai partiti di centro-destra in Europa), hanno dimostrato un rapporto controverso con il tema del riscaldamento globale. È accaduto più volte che iniziative innovative di riduzione delle emissioni, promosse a turno da entrambi gli schieramenti una volta al potere, fossero poi brutalmente smantellate in una fase successiva, spesso per mano del medesimo partito che le aveva proposte.
Nel 1998 il governo liberal diede vita all’Australian Greenhouse Office, primo esempio di agenzia governativa al mondo per la riduzione dei gas effetto serra. Sei anni più tardi, nel 2004, lo stesso esecutivo decise di smantellarla e di farla confluire nel ministero dell’Ambiente. Stessa dinamica per l’Australian Emission Trading Scheme all’interno del Clean Energy Futures Package: introdotto nel 2011, dopo quasi tre anni di disaccordi interni alla maggioranza del governo del Labor e l’inclusione di generosi sussidi alle industrie di gas e carbone, fu smantellato nel 2014 (governo liberal).
Incertezza politica e squilibrio nel mondo dell’informazione hanno lasciato idee poco chiare a disposizione della società australiana. Eppure gli effetti dei cambiamenti climatici, come hanno dimostrato i terribili anni di siccità, sono già qui, dai devastanti incendi senza precedenti alla perdita di metà della preziosa grande barriera corallina australiana.

* Noemi Oskar è ingegnere per l’ambiente e il territorio, vive a Melbourne

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia