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Economia

Questione di stile, e di interessi

Tutti i protagonisti della ragnatela italo-libica, tessuta intorno all’asse Gheddafi-Mediobanca

Tratto da Altreconomia 127 — Maggio 2011
Questione di stile. Il 23 febbraio, Marco Tronchetti Provera, 63 anni, presidente di Pirelli e vicepresidente di Mediobanca, si è dimesso da consigliere dell’advisory board della Lia, la Libyan Investment Authority.

È il fondo sovrano libico, gestore, dal 2006, degli immensi profitti del petrolio del Paese che, per 42 anni, è appartenuto a Muammar Gheddafi. Tronchetti Provera ha atteso una settimana, dall’inizio della rivolta di Bengasi, per prendere una decisione. Nessuna ammissione di colpa, nessun pentimento. Un suo portavoce ha scritto alle agenzie di stampa: dimissioni motivate dai “tragici eventi che colpiscono la popolazione libica”. Peccato che il vicepresidente di Mediobanca non apparisse molto interessato al destino del popolo libico quando, nel marzo del 2009 (appena due anni fa), entrò in uno dei salotti più riservati e meno trasparenti della finanza internazionale. Un ingresso dalle sfumature claniche: il padre di Afef Jnifen, 48 anni, ex-modella, moglie di Tronchetti Provera, è stato un potente diplomatico tunisino, uomo chiave nei rapporti fra Tunisia e Libia. Il fratello di Afef, Slaedine, è amico di Saif al-Islam, 39 anni, secondogenito di Gheddafi: a suo tempo, venne scritto che fu proprio Slaedine a invitare Tronchetti Provera nella Lia.

Le tribù non ci sono solo nei deserti della Libia. Tronchetti Provera nemmeno ci pensa a dimettersi anche da Mediobanca. A proposito: che sia stato per intercessione del presidente di Pirelli che, nel 2009, la più autorevole banca d’affari italiana firmò un accordo con la Lia per costituire un fondo congiunto da 500 milioni di dollari per investimenti in società italiane?

Davvero, è questione di stile. A Londra, nei luminosi uffici della Lia in Oxford Street o in Cornhill (di fronte alla Banca di Inghilterra), l’uomo dei pneumatici italiani poteva fare buoni incontri. Con un baronetto inglese, a esempio. Sir Howard Davies, 60 anni, era il direttore della Lse, la London School of Economics, scuola da mitologia della cultura economica internazionale. Una persona dall’aria gentile e mite, che faceva parte del ristretto e prestigioso circolo dei consiglieri finanziari della Libia.

Lo scorso 3 marzo, di fronte alla tragedia libica, trovò insopportabile non solo rimanere nel board della Lia, ma anche continuare a dirigere una delle più celebri istituzioni inglesi. Con ragione: era stato lui, sempre due anni fa, a firmare un accordo da 1,5 milioni di sterline con la Fondazione internazionale Gheddafi per la carità e lo sviluppo (Gicdf), creatura dell’onnipresente Saif al-Islam. Nelle casseforti della London School erano arrivate solo 300mila sterline, ma la donazione metteva in imbarazzo Howard Davies. Il suo commento: “Accettarla è stato controproducente”. A differenza di Tronchetti Provera, gli inglesi appaiono trasparenti  e pentiti. 

Sotto inchiesta finisce anche la tesi di dottorato di Saif al-Islam. Già: il figlio di Gheddafi ha in tasca, dal 2008, un diploma più che prestigioso. “Saif ha ottenuto il suo PhD prima delle donazioni”, si affrettano a chiarire a Londra. Ma Davies si toglie anche un sassolino da una scarpa. Scrive: “Ho commesso un errore nell’accettare l’invito del governo inglese di essere il consulente economico del Fondo sovrano libico”. Come dire: il laburista Gordon Brown, al governo prima di David Cameron (fra i protagonisti della guerra contro Gheddafi, si cambia faccia in fretta in questo mondo) ci teneva ai rapporti con Tripoli. Facile capirlo: in gioco vi erano gli interessi della Bp, la British Petroleum. La compagnia petrolifera britannica era rientrata da pochi mesi nel gioco libico: nel 2007 era stato Tony Blair, forte del suo buon rapporto con Gheddafi, a firmare un’intesa da 900 milioni di dollari per il ritorno della Bp in Libia dopo decenni. Gordon Brown non poteva essere da meno: sperava in un occhio di riguardo per la compagnia.

L’asse Londra-Tripoli appare più cinico di quello fra Roma e la sua antica Quarta Sponda. Il premier inglese, nel 2009, accettò perfino di liberare dalle carceri scozzesi Abdelbaset Alì al-Megrahi, 59 anni, cittadino libico, agente dei servizi di sicurezza di Tripoli,  riconosciuto colpevole dell’attentato di Lockerbie del 1988 (un aereo della Pan Am esploso in volo, 270 morti, Gheddafi più che sospettato di essere il mandante). E fu Saif al-Islam a condurre in prima persona la trattativa per la scarcerazione di al-Megrahi. Ufficialmente venne rilasciato per ragioni umanitarie. Malato terminale di cancro, con tre mesi di vita. A febbraio di quest’anno, due anni dopo la sua liberazione, giornali libici scrivono che è ancora vivo.

Il velo della politica nasconde l’avidità e l’adrenalina di uno spietato Monopoli finanziario d’alto bordo. Oggi il sito del Fondo sovrano libico è scomparso dal mondo virtuale. Non che, prima della guerra, fosse stato molto visibile: per cinque anni è stato under construction. Almeno vi è il pregio di un’oscurità e una reticenza esibita (la Lia è al 35esimo posto dell’indice di trasparenza elaborato dagli americani del Sovereign Wealth Funds Institute: solo nove altri fondi sovrani sono ancora più misteriosi). Si sa, per voce comune, che il patrimonio della Lia è di 70 miliardi di dollari. 

A Londra, Tronchetti Provera, oltre a sir Davies, avrà incontrato -sorpresa- un autentico barone come il tycoon Jacob Rothschild. Un banchiere dalle origini ebraiche nel Fondo sovrano di Gheddafi? Forse non sa che le carte geografiche che si comprano a Tripoli non “prevedono” Israele? Il vecchio barone Rothschild, 75 anni, deve essere sempre stato un uomo spregiudicato. Non è da meno suo figlio Nat, 40 anni, fra gli ospiti d’onore della festa per i 37 anni del compleanno di Saif (sempre lui e sempre 2009, anno straordinario per la Libia). Dove avvenne questo evento memorabile? Nel lusso dell’Hotel Splendid a Becici. In Montenegro. Paese-feudo di molte avventure finanziarie dei Rothschild. Fu davvero una festa sontuosa. C’erano oligarchi russi (Oleg Deripaska, genero di Boris Eltsin, un tempo fra i dieci uomini più ricchi al mondo), magnati indiani (Lakshmi Mittal, acciaio) e miliardari canadesi (Peter Munk, oro). Ottime le compagnie di Saif. Si racconta anche che, in Montenegro, nella villa dei Rothschild, l’allora ministro laburista dell’economia, lord Peter Mandelson, incontrò Saif una settimana prima della liberazione di al-Megrahi. 

C’è da perdersi nella tela di ragno del clan Gheddafi, tessuta nel gotha del potere finanziario mondiale. E stiamo lasciando da parte quanto è più conosciuto in Italia: la partecipazione, divisa fra Banca centrale e Fondo sovrano, in Unicredit (il 7,407% della più importante banca italiana, di cui è vicepresidente un banchiere di Bengasi) e il 2,01% di Finmeccanica. Sapete quando è stato chiaro che la Lia aveva scavalcato la soglia “sensibile” di una partecipazione nella conglomerata italiana nel campo dell’aerospazio, difesa e sicurezza? Il 17 gennaio 2011, un mese prima della rivolta. Complimenti all’intelligence. 

L’ultimo ritratto è quello dell’eminenza grigia onnipresente in questo risiko mediterraneo: Tarek ben Ammar, 62 anni, finanziere italo-tunisino, uomo di cinema. Non appena Silvio Berlusconi siglò il trattato con la Libia (fine agosto 2008, a Bengasi), Tarek si sperticò in lodi. Rivendicò una solida amicizia con il premier italiano. “E con i libici. Per me sono come cugini”, disse a Radiocor. E divennero anche tutti soci, se è vero che, con complessi meccanismi incrociati, Berlusconi con Mediaset e il Fondo sovrano libico con Lafitrade, sono fra gli azionisti di società controllate da Tarek. Che ha una grande faccia tosta: è andato in televisione, a La 7 (di cui è consigliere, com’è consulente di Mediobanca), a sostenere che la Libyan Investment Authority appartiene al popolo libico. Come se parafrasasse Gheddafi, che ha sempre gridato che in Libia comanda il popolo. Onore a Gad Lerner, che non ha esitato a replicare: “Lei è un gattopardo”.

A Tripoli, in questi anni, si sono raccontate mille storie inverificabili, ma più che credibili. Un figlio di Gheddafi sbanda con il suo Suv? Il giorno dopo vengono demolite tutte le cunette anti-traffico di Tripoli. Il figlio-calciatore, Saadi, 38 anni, si innamora, durante un viaggio in Italia, di una show-girl? La famiglia della moglie di Saadi protesta con il padre. E Gheddafi, per ragioni di equilibri clanici, fa chiudere per settimane tutti gli uffici diplomatici libici in Italia. Davvero, Tarek ben Ammar ci vuol far credere che il Fondo sovrano libico appartenga al popolo? Follow the money e ti perderai nella ragnatela, in una storia di potere e soldi. E ora di sangue.

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