Cultura e scienza / Intervista

“57 Quarto Oggiaro”, un racconto oltre gli stereotipi

Un documentario indipendente racconta la rinascita del quartiere milanese. Esempio virtuoso di come le periferie possono cambiare il proprio destino “attraverso un metodo di azione condivisa, che diviene movimento dal basso e costringe le amministrazioni a non voltarsi dall’altra parte”. L’intervista alla regista

© 57 quarto oggiaro

Si è concluso, nella suggestiva cornice di Villa Scheibler, a Quarto Oggiaro, il ciclo di proiezioni di “57 Quarto Oggiaro”, documentario che racconta, in 74 minuti, la storia di riscatto del popoloso quartiere milanese. Un racconto che parte dal 1957, anno di nascita dell’attuale Quarto Oggiaro, passando per l’epoca buia del degrado, della criminalità e della droga, fino ad arrivare a oggi. Con il quartiere divenuto esempio di una periferia che cambia in meglio, grazie all’attivismo di cittadini e associazioni e alle opere di riqualificazione che le hanno restituito la bellezza di luoghi storici e simbolici. Come appunto villa Scheibler, la prima casa delle associazioni nata a Milano, con il suo fantastico parco e i murales che parlano di giustizia, lotta alla mafia, sport. Il documentario, realizzato da Alina Nastasa, Massimiliano Perna e Marco Feliciani e prodotto da 154 coproduttori dal basso, prova a restituire al quartiere una verità che spesso manca nella narrazione dei media e nella percezione dell’opinione pubblica, dove Quarto viene dipinto sempre in maniera negativa, come luogo inaccessibile e degradato. Alla prima ufficiale erano presenti anche gli autori e la regista, Alina Nastasa.

Perché avete scelto di occuparvi proprio di Quarto Oggiaro?
AN
Quarto è una periferia importante di una grande città europea come Milano. Un luogo che molti conoscono più per il passato negativo che per i tanti aspetti positivi del presente. Eravamo incuriositi dalla nomea che questo quartiere si porta dietro, così abbiamo deciso di andare a vedere di persona, senza telecamere, cosa fosse davvero Quarto Oggiaro. E abbiamo trovato un quartiere normale, con in più alcuni aspetti positivi che meritavano di essere narrati.

Quali?
AN La gente, la dimensione umana ancora molto forte, il forte senso di comunità, la bellezza del parco di villa Scheibler, i murales e soprattutto sessant’anni di storia piena di esempi positivi e di lotta sociale e culturale che oggi si riflette nel grande sforzo collettivo di associazioni e cittadini.

Come si racconta una periferia grande e complessa come questa?
AN 
È stato un lavoro molto lungo e faticoso durato 16 mesi. Abbiamo conosciuto gradualmente il quartiere e lo abbiamo guardato con sguardo obiettivo, visto che nessuno di noi tre è di Quarto Oggiaro e nemmeno di Milano. Inizialmente volevamo raccontarlo attraverso un paio di storie di riscatto, ma poi abbiamo capito che sarebbe stato impossibile, perché c’era molto altro da dire, c’erano tante storie e la gente aveva voglia di parlare e di raccontarsi. Abbiamo respirato il bisogno di verità dei cittadini, stanchi di essere etichettati sulla base di falsi stereotipi. Alla fine è stata una esperienza appassionante, sia dal punto di vista professionale sia da quello umano.

Ma cosa è davvero Quarto Oggiaro?
AN 
Un quartiere normale, con i problemi di tutti i quartieri di Milano e non solo, ma con delle caratteristiche che la rendono un caso esemplare. Non parliamo necessariamente di modello, ma di  un punto di riferimento. Quello sperimentato a Quarto, infatti, è un metodo che è possibile applicare in ogni periferia, ma anche in altri ambiti nei quali c’è bisogno di agire, di muoversi per cambiare una situazione, una condizione collettiva.

© 57 quarto oggiaro

Qual è l’obiettivo di questo documentario? A cosa mira?
AN 
Abbiamo voluto dare un messaggio positivo, raccontando la storia di un quartiere che da anni si porta dietro una nomea molto difficile da sradicare nell’immaginario comune, ma che non corrisponde più a quella che è la realtà attuale. Crediamo che un racconto che metta al centro una realtà in modo onesto, permetta di guardare le sfumature, di comprendere meglio, in un’epoca nella quale i giudizi (che generano poi etichette e percezioni) sono sempre più polarizzati e netti. Per questo, vogliamo portare la storia di Quarto Oggiaro, del suo riscatto, non solo a Milano ma anche in altre città italiane, per mostrare come le periferie possano cambiare il proprio destino attraverso un metodo di azione condivisa, sinergica, che diviene movimento dal basso e costringe le amministrazioni a non voltarsi dall’altra parte.

Avete dedicato il documentario ad Haytam, il ragazzo di 13 anni morto nell’incendio del palazzo di via Cogne, a Quarto Oggiaro. Perché?
AN 
Quel fatto tragico è accaduto durante un periodo intenso di riprese. Ci ha colpito molto, perché in quell’occasione abbiamo notato un fortissimo senso di comunità. Moltissime persone si sono prodigate ed è scattata una solidarietà commovente, piena di dignità e umanità. Questo senso di comunità è qualcosa che abbiamo visto più volte durante i 16 mesi di lavoro. Nel Duomo di Barga, un paesino in provincia di Lucca, c’è una iscrizione che recita: “Piccolo il mio, grande il nostro”. Ecco, questo concetto io l’ho riscontrato molto a Quarto Oggiaro. Nel caso di Haytam, tutto ciò lo abbiamo sentito ancora più forte e lo abbiamo voluto esprimere con questa dedica.

© 57 quarto oggiaro

Dove arriverà questo documentario? Dove lo porterete?
AN 
Stiamo stilando un calendario. Andremo ovunque ci inviteranno: dalle scuole, ai cinema e ai circoli culturali. A fine mese, il 28, saremo a Milano, al circolo Acli Terre e Libertà, poi a metà dicembre abbiamo un mini tour di una settimana in Sicilia e nel 2019, oltre ad altri eventi a Milano, ci saranno proiezioni in diverse città come Napoli, Bologna, Torino, Roma, Padova e altre ancora. Sulla nostra pagina Facebook e sul nostro sito aggiorneremo in tempo reale il calendario.

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