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Ambiente / Opinioni

Quando un campo da baseball fa male al suolo. E non tutti lo capiscono

© Mick Haupt - Unsplash

A Cernusco sul Naviglio, nel milanese, il Comune vuole consumare il terreno di un millenario campo agricolo per realizzare una nuova struttura sportiva. “Serve ai nostri figli ed è una funzione pubblica”, è la tesi. Per il prof. Pileri, però, si tratta di un ricatto che innesca una competizione sbagliata, ai danni della terra

Tocca ora al baseball diventare il piede di porco con cui scassinare il suolo. Accade a Cernusco sul Naviglio, alle porte della città di Milano. Là dove ora c’è un millenario campo agricolo vogliono farci un campo da baseball. Tra l’altro il campo ha pure la fortuna di giacere a fianco del naviglio Martesana, un bene monumentale dell’umanità. Bellezza di campo, bellezza di naviglio si sommano. Non solo: è pure a due passi da un corridoio ecologico che diventerà un pertugio ecologico se quel campo sparirà.

La cosa mi salta all’occhio una domenica passando in bicicletta grazie all’intraprendenza del comitato locale che ha affisso degli striscioni molto belli per allertare i cittadini del prossimo scempio. Conosco quel Comune e conosco bene alcuni suoi politici, divenuti anche parlamentari o assurti a ruoli più alti della piramide politica. Scrivo ad alcuni di loro e mando una foto chiedendo spiegazioni di questa infelicissima decisione. Tra l’altro proprio in un Comune che millanta da sempre di essere super green. Dopo un paio di giorni mi arriva una risposta. E qui si apre il dramma culturale su cui vale la pena soffermarsi. In buona sostanza mi si dice che un campo da baseball non fa male a nessuno e non è un consumo di suolo perché è “un prato e non una lastra di cemento” e quindi rimane permeabile.

Curioso, no? Con quelle parole si dicono cose non vere perché sappiamo bene che quando si realizza un campo sportivo si fanno movimenti sulla terra che distruggono l’humus e i primi strati vitali di suolo. E poi sappiamo altrettanto bene che non si fa solo il “prato” ma le tribune, gli impianti, i marciapiedi, gli accessi, i muretti per le recinzioni, l’illuminazione, l’ufficio di accoglienza, gli spogliatoi, i magazzini e gli immancabili parcheggi. Inoltre oggi i “prati sportivi” che vediamo hanno quasi sempre sotto di loro una lastra impermeabile per far si che il terreno di gioco sia ben piano e asciutto. Al netto di queste cose che già basterebbero a sconfessare la risposta che ricevo, la questione non è solo la “permabilità” ma è il fatto che un campo agricolo produce cibo. Cibo, quindi roba che si mangia. Un campo agricolo a fianco di un naviglio cinquecentesco è paesaggio. Paesaggio, tutelato dall’articolo 9 della Costituzione, che è bene comune. Un campo agricolo che ha mille anni è biodiversità, un campo da baseball ha zero biodiversità. Non dobbiamo farci trarre in inganno dalla parola campo. Un campo non vale l’altro.

Ma detto anche tutto ciò, c’è un’altra cosa terribile tanto nell’iniziativa del Comune quanto nella risposta che ricevo e che è da trattare con enorme attenzione e cautela. Negli ultimi tempi si sta facendo sempre più strada un giochetto urbanistico-politico ambientalmente e socialmente scorretto che consiste nel mettere in competizione due servizi pubblici tra di loro: il campo agricolo contro il campo da baseball; il terreno agricolo contro il nuovo ospedale (come successo a Piacenza e Carpi) o contro lo stadio o contro la scuola (come successo a Riozzo, raccontato sul numero 216 di Altreconomia); il bosco o boschetto contro l’ampliamento dell’università (vedi il Politecnico di Milano a Bovisa o a Campus Leonardo) e chissà quanti altri in giro per l’Italia. Insomma il giochetto ecologicamente scorretto è affermare che in nome di una funzione pubblica “necessaria ai nostri figli” (così mi scrive il politico) sia legittimo far fuori un bene ambientale, come se poi questo non sia utile ai nostri figli. Una tragedia culturale. Evidentemente questa tattica ci disorienta e dividono le persone. Nessuno più capisce nulla e soprattutto la gente non capisce più cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Anzi pensa sia giusto fare il campo da baseball semplicemente perché questo lo usa tutte le settimane e lo conosce mentre del campo agricolo non sa più nulla, della biodiversità men che meno e il cibo nasce al supermercato.

Da tempo i politici e anche gli urbanisti, devo dire, usano questa strada per continuare a fare quel che facevano prima: consumare suolo per fare la città. Ma non solo: questo gioco è culturalmente scorretto e grave e infila dei falsi positivi nella testa delle persone. Assai probabilmente lo fanno perché sono ignoranti loro stessi, ovvero non sanno gli effetti che producono le loro decisioni perché ignorano l’essenza delle risorse ambientali, il loro funzionamento e i benefici che generano o gli effetti negativi che producono. È grave quel che stanno facendo anche perché non colgono l’occasione per impostare una spiegazione ai cittadini facendoli crescere, ecologicamente parlando. È grave perché alla fine si specula sulla debolezza delle persone e si usa l’ignoranza della gente per continuare a non fare cose migliori. E quali sono le cose migliori che si potrebbero fare? Semplice: fare un campo da baseball al posto di un’area dismessa. Questa è l’unica competizione giusta da impostare. Questa è la sfida che la politica oggi, era dell’antropocene, deve tentare con tutte le forze. Assieme a lei anche noi, forza culturale (sia chiaro che non siamo meno responsabili). Se non accetta questa sfida, non sappiamo che farcene di quel modo di fare politica urbanistica e sociale.

La terra che abbiamo intorno è stata bruciata dal cemento in nome del lavoro, delle infrastrutture, della velocità, del commercio, della logistica, del commercio on-line e di tutto ciò di cui sempre ci hanno facilmente convinto. Non ha alcun senso continuare a bruciare quel che rimane sventolando ora il vessillo dei servizi pubblici in nome dei quali tutto diviene non solo possibile ma persino opportuno e giusto: si può tagliare un bosco, distruggere un campo, ranzare un prato. Tutto ciò come se il consumo di suolo di un ospedale non esistesse o non producesse danni alla salute. Far scendere sullo stesso campo due beni pubblici è una guerra persa in partenza dalla quale usciamo solo sconfitti. Ed è pure una guerra vigliacca e mi vergogno che venga utilizzata.

Dobbiamo fare di più e meglio. Noi dobbiamo trasformare le aree dismesse in ospedali se di ospedali abbiamo bisogno. Dobbiamo far crescere campi da calcio e scuole sulle parti abbandonate delle nostre città. Questa è l’unica competizione che dobbiamo innescare. Qui deve lavorare la politica e per farlo deve capire, imparare, appassionarsi. So bene che è dura, che non si è mai fatto e che gli strumenti giuridici sono spuntati, ma so anche che se i politici non ne hanno voglia possono tornare a fare altro. Se le politiche pubbliche continuano a fare questi giochetti e per giunta li legittimano con leggi e leggine, ci renderanno sempre più il Paese dei balocchi, fragile e ignorante, a cui un giorno spunteranno le orecchie e dove sarà sempre più difficile recuperare i ritardi e rimettere le cose in sesto.

Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “100 parole per salvare il suolo” (Altreconomia, 2018)

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