Diritti / Attualità

Immigrazione, un manifesto per cambiare le regole

La legislazione d’emergenza degli ultimi trent’anni ha prodotto un sistema inefficace e discriminatorio. Per questo, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione ha elaborato una rassegna approfondita di proposte: dal diritto d’asilo agli ingressi in Italia, dalla cittadinanza alla tutela delle vittime di tratta

Migranti soccorsi nel Mediterraneo dalla Ong Proactiva Open Arms - © Aris Messinis

La legislazione italiana in materia di immigrazione, asilo e cittadinanza è inadeguata. Aver trattato un fenomeno strutturale e ordinario come fosse episodico o emergenziale ha impedito al “sistema” -privo di finanziamenti certi, basato su “sanatorie” per “irregolari” o su gravi limitazioni dei diritti costituzionali- di funzionare.

È per questo motivo che l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI, www.asgi.it), ha messo a punto un vero e proprio “Programma di riforma” (presentato a Milano il 20 marzo scorso). Si tratta di una documentata rassegna di proposte che si articolano in 10 “aree d’intervento”: dal diritto d’asilo alla regolamentazione sensata degli ingressi, dalla tutela delle unità familiari e dei minori alla disciplina degli allentamenti. E poi la lotta alla discriminazione, al razzismo e alla xenofobia, la tutela delle vittime di tratta, un processo equo e una nuova legge sulla cittadinanza.

Tra le priorità, come spiega l’avvocato Lorenzo Trucco, presidente dell’ASGI, la riforma del diritto d’asilo, che oggi, per la forma che ha assunto, è “disorganico” e “carente”. Ecco perché sarebbe necessario prevedere standard per il soccorso “anche in mare aperto” dei migranti in viaggio nel Mediterraneo, rispettare il divieto di espulsioni collettive, fornire a chi migra “esplicita e completa informazione” sulla domanda d’asilo che egli ha il diritto di presentare. Su quest’ultima, peraltro, una commissione territoriale dovrebbe esprimersi con serietà e competenza. Elemento che per l’ASGI va rafforzato tramite risorse certe e criteri di selezione dei componenti chiari, basati su professionalità e indipendenza.

Nei Paesi in guerra o teatro di violazioni dei diritti umani -inoltre- andrebbe prevista “la possibilità di rilascio di un visto di ingresso” per poter “accedere” alla procedura di riconoscimento della protezione internazionale negli Stati dell’Unione europea. L’obiettivo deve essere quello di un meccanismo di “Asilo europeo” in grado di superare il Regolamento di Dublino e prevedere quote di “distribuzione” dei migranti (che però considerino per prima cosa le loro esigenze, e non trattarli come pacchi di cui disfarsi).

Anche il sistema di accoglienza è uno specchio dell’insufficienza italiana. A partire dalla cosiddetta “emergenza Nordafrica” del 2011 (lo scoppio della guerra in Libia), infatti, non è stato ancora messo in piedi uno schema trasparente e in grado di assicurare una “dignitosa” accoglienza ai migranti in fuga, comprese le 150mila persone soccorse nel 2013-2014. L’approccio degli “hotspot” (i centri di identificazione per la prima assistenza dei rifugiati) –ai quali Amnesty International ha dedicato un rapporto durissimo in cui erano denunciate gravissime violazioni dei diritti umani– va superato.

Pur previsto da dieci anni, e nonostante le ultime modifiche datate 2014, non è stato attuato uno “specifico programma nazionale per l’accoglienza e la riabilitazione delle vittime della tortura e dei conflitti e per le persone bisognose di sostegno psicologico a causa dei traumi subiti con la fuga dal proprio Paese”.

Per gli autori del “manifesto” urge un testo unico delle norme in materia di asilo che faccia chiarezza sulle procedure, i tempi (anche di trattenimento nei CIE), i mezzi a disposizione dei richiedenti protezione durante l’accertamento della loro condizione. La delega legislativa per adottarlo scade nel luglio 2019, ma l’accumularsi delle direttive europee e la confusione delle norme italiane rendono necessario un intervento.

Dopo il diritto d’asilo è fondamentale metter mano alle norme sugli ingressi. Il modello costruito sui flussi annuali -dove l’incontro tra domanda e offerta di lavoro sarebbe dovuto avvenire ex-ante, cioè prima dell’ingresso in Italia, nell’ambito di quote predeterminate- si è rivelato “anacronistico e inefficace”, riflette Turco. Ragione per cui andrebbe introdotto il “visto di ingresso per ricerca lavoro” e un “corrispondente permesso di soggiorno che consenta la permanenza in Italia per un periodo annuale e possa essere convertito alla sua scadenza in permesso per lavoro”.

E per quel cittadino straniero già presente in Italia e che fosse nelle condizioni di dimostrare “lo svolgimento di un’attività lavorativa o importanti legami familiari o affettivi” -si legge nel manifesto- andrebbe concepito un meccanismo di regolarizzazione ordinaria. Invece oggi prevalgono “accordi di integrazione” (che impone allo straniero con più di 16 anni che entra in Italia per non meno di un anno di acquisire entro 24 mesi un determinato numero di punti) o “esclusive” tasse sul permesso soggiorno.

Alla voce “espulsioni”, invece, gli slogan securitari hanno generato un incredibile florilegio di procedure farraginose. “Attualmente -spiega l’ASGI- la legge prevede due differenti tipologie di respingimento, quattro tipi di espulsioni giudiziali e ben sedici differenti tipologie di espulsioni amministrative. A questa inflazione di tipi di espulsione non corrispondono né efficienza né garanzie”. E a numerosi tipi di procedure di espulsione corrisponde una tutela frammentata. “Le forme di tutela avverso i provvedimenti della pubblica amministrazione riguardanti la condizione giuridica dello straniero -si legge nel ‘programma’- sono attualmente attribuite a due diverse giurisdizioni, quella amministrativa e quella ordinaria, a loro volta articolate su tre giudici differenti: il giudice amministrativo (TAR), il tribunale ordinario e il giudice di pace, dotati di poteri, competenze, procedure e preparazioni differenti, con la conseguenza di rendere assai difficoltosa e inefficace la difesa”. Trucco rimanda a un esempio di scuola: “In caso di rifiuto di rinnovo del permesso di soggiorno, il cittadino straniero è di norma invitato al volontario esodo nei successivi 15 giorni dalla comunicazione del provvedimento reiettivo. Il termine per ricorrere al TAR è di 60 giorni, tuttavia, nelle more del ricorso, se resta in Italia è passibile di espulsione, provvedimento a sua volta ricorribile al giudice di pace, ma quest’ultimo giudice non può né valutare la legittimità dell’atto che sta a monte il rifiuto di rinnovo del permesso di soggiorno perché esula dalla sua giurisdizione (essendo il TAR competente), né sospendere l’espulsione in attesa che si definisca la causa contro il rifiuto del permesso di soggiorno (in mancanza di una norma che gli riconosce espressamente un potere sospensivo). Consegue che l’espulsione vanifica la tutela contro il rifiuto di rinnovo del permesso”.

L’iniziativa dell’associazione di giuristi -che si chiude con l’auspicio che la legge sulla cittadinanza e ius soli ferma in Parlamento possa finalmente vedere la luce- cade in un momento storico e politico segnato dalla chiusura. Europea, in primo luogo, con l’agenzia Frontex che è arrivata ad accusare gli interventi umanitari indipendenti nelle acque del Mediterraneo di alimentare la tratta di persone o i singoli Stati membri che concorrono alla costruzione di muri. E italiana, come dimostrano gli atti recenti del governo Gentiloni: dal “non accordo con un non Paese” -le parole di Trucco sul “patto” anti migranti stipulato con la Libia il 2 febbraio scorso– al decreto legge 13/2017 che tra le altre cose cancella il grado di appello ai richiedenti protezione internazionale. “Il campo dell’immigrazione costringe le organizzazioni umanitarie o le associazione come la nostra a giocare in ‘difesa’ -spiega Trucco- ma con questo programma puntiamo a proporre alternative percorribili. E a dimostrare che un altro ‘governo’ dell’immigrazione è possibile”.

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