Prendi i soldi e scappa – Ae 83

Dal sogno della “public company” del ‘97 all’incubo dei debiti e dello scandalo intercettazioni. Storia di Telecom Italia e di chi ha guadagnato -davvero- sulla “privatizzazione del secolo” Si può dire che tutto cominciò con l’euro, o meglio col timore…

Tratto da Altreconomia 83 — Maggio 2007

Dal sogno della “public company” del ‘97 all’incubo dei debiti e dello scandalo intercettazioni. Storia di Telecom Italia e di chi ha guadagnato -davvero- sulla “privatizzazione del secolo”


Si può dire che tutto cominciò con l’euro, o meglio col timore dell’Italia d’essere esclusa dal processo di creazione della nuova moneta. Nasce da qui, sia pure indirettamente, il caso Telecom Italia, ossia la privatizzazione più importante e più controversa compiuta nel nostro Paese. A dieci anni dall’uscita di scena dello Stato, ancora non c’è pace. É come se la privatizzazione non fosse mai finita, visto che siamo ancora lontani da un assetto che soddisfi tutti gli attori in gioco: il potere politico, i capitalisti (spesso indicati come “il mercato”),

i cittadini. Per capire meglio qual è oggi la posta in gioco, proviamo a fare qualche passo indietro.  



Il patto di Andreatta

A metà degli anni Novanta, l’Italia sta cercando un via d’uscita dal ciclone Tangentopoli. L’obiettivo è l’ingresso nell’euro con il nucleo dei Paesi fondatori, ma c’è da fare i conti con un sistema economico in difficoltà. L’indebitamento statale è altissimo,

le aziende pubbliche sono in crisi finanziaria e le inchieste della magistratura hanno portato alla luce un vasto sistema di corruzione. L’Europa guarda a Roma con sospetto. Già nel 1993 il ministro del Tesoro Nino Andreatta aveva stretto un patto con il commissario europeo alla concorrenza, Karel Van Miert, impegnandosi a ridurre drasticamente entro il 1996 l’indebitamento dell’Iri (arrivato a oltre 12 miliardi degli attuali euro, contro un patrimonio di appena 1,8). Questo patto è la premessa logica delle future privatizzazioni. Nel novembre ‘96, col patto in scadenza, il neoeletto premier Romano Prodi e il ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi contrattano con Bruxelles una proroga di alcuni mesi, impegnandosi a mettere sul mercato le strutture statali di telecomunicazioni.



Il “nocciolino duro”


Per agevolare la vendita e massimizzare i ricavi, si procede alla fusione fra Telecom Italia e la holding Stet.

Il disegno del governo Prodi è la trasformazione di Telecom Italia in una “public company”, a capitale diffuso, senza soci di riferimento, guidata dal management. Per l’Italia è una prospettiva inedita e difficile: una “public company” non è mai esistita. Il governo ne è consapevole, perciò immagina una fase intermedia, nella quale l’azienda sia affidata a un “nocciolo duro” di investitori, in qualche modo scelti dal Tesoro. Sarà questo nucleo ad aprire la strada alla “public company”.

Gli obiettivi di Prodi sono molteplici: non svendere Telecom; creare un assetto proprietario stabile; affidare l’azienda a manager capaci di guidarla nella tempestosa fase dell’apertura dei mercati e dell’innovazione tecnologica continua.

Col senno di poi, possiamo dire che il progetto non è riuscito. Nell’ottobre del ‘97 la vendita della quota di controllo detenuta dal Tesoro frutta 22.883 miliardi di lire, una cifra in quel momento vitale per i conti pubblici, però modesta rispetto ai valori assunti col tempo da un’azienda strategica e redditizia qual è Telecom. Il nuovo nucleo di controllo è molto più modesto di quanto ipotizzato: i nuovi “padroni”, guidati dalla Ifil della famiglia Agnelli, controllano solo il 6,6% del capitale (gli Agnelli appena lo 0,6%), ben lontano dal 20% ipotizzato inizialmente dal governo. Gli imprenditori italiani hanno risposto con poco entusiasmo al richiamo della “privatizzazione del secolo”, avvenuta peraltro senza il varo preventivo di regole rigorose e di un’Autorità indipendente di controllo.



I “capitani coraggiosi”

La nuova proprietà dimostra di non avere alcuna dimestichezza col comparto telefonico: dapprima si affida a Gian Mario Rossignolo, manager vicino alla Fiat privo di esperienze specifiche, poi chiama un manager pubblico molto stimato come Franco Bernabé.

Intanto prende corpo la scalata più grande del secolo. L’avvento di Roberto Colaninno (a destra) è l’esito di eventi ed interessi convergenti: l’abbandono da parte di Olivetti (ormai controllata dallo stesso Colaninno) del core business informatico; il fallimento del progetto di “public company”; le larghe maglie lasciate da una regolamentazione insufficiente; l’interesse della maggioranza di centro-sinistra per un ricambio nei protagonisti del capitalismo italiano. La storia della scalata è complessa e ricca di succosi retroscena. Limitiamoci a dire che Roberto Colaninno riesce in poco tempo a diventare il “padrone” della Olivetti da lui stesso risanata, grazie a una società di diritto lussemburghese (la Bell) che controlla insieme col finanziere Emilio Gnutti e a un gruppo di piccoli imprenditori bresciani. Olivetti già detiene il controllo di due operatori telefonici come Omnitel e Infostrada, ma Colaninno capisce che Telecom può essere scalata e quindi tenta il grande colpo. Vende le due società telefoniche ai tedeschi di Mannesmann e diventa il capofila di una cordata che il 20 febbraio 1999 lancia un’offerta pubblica di acquisto su tutto il capitale di Telecom. Il premier dell’epoca, Massimo D’Alema, appoggia pubblicamente Colaninno e soci, definiti “capitani coraggiosi” per accusare di eccessiva prudenza i soliti noti del capitalismo italiano.



A tutto debito


Dal punto di vista finanziario, il sostegno decisivo arriva da un gruppo di banche. In sostanza Telecom è acquistata tramite un fortissimo indebitamento (stimato 25,5 miliardi di euro). In gergo è un’operazione di “leverage buyout”: si compra indebitandosi, contando sul flusso di cassa dell’azienda acquisita (in questo caso ingente, specie dopo l’esplosione del traffico sui cellulari) e con la prospettiva di uno “spezzatino”, in modo da lucrare sulla vendita separata dei singoli pezzi del gruppo. Colaninno progetta subito di dividere Tim da Telecom, ma scatena una reazione indignata nei maggiori investitori e deve rinunciare. L’era Colaninno durerà due anni, segnati da numerose acquisizioni all’estero e da una gestione condizionata dal forte debito contratto: è necessario garantire cospicui dividendi ai maggiori azionisti, molto esposti con le banche, e ciò va a detrimento degli investimenti. Colaninno lascia in eredità anche un sistema proprietario “a scatole cinesi”: Telecom è controllata da Olivetti, che ha come azionista di riferimento Bell.

É l’assetto piramidale che rende possibile l’avvento di Tronchetti Provera (in alto).



Poche azioni, molto potere

Che la cordata Colaninno non avesse un solido progetto industriale, ma fosse orientata a lucrare il massimo dall’intera operazione, emerge chiaramente nei primi mesi del 2001, quando le quotazioni Olivetti cominciano a calare e si inizia a parlare di acquirenti disposti a rilevare il controllo dell’azienda. L’offerta che arriva da Pirelli non si può rifiutare. Marco Tronchetti Provera è disposto a pagare 4,175 euro per ogni azione Olivetti detenuta da Bell, quando il prezzo in Borsa è fermo a 2,25. Per i “capitani coraggiosi” c’è una plusvalenza enorme: 1,8 miliardi di euro. Si calcola che Roberto Colaninno abbia personalmente incassato circa 300 milioni di euro. Tronchetti Provera acquisisce dunque il controllo di Telecom, acquistando da Bell, tramite la società Olimpia controllata da Pirelli, il 23% delle azioni Olivetti: l’esborso è di 7,2 miliardi di euro, molto superiore ai valori di mercato, ma niente in confronto a quanto sarebbe costato (almeno cento miliardi) percorrere la via maestra, cioè un’acquisizione per mezzo di un’Opa, l’unico strumento che riconosce i diritti di tutti gli azionisti, anche dei più piccoli. Tronchetti può acquisire l’azienda telefonica con una trattativa privata e segreta, e tramite una catena societaria che detiene solo il 18% delle azioni Telecom, perché le norme consentono il controllo di grandi aziende con il sistema delle società a cascata, e perché l’obbligo dell’Opa su tutto il capitale scatta solo quando si arriva alla soglia del 30% delle azioni. Il manager formatosi alla Pirelli sceglie di abbandonare le principali partecipazioni all’estero e di puntare sulla fusione fra fisso e mobile, ma finirà anche lui per destinare gran parte delle risorse ai dividendi, indispensabili agli indebitati azionisti della catena di controllo. Massimo Mucchetti, nel suo libro Licenziare i padroni? uscito nel 2003, calcola che nella Telecom privatizzata solo il 31,8% delle risorse è destinato agli investimenti, mentre il 16,6% se ne va in dividendi; i manager pubblici, in precedenza, indirizzavano il 61,7% verso gli investimenti e solo il 7,9% alla remunerazione del capitale. L’indebitamento si mantiene altissimo (circa 44 miliardi nel 2006), nonostante le numerose dismissioni all’estero e la riduzione di personale (-40% in Italia in dal ‘99 a oggi).



Svolta difficile

Si arriva così all’autunno del 2006. La Telecom è nella polvere per lo scandalo delle intercettazioni illegali riguardanti imprenditori, politici e “vip” d’ogni genere, quando Tronchetti Provera ipotizza lo scorporo da Telecom della rete fissa (come vorrebbe anche l’Autorità per le telecomunicazioni) e soprattutto di Tim. Ritorna lo spettro dello spezzatino: si profila una vendita di Tim con forti plusvalenze. C’è una sollevazione di politici e investitori, che spinge Tronchetti Provera a lasciare la presidenza di Telecom a Guido Rossi (sotto), professionista stimato e a quel punto uomo di garanzia verso il mercato, le banche e il potere politico. L’idea di separare Tim da Telecom viene ritirata, ma è in arrivo un nuovo colpo di scena. Tronchetti Provera all’inizio di aprile 2007 annuncia trattative per la cessione del 66% di Olimpia ad At&t e America Movil. Rossi viene escluso dal nuovo consiglio di amministrazione.

È un altro putiferio politico. Tronchetti Provera stavolta sembra però deciso a proseguire per la sua strada: vuole vendere la sua quota di controllo su Telecom al miglior offerente, senza Opa, ripetendo da venditore quanto fatto da acquirente nel 2001. È il primo a capire che il suo tempo a Telecom Italia è scaduto: le inchieste giudiziarie lo hanno indebolito, il progetto di scorporo della rete fissa non può essere ulteriormente ritardato, la pressione della politica è sempre più forte e l’azienda è gravata da un’enorme massa di debiti. L’obiettivo a è incassare quanto più possibile dalla vendita di Olimpia e tutelare gli interessi di Pirelli. Guido Rossi, in un’irata intervista alla Repubblica, spiega di avere tentato, nei pochi mesi avuti a disposizione, di dirimere il conflitto di interesse fra l’azienda Telecom e l’azionista di controllo Tronchetti Provera. Ma è stato sconfitto.



Le prospettive

Telecom avrebbe bisogno di forti investimenti, che il ministro Antonio Di Pietro stima nell’ordine di dieci miliardi di euro nei prossimi due-tre anni. È la stessa valutazione di Corrado Calabrò, presidente dell’Autorità per le telecomunicazioni: “La rete -spiega in un’intervista al Corriere della Sera- comincia a mostrare la corda”.

E poi occorre studiare tutte le nuove prospettive tecnologiche, dal potenziamento della rete alla fibra ottica, al wi-fi. Telecom non può essere guidata con finalità speculative o con orizzonti troppo limitati nel tempo. Il vero dilemma sul dopo-Tronchetti Provera in fondo è tutto qui: sarà mai possibile arrivare a una gestione di questo tipo?





Cronologia

1994 Dalla fusione di Sip, Iritel, Italcable, Telespazio e Sirm (tutte società pubbliche del gruppo Iri-Stet) nasce Telecom Italia.

1995 Nasce Tim, controllata per il 63% da Telecom Italia.

1997 Telecom Italia viene privatizzata, lo Stato incassa 11,8 miliardi di euro (quasi 23 mila miliardi di lire). Il controllo passa a un gruppo di società guidate da Ifil (Fiat) che assomma il 6,6% del capitale.

1999 L’Opa ostile di Olivetti-Tecnost consegna alla cordata guidata da Roberto Colaninno il 51,02% di Telecom Italia.

2001 Bell, società lussemburghese controllata da Colaninno, Gnutti e altri imprenditori della cordata, cede alla finanziaria Olimpia, guidata da Marco Tronchetti Provera, il 23% di azioni Olivetti che permettono il controllo di Telecom Italia.

2005 Telecom Italia si fonde con Tim.

2006 Tronchetti Provera prima annuncia lo scorporo di Tim, poi rinuncia e si dimette dalla presidenza. È sostituito da Guido Rossi.

2007 Tronchetti Provera annuncia trattative per la cessione del controllo di Olimpia. Rossi si dimette, Pasquale Pistorio è il nuovo presidente.



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