Prede da supermercato – Ae 44

Numero 44, novembre 2003Migliaia di merci sugli scaffali ma le imprese sono meno di 200, per un quarto multinazionali. Molte hanno comportamenti deprecabili: contro l'uomo, i diritti, l'ambiente. Qualcuna miglioraI terreni di caccia sono i reparti del supermercato. Le numerose…

Tratto da Altreconomia 44 — Novembre 2003

Numero 44, novembre 2003

Migliaia di merci sugli scaffali ma le imprese sono meno di 200, per un quarto multinazionali. Molte hanno comportamenti deprecabili: contro l'uomo, i diritti, l'ambiente. Qualcuna migliora


I
terreni di caccia sono i reparti del supermercato. Le numerose prede si possono distinguere grosso modo in due specie.

La prima è più veloce, e vorace. L'attività cui si dedica è un misto tra la rincorsa alle offerte speciali e l'attrazione per le suggestioni televisive, fatte di colori, marchi e slogan familiari. Irresistibili. Quando la battuta è terminata, il carrello è sazio.

Questa specie si distingue anche per un'inarrestabile crescita di bisogni (più o meno reali) e per la perfetta integrazione con l'habitat (o società) di cui fa parte.

La seconda specie è minoritaria. Confronta anch'essa i prezzi, ma si perde dietro le etichette: seleziona le marche, controlla i nomi dei fabbricanti. Rinuncia a certi prodotti. Addirittura: a volte spende di più per avere meno. Non si tratta di un'integrazione particolarmente riuscita. Lo testimonia il magro carrello.

La parola “critico” che distingue i due tipi di consumatore ha un cuore: il tempo.

Per informarsi, per decidere, per selezionare e, a volte, rinunciare. Il tempo degli acquisti è la merce che fa gola ai guru del marketing, quasi come i nostri soldi. Noi siamo le prede: i veri predatori del supermercato sono i prodotti, che dagli scaffali fanno di tutto per conquistarci.

Le quasi cinquecento pagine della “Guida al consumo critico”, sembrano un inno a riprendersi il tempo. Se non altro per scoprire la quantità di informazioni che si nascondono tra le scatole di pasta e le latte di pelati. Comprare un prodotto è in realtà attribuire un potere, come sostiene il Centro nuovo modello di sviluppo. Per questo occorre capire a chi lo stiamo dando, questo potere. E scegliere.

Ad esempio la Guida spiega che, a dispetto delle migliaia di prodotti e marche che si trovano nella grande distribuzione, alla fine le aziende produttrici sono meno di duecento. Per un quarto si tratta di multinazionali, dalle quali discendono decine di marchi differenti.

I comportamenti di ciascuna di queste società sono legittimati da quel misero pezzetto di carta che è la nostra lista della spesa. Quindi ecco la sfida: facciamola, questa lista della spesa!

Noi di Altreconomia abbiamo preso la “Guida al consumo critico” e l'abbiamo studiata. Per ogni azienda (come spieghiamo nel box a pagina 6), la Guida valuta diversi ambiti (dal rispetto dell'ambiente all'abuso di potere), e attribuisce giudizi che vanno dalla critica severa alla lode. Abbiamo ripreso tutte queste valutazioni e, come in una ricerca statistica, le abbiamo raccolte in un computer, indicizzate, catalogate, quantificate.!!pagebreak!!

L'obiettivo è capire con che realtà abbiamo a che fare ogni volta che compiamo il gesto semplice di procurarci le cose di cui abbiamo bisogno, come il cibo, o il sapone.

Questo primo risultato corre tra le “torte” delle pagine 9, 10 e 11.

Il secondo risultato è la tabella qui accanto, e che vi invitiamo a ritagliare e portare con voi al supermercato. Risponde a un invito che la Guida stessa fa ai propri lettori: segnatevi le imprese che considerate meno compromettenti. Noi di Ae abbiamo considerato compromettenti, innanzitutto, tutte quelle società che nella Guida hanno anche solo una critica severa, in uno qualsiasi degli ambiti. Questa selezione ha fatto una prima, notevole scrematura.

Fra le restanti abbiamo escluso quelle che hanno al massimo un paio di giudizi “negativi”: critica lieve, preoccupazione o incognita in una delle voci indagate.

In questo modo, da 168, le aziende “accettabili” si sono ridotte a 39. Solo cinque non hanno nessun tipo di critica, e quindi le citiamo: Ctm altromercato, Mondovero (prodotti a marchio Transfair), Lush (che fa saponi e detergenti), Zucchi (che produce oli di semi). L'ultima è la Coop coi suoi prodotti a marchio, unica tra le 39 aziende a fatturare più di cinque miliardi di euro, che però oggi è oggetto delle pressioni e dei dubbi di cui parliamo a pagina 25. Quattro hanno un solo rilievo negativo: Conapi (miele) e De Langlade &Grancelli (tonno e sardine), entrambe con una critica lieve in fatto di trasparenza, Deco (alimentari e detersivi, preoccupazione in fatto di sicurezza e diritti dei lavoratori), Illy (caffè, critica lieve per l'ingresso in politica del vice presidente Riccardo Illy, deputato dell'Ulivo e presidente della Regione Friuli).

Le altre 30 aziende hanno due rilievi negativi: nella maggior parte dei casi si tratta di critiche lievi in fatto di trasparenza o di mancanza di informazioni circa la sicurezza e i diritti dei lavoratori.

A partire da queste aziende, la nostra lista della spesa ricalca la divisione dei prodotti proposta sulla Guida (compresa la valutazione dell'utilità e dell'impatto ambientale del prodotto in sé) e fa l'elenco dei marchi che noi consideriamo “meno compromettenti”.

Il limite è evidente: le possibilità di scelta sono ridotte, e in molti casi per un prodotto ci si ritrova con un solo marchio. Non solo: le marche che indichiamo potrebbero non essere reperibili in ogni supermercato, e a dirla tutta non sempre sono economiche. Per le alternative bisogna far riferimento alla Guida.

In fondo alla lista ce ne è un'altra. È l'elenco dei marchi per quei prodotti che non sono rientrati nei nostri criteri, ma che ci sono sembrati immancabili in una comune lista della spesa.

Non consigliamo quelle marche: le indichiamo se proprio non potete fare a meno di comprare quei prodotti.!!pagebreak!!

Il pensiero critico contro il pensiero unico
Chi tace acconsente. Il potere si sostiene così

“Facciamo invece trionfare la coerenza sopra la codardia, il quieto vivere, le piccole avidità del momento. Confrontiamo i consumi e i comportamenti con i nostri valori. E poi scegliamo”
di Francesco Gesualdi

Si scrive consumo critico, si pronuncia controllo democratico. A scuola ci hanno insegnato che la politica si fa nella cabina elettorale o tutt'al più nelle sedi di partito. Ma ci hanno ingannato. La politica si fa sempre, perfino quando stiamo zitti. A ben pensarci proprio il silenzio e l'indifferenza sono i comportamenti di maggiore rilevanza politica, perché il potere adotta la regola che chi tace acconsente. Non a caso la maggioranza silenziosa è il suo più grande alleato.

Pochi si interrogano sulla natura del potere ed è diventato un luogo comune che il potere stia in piedi da solo. In realtà è sostenuto dal basso. La vera forza del potere si chiama consenso che non si avvale solo del silenzio, ma anche dell'obbedienza. Per questo don Milani disse che l'obbedienza non è più una virtù.

Il potere non può realizzare i suoi progetti da solo. Ha bisogno di noi. Pensiamo alle guerre: oltre che di soldati, ha bisogno di lavoratori che costruiscano le armi e di cittadini che paghino le tasse. Pensiamo allo sfruttamento: oltre che di dirigenti consenzienti, ha bisogno di consumatori ebeti. Pensiamo alla costruzione di un modello culturale unico: oltre che di giornalisti e di insegnanti complici, ha bisogno di una società assente.

Così scopriamo che tutti siamo responsabili dei crimini commessi dal potere. Ma nel contempo scopriamo che proprio noi abbiamo il potere di fare cambiare le cose. Il mezzo si chiama pensiero critico e comportamento coerente. Se pensiamo prima di agire e se agiamo confrontandoci con i nostri valori, possiamo mettere il sistema in ginocchio. Ecco perchè la politica si fa ogni momento della vita: al supermercato, in banca, sul posto di lavoro, all'edicola, in cucina, nel tempo libero, quando ci si sposa. Scegliendo cosa leggere, quale lavoro svolgere, cosa e quanto consumare, da chi comprare, come viaggiare, a chi affidare i nostri risparmi, rafforziamo un modello economico sostenibile o di saccheggio, sosteniamo imprese responsabili o vampiresche, contribuiamo a costruire la democrazia o a demolirla, sosteniamo un'economia solidale e dei diritti o un'economia animalesca di sopraffazione reciproca.

In effetti la società è il risultato di regole e di comportamenti e se tutti ci comportassimo in maniera consapevole, responsabile, equa, solidale, sobria, non solo daremmo un altro volto al nostro mondo, ma obbligheremmo il sistema a cambiare anche le sue regole perché nessun potere riesce a sopravvivere di fronte ad una massa che pensa e che fa trionfare la coerenza sopra la codardia, il quieto vivere, le piccole avidità del momento.

Fra le strutture di potere con le quali abbiamo rapporti continui, ci sono le imprese. La loro presenza non ci abbandona mai. Lavoriamo nei loro stabilimenti, leggiamo i loro giornali, ascoltiamo le loro televsioni, consumiamo i loro prodotti, siamo rintontiti dalla loro pubblcità.

Del resto le imprese non sono strutture qualsiasi. Sono il cuore del sistema, perchè il capitalismo è stato creato da loro per loro. Da loro proviene la cultura, così pervasiva, del denaro e dell'individualismo. Da loro proviene l'ideologia liberista del mercato e della concorrenza che ormai è estesa ad ogni ambito umano e sociale. Da loro provengono le pressioni affinchè il mondo venga imbalsamato dentro regole economiche studiate per servire i loro interessi contro quelli della gente e dell'ambiente. !!pagebreak!!

È noto, ad esempio, che le multinazionali farmaceutiche si sono date un gran da fare per ottenere un trattato sui brevetti che tiene conto solo dei loro profitti contro il diritto alla vita.

Dunque chi pretende di fare politica senza occuparsi delle imprese perde solo tempo. Tanto più che le imprese hanno responsabilità dirette verso i lavoratori, verso l'ambiente, verso il Sud del mondo.

Nestlè, che assorbe il 12% di tutto il caffè commercializzato ha una forte responsabilità nella caduta del prezzo che dal 1960 ad oggi è calato del 66%. Total, che investe in Myanmar, è complice del governo repressivo di quel Paese. Unilever, che disperde termometri rotti nei parchi indiani, attenta all'ambiente e alla salute umana. Johnson & Johnson, che mette in vendita apparecchi per diabetici difettosi, attenta alla vita. Coca-cola che non interviene per fermare la mattanza di dirigenti sindacali nelle fabbriche colombiane che imbottigliano per lei, avalla la violenza.

Di questi fatti e di molti altri diamo notizia nella nuova edizione della Guida al consumo critico, affinchè la gente sappia e decida di conseguenza.

Un tema a cui abbiamo dedicato particolare attenzione in questa edizione è l'invasione della politica da parte delle imprese. Proprio in casa nostra abbiamo un caso emblematico con Silvio Berlusconi che è al tempo stesso padrone di un vasto impero finanziario e capo del governo. Il fatto è che la politica scrive le regole e le imprese hanno sempre avuto interesse a controllarla per ottenere regole a loro favore. Per ironia della sorte il meccanismo democratico ha addirittura facilitato il loro intento. In democrazia per prendere il potere ci vogliono i voti e per avere i voti bisogna arrivare alla gente con tutti i mezzi possibili: la televisione, i giornali, la pubblicità cittadina.

Ma tutti questi strumenti di persuasione costano e alla fine la democrazia si è trasformata in una questione di soldi. Un tempo i soldi si chiedevano ai militanti ma piano piano si è preferito battere strade più sbrigative e oggi succede che i partiti bussano sempre più spesso alle porte delle imprese. Almeno così è negli Stati Uniti e lo sarà sempre più anche da noi, via via che si accentuerà lo scollamento tra vertice e base.

Morale della favola, la politica la fanno sempre di più le imprese. Per questa ragione ci siamo sforzati di individuare le imprese che pretendono di dominare la politica in virtù della loro forza economica.

Per lo stesso motivo abbiamo segnalato un boicottaggio del tutto particolare denominato “Consumo responsabile per la libertà di informazione”, che si pone l'obiettivo di indurre Silvio Berlusconi a risolvere il suo conflitto di interessi.

Si tratta di un'iniziativa lanciata contro le imprese che hanno la maggior presenza pubblicitaria sulle reti di Mediaset. La richiesta è che smettano di collocare spot pubblicitari su queste reti, in modo da procurare un danno a Silvio Berlusconi e fargli capire che deve scegliere se essere presidente del Consiglio o imprenditore che detiene il monopolio televisivo. Un doppio ruolo che minaccia non solo la libertà di stampa ma la stessa democrazia.

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