Cultura e scienza / Opinioni

Petrolio e gas: la svolta della Banca Mondiale

A metà dicembre 2017 l’istituzione internazionale ha annunciato lo stop ai finanziamenti per l’estrazione dei combustibili fossili. L’Italia è rimasta indietro

Tratto da Altreconomia 201 — Febbraio 2018

L’annuncio è arrivato il 12 dicembre 2017, secondo anniversario dell’approvazione dell’Accordo di Parigi, durante l’One Planet Summit organizzato a Parigi dal presidente francese Emmanuel Macron: la Banca Mondiale non finanzierà più, dopo il 2019, le infrastrutture per l’estrazione di petrolio e gas. Potrebbe sembrare uno dei tanti annunci sull’ambiente, peraltro da un’istituzione che negli scorsi decenni non si è distinta per la sua lungimiranza, per usare un eufemismo; eppure è un segnale importante, necessario in questo momento storico in cui è urgente cambiare marcia nella lotta al riscaldamento globale. Tagliare i fondi per l’estrazione di nuovi combustibili fossili è cruciale se si vuole lasciare sotto terra tre quarti delle riserve di fossili conosciute, per avere qualche probabilità decente di limitare il riscaldamento globale al di sotto di “+2 °C” rispetto al periodo preindustriale.

2019: sarà l’ultimo anno in cui la Banca Mondiale finanzierà progetti di estrazione di petrolio e gas. Un altro passo avanti per uscire dai combustibili fossili

La Banca Mondiale aveva già annunciato nel 2010 la fine dei finanziamenti all’estrazione del carbone, che è il più inquinante dei combustibili fossili: tagliare i finanziamenti alle nuove estrazioni di gas, no, quest’annuncio non era affatto scontato. Il gas è da tempo proposto come il combustibile da utilizzare durante la transizione energetica, per sostituire il carbone. Indubbiamente, a parità di energia prodotta se si usa il gas al posto del carbone si dimezzano le emissioni di gas serra, e si riducono le emissioni di altri inquinanti (solfati, polveri) che provocano l’inquinamento dell’aria locale. Ormai per il carbone la parabola discendente è già iniziata, in particolare nei Paesi occidentali: durante la COP23 di Bonn, 25 Stati (fra cui Francia, Regno Unito, Canada e Italia) hanno annunciato l’impegno a dismettere l’uso del carbone per la produzione di elettricità, e l’Italia ha annunciato di chiudere le sue centrali entro il 2025. Servirà quindi sicuramente del gas nella frase transitoria. Il problema è che anche di gas, e di petrolio, ce n’è molto più di quanto è compatibile con la traiettoria verso i 2 °C, quindi la transizione deve avere una scadenza certa. Per rispettare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, questa scadenza è fra il 2040 e il 2050, ossia fra poco più di 20 o 30 anni. Un tempo brevissimo, per una transizione tecnologica su scala globale. Mettere una data di scadenza all’uso del gas vuol dire affrontare davvero la decarbonizzazione del sistema energetico. In particolare per l’Italia. Perché il gas è ormai la fonte principale di energia, ed è molto usato non solo per produrre elettricità, ma anche nel settore del riscaldamento.

Definire un obiettivo di lungo periodo, e una traiettoria per raggiungerlo, porterebbe inevitabilmente a mettere in discussione la validità di alcune scelte sulle infrastrutture energetiche che sono state fatte negli ultimi anni. Possiamo prendere ad esempio la proposta di metanizzazione della Sardegna, contenuta nella Strategia Energetica Nazionale 2017, recentemente approvata: quale è la logica di metanizzare un territorio che è adatto allo sviluppo delle energie rinnovabili e dei sistemi di accumulo dell’energia? Stesso discorso per i progetti che portano il gas da Russia e dintorni. Sarebbe utile valutare la redditività di questi investimenti sulla base non dei dati dei progettisti, ma di scenari di utilizzo del gas compatibili con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, del resto ratificato dall’Unione europea e dal Parlamento italiano. Un altro degli impegni presi dalla Banca Mondiale è quello di valutare dal 2018 le emissioni di gas serra legate ai progetti energetici che finanzierà. Sarebbe utile che queste analisi si cominciasse a farle seriamente anche da noi.

Stefano Caserini è docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Il clima è (già) cambiato” (Edizioni Ambiente, 2016)

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