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Diritti / Reportage

In Perù i difensori dell’Amazzonia inseguono il colosso petrolifero

Una protesta delpopolo Quechua lungo le rive del fiume Pastaza. La comunità indigena prova a inchiodare il colosso petrolifero Pluspetrol alle sue responsabilità: ripulire i quasi duemila siti in Amazzonia dove la compagnia ha estratto petrolio tra il 2000 e il 2015 © Renato Pita - Federation Fediquep

La multinazionale olandese Pluspetrol ha contaminato in modo irreparabile la foresta nello Stato di Loreto. Un disastro per l’ambiente e per la salute delle comunità indigene. Che si sono recate all’Aia per chiedere giustizia di persona

Tratto da Altreconomia 226 — Maggio 2020

Aurelio Chino è un leader indigeno peruviano. A metà marzo è volato nei Paesi Bassi per denunciare al watchdog europeo sugli illeciti aziendali il grave danno ambientale e umano causato nello Stato di Loreto in Perù settentrionale dal colosso petrolifero Pluspetrol che ha sede ad Amsterdam. La sua è la ricerca di giustizia di quattro comunità indigene -Achuar, Kichwa, Kukama e Quechua- che provano a inchiodare una multinazionale alle sue responsabilità: costringerla a ripulire i quasi duemila siti immersi nell’Amazzonia peruviana dove la compagnia ha estratto petrolio tra il 2000 e il 2015. Attività che ha contaminato in modo irreparabile la foresta pluviale con metalli pesanti e altri agenti inquinanti e cui la compagnia si è sempre rifiutata di far fronte. Un danno enorme in termini ambientali, oltre all’impatto culturale, sociale, economico e sulla salute delle comunità indigene.

1.963 i siti dove avrebbe operato la multinazionale Pluspetrol nello Stato di Loreto, in Perù

Le accuse che pendono sulla Pluspetrol, proprietaria di diversi pozzi sparsi in tutto il Sud America, sono di danno ambientale ed evasione fiscale. La denuncia è stata presentata all’Aia al referente olandese per le linee guida dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) dalle comunità interessate, sostenute da diverse Ong che difendono i diritti umani in Amazzonia, oltre che Oxfam Novib e da Somo (Centre for Research on Multinational Corporations). “La denuncia è incentrata sulla mancata due diligence (ossia il dovere di far fronte ai rischi e ai danni causati dalla propria attività sull’ambiente e sulle persone, ndr): la società era a conoscenza dell’impatto ambientale e che diverse comunità vivevano nelle aree in cui operava, ma ha continuato indisturbata a trivellare petrolio pur sapendo che le operazioni implicavano un danno elevato: perdite di greggio dalle condutture, contaminazione del suolo dei corsi d’acqua”, spiega ad Altreconomia Imke Greven, policy advisor di Oxfam Novib.

Sostanze tossiche come cadmio, bario e piombo contaminano le terre e i fiumi Pastaza, Corrientes, Marañón e Tigre e le falde acquifere. L’impatto dell’inquinamento sulle comunità indigene che vivono in questi territori ancestrali, anche in termini di salute, è stato enorme: alti livelli di metalli pesanti nel sangue, aborti spontanei, diarrea e malattie della pelle. La Pluspetrol, da parte sua, ha sempre negato ogni accusa. “Siamo venuti in Olanda in cerca di giustizia perché non abbiamo dove altro andare. Nel nostro Paese siamo chiamati ‘terroristi’ quando la nostra unica opzione era alzare le lance per protestare contro la contaminazione dei nostri fiumi, della nostra terra, dei nostri pesci e dei nostri animali”, ha dichiarato all’Aia Apu Aurelio, presidente della Fediquep, un’organizzazione che rappresenta le comunità Quechua nel Nord del Perù. La battaglia di Apu Aurelio, appoggiata da diverse Ong, mira al riconoscimento dei diritti dei popoli indigeni sulle loro terre. Dall’inizio degli anni 70, quando il governo peruviano ha concesso alle multinazionali di sfruttare le riserve petrolifere di cui è ricco il bacino amazzonico, le popolazioni della foresta hanno subito le gravi conseguenze sull’ambiente e sulla salute di un’industria estrattiva vorace e mal regolata.

“Nel nostro Paese siamo chiamati terroristi quando la nostra unica opzione era alzare le lance per protestare contro la contaminazione dei nostri fiumi” – Apu Aurelio

La Pluspetrol è stata più volte multata dalle autorità peruviane -30 milioni di soles, 7,5 milioni di euro- perché le sue attività infrangevano le leggi nazionali a protezione dell’ambiente ma non si è mai assunta la responsabilità delle sue azioni, in parte aiutata dal lassismo del governo. Pur avendo ammesso di aver operato in 1.963 diversi siti nello Stato di Loreto, nel piano di dismissione si è assunta l’onere di bonificarne solo 35. Quando i leader indigeni dell’Amazzonia peruviana hanno cercato di contattare un rappresentante della società si sono trovati davanti a un muro. Con l’appoggio di varie Ong hanno così tentato di risalire al quartier generale della multinazionale. “Fondata in Argentina, dal 2000 la società ha spostato la sua sede principale nei Paesi Bassi dove però c’è solo un solo ufficio all’interno di un altro ufficio che affitta uffici virtuali: c’è una centralinista che risponde alle telefonate ma non ci sono impiegati”, spiega ancora Greven. “Il filo della matassa passa poi per il Lussemburgo e fumosi trust domiciliati alle Isole Cayman o alle Bahamas”. Si tratta della tipica letterbox company, quelle dei Panama Papers per intenderci. “Non è facile comprenderne la struttura -continua- le numerose sussidiarie della Pluspetrol in vari Paesi sono tutte caratterizzate da una cronica mancanza di trasparenza”.

Una macchia di petrolio nel fiume Corrientes. Nelle sue acque sono state sversate sostanze tossiche come cadmio, bario e piombo. L’impatto dell’inquinamento sulle comunità indigene è stato enorme: alti livello di metalli pesanti nel sangue, aborti spontanei, diarrea e malattie della pelle © Eliseo Hualinga – Federation Feconacor

Oltre alla violazione delle linee guida dell’Ocse sull’ambiente e i diritti umani in Perù, i leader indigeni contestano alla società di aver infranto anche quelle in materia fiscale e di trasparenza. La delegazione peruviana ha quindi invitato il governo dell’Aia a impedire che le compagnie straniere continuino a sfruttare la legislazione fiscale olandese per eludere le tasse. “Il governo nega che i Paesi Bassi siano un paradiso fiscale ma è stato criticato proprio per le pratiche fiscali aggressive e dannose che rendono il Paese di fatto un paradiso fiscale a livello internazionale”, spiega Jasper van Teeffelen della Somo.
“Nell’economia globale, le multinazionali possono scegliere la giurisdizione in cui vogliono risiedere in modo da poter usufruire della legislazione che ogni Paese ha da offrire. Esistono molte aziende registrate nei Paesi Bassi dove però non lavora nessuno: non hanno dipendenti né attività commerciali reali, sono qui solo per sfruttare il sistema fiscale olandese”, continua il ricercatore. “I trattati fiscali che i Paesi Bassi hanno con vari Paesi del mondo consentono alle aziende di muovere i profitti ed evitare le tasse. È tutto perfettamente legale ma non è nello spirito della legge. La chiamano elusione fiscale, non evasione”.

“Speriamo che qui saremo trattati come esseri umani e che il governo olandese possa convincere Pluspetrol ad assumersi la responsabilità del terribile danno che l’industria petrolifera ha arrecato ai nostri popoli”, ha dichiarato ancora Apu Aurelio all’Aia. “È uno dei più gravi disastri ambientali al mondo -secondo Ermilda Tapuy del popolo Kichwa, nel bacino del fiume Tigre- ma i media internazionali non ne parlano”.

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