Cultura e scienza / Opinioni

I pericoli del razzismo “biologico”

Le teorie razziste degli anni Venti e Trenta del Novecento affondano nelle teorie pseudo-scientifiche di metà Ottocento. Per i costituenti, il riferimento al concetto di “razza” aveva come obiettivo quello di cancellare definitivamente un periodo storico. Il commento di Alessandro Volpi

Roma, manifestazione contro il razzismo
Roma, manifestazione contro il razzismo

A volte le parole, anche quelle più odiose, tornano ad agitare il dibattito pubblico. In queste settimane si sono moltiplicate le dichiarazioni che hanno fatto riferimento all’idea di razza, utilizzandola con estrema naturalezza per giustificare scelte politiche o per paventare rischi dai tratti quasi millenaristici. Rispetto a un simile fenomeno può essere utile richiamare alcuni semplici elementi  -una sorta di succinto ripasso- volti a evitare pericolose recrudescenze.

Il richiamo alla “razza”, o meglio alle razze, ha conosciuto una significativa definizione con la rivoluzione scientifica di metà Settecento, quando scienziati come Linneo e Buffon, ma più in generale larga parte della generazione degli “enciclopedisti”, si sono impegnati in una meticolosa opera di organizzazione della conoscenza che portava con sé un forte bisogno di classificazione.

Procedere per tassonomie, individuando specie, razze e altre forme di catalogazione del mondo naturale risultava la strada più efficace per cogliere le tante declinazioni dell’esistente e per dare ad esse una sistemazione organica e coerente in grado di far progredire il sapere, sempre più articolato per “saperi”. In questa prospettiva diventava altrettanto necessario rintracciare fondamenti oggettivi e “materiali” alle differenze, che per essere legittime dovevano avere un carattere scientifico.

Le diversità non erano più l’espressione di un unitario disegno soprannaturale, di matrice religiosa, né potevano essere ricondotte soltanto ai principi ispiratori della temperie spirituale romantica in cui si contrapponevano il “civilizzato” e il “selvaggio”, “l’esotico” e  “l’urbano”, espressi prima di tutto come stati d’animo e come rappresentazioni estetiche, interpretate dai linguaggi artistici.

Si cominciò così a misurare la dimensione e le forme dei crani, secondo la “craniologia” del medico tedesco Joseph Gall, e si avviò una formale classificazione delle razze, sulla base degli studi di Johann Friedrich Blumenbach, modulando teorie che tendevano a giustificare su base scientifica non solo le differenze ma anche le disuguaglianze a cui era connessa una dimensione gerarchica. Simili processi culturali assumevano un rilievo molto particolare nel momento in cui stavano prendendo corpo due cruciali fenomeni della storia contemporanea, costituiti dall’industrializzazione e dal “nuovo” colonialismo, con chiare finalità “imperialistiche”.

In entrambi i casi la legittimazione scientifica delle disuguaglianze era fondamentale per motivare le sempre più gigantesche sperequazioni nella distribuzione della ricchezza fra proprietari dei mezzi di produzione e proletari e fra imperi e colonie. La razza, in tale ottica, rappresentava l’invenzione ideologica più efficiente per  edificare un mondo animato da profonde ingiustizie. Autori come Joseph Arthur de Gobineau (diplomatico, scrittore e filosofo francese, autore del “Saggio sulla diseguaglianza delle razze umane”) e Houston Stewart Chamberlain (tra i principali teorizzatori del concetto di “razza ariana”) diedero un contributo decisivo a trasferire l’autorità acquista dalla scienza Ottocentesca sul piano della visione complessiva delle società in cui diveniva inevitabile e “giusto” che ci fossero vincitori e vinti. In una raffigurazione dove, tuttavia, i vincitori e i vinti sarebbero rimasti sempre gli stessi perché questa era la verità della scienza della quale la storia prendeva solo atto.

Il razzismo radicava le ragioni della superiorità di alcuni popoli e i rimandi letterari, persino quelli spirituali e poetici, costituivano soltanto forme espressive ma non la sostanza delle disuguaglianze: il celebre scrittore Rudyard Kipling poteva scrivere nel 1899 “il fardello dell’uomo bianco” traducendo in versi una sorta di condanna oggettiva così come Richard Wagner, quasi cinquant’anni prima, nello scritto “L’ebraismo nella musica” aveva ritenuto possibile escludere un popolo dalle armonie per effetto di una “evidente” inferiorità. Anche l’evoluzionismo darwiniano, dove la selezione tra le specie avviene per effetto di una competizione “neutra” e per molti versi “democratica”, non riusciva ad intaccare queste visioni, ma anzi veniva utilizzato, di nuovo, per celebrare la forza della scienza nel “determinare” la diversa collocazione delle società.

Con l’avvento dei regimi negli anni Venti e soprattutto negli anni Trenta del Novecento questo repertorio ormai vasto di strumenti a sostengo della oggettività delle razze fu ulteriormente accresciuto dall’assolutizzazione ideologica della scienza che riusciva a scardinare i tratti filosofici dell’idealismo e dello spiritualismo. Il razzismo italiano degli anni Trenta, come avrebbe ben didascalizzato la rivista di Telesio Interlandi “La difesa della razza”, è un “razzismo biologico” e, di conseguenza, secondo quanto teorizzato dal “Manifesto della razza”, un “dovere” per gli italiani. Il “mito del sangue” di Julius Evola poneva una pietra tombale su qualsiasi reale ipotesi di eguaglianza di fronte alla legge. In quel clima persino un raffinato intellettuale come Gianfranco Contini scriveva a Eugenio Montale di apprendere con soddisfazione la possibilità di rivestire la cattedra di Filologia romanza all’Università di Torino dopo che da essa era stato allontanato Santorre De Benedetti per effetto delle leggi razziali del 1938.

Quando i Costituenti italiani decisero di introdurre nel testo fondamentale della nuova Repubblica il principio dell’eguaglianza sostanziale vollero rimuovere tutti i pericoli insiti nel razzismo biologico e concepirono un articolo in cui il richiamo alla razza aveva soltanto questa evidente finalità di chiarezza storica. Fare riferimento alla razza non significava certo dare una legittimazione a tale idea, ma aveva il fine di cancellare definitivamente una fase e tutti i suoi termini, a cominciare appunto dalla razza.

Peraltro, la discussione sul tema, avviata nella prima Sottocommissione della Costituente, nel settembre del 1946, si protrasse fino al marzo del 1947 quando fu definito il testo dell’articolo 3 (in origine articolo 7) che conservò il richiamo alla razza, nonostante fosse scomparso in alcune delle stesure precedenti, proprio per ribadire la fermezza della Repubblica nel ritenere che nessun ostacolo fosse così forte da non poter essere rimosso dalla volontà democratica; un dibattito a cui parteciparono figure come Togliatti, La Pira, Moro e Basso e fu uno dei cardini della nostra cittadinanza.   

università di Pisa

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