Finanza / Opinioni

Il paradosso dell’euro: moneta tanto “forte” quanto distante

“Mentre soffiano i venti di guerra e si affacciano di nuovo le crisi geopolitiche, l’euro si consolida, resistendo persino ai più truci attentati terroristici che sconvolgono le città dell’Europa”. Perché? Il commento di Alessandro Volpi

© Grimm_photo
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Il simbolo più contestato dell’Europa dei banchieri e dell’inutile rigore nelle politiche pubbliche sta diventando il bene rifugio più richiesto nel mondo. Questa pare essere, in estrema sintesi, la sostanza dell’attuale vicenda dell’euro. Negli ultimi mesi, il rapido incupirsi del clima internazionale, surriscaldato dalle folli minacce del dittatore nordcoreano, contribuisce a far volare le quotazioni della moneta unica del Vecchio Continente che è stata, e rimane, l’oggetto principale delle più aspre critiche mosse da destra e da sinistra e, soprattutto, dai tanti populismi nazionalistici.

Per essere ancora più espliciti, l’euro sta diventando il principale attrattore di risorse che sono in cerca di lidi sicuri e provengono da molti Stati, da banche, da istituzioni finanziarie e da investitori istituzionali. A ciò si aggiunge la richiesta di euro che deriva dalla forte capacità espansiva di alcune economie europee, a partire da quella tedesca: ogni giorno si registra così una domanda di euro per circa un miliardo e mezzo solo per effetto del surplus dell’area negli scambi con le altre economie. Tutto ciò comporta, di conseguenza, il veloce incremento del prezzo della moneta unica e l’abbinamento insolito di euro e oro come destinatari privilegiati della liquidità globale. In una simile prospettiva proprio l’euro sembra essere divenuto, come accennato, il simbolo della stabilità e della sicurezza, suo malgrado, o meglio malgrado il lessico politico dominante in molte realtà europee. Si affaccia allora il paradosso di una moneta che è decisamente più forte e possiede un valore simbolico assai più chiaro rispetto alla volontà, e alla vera consistenza economica, dei Paesi che la esprimono. Si tratta di un’evidente anomalia storica dal momento che nel corso dei secoli le monete, sia nella fase della convertibilità aurea sia dopo la sua scomparsa, sono state l’espressione, più o meno diretta, della politica. Così è avvenuto nel caso della sterlina inglese, trasformata in moneta degli scambi internazionali per la diffusione e la potenza dell’impero inglese, che poteva disporre dello straordinario polmone indiano. Così è accaduto per il dollaro, dopo la fine della seconda guerra mondiale e la firma degli accordi di Bretton Woods, quando gli Stati Uniti, forti del successo militare, erano diventati la più grande potenza mondiale, capace di produrre da sola oltre un terzo del Pil planetario. Così è stato sempre per il dollaro, dopo la fine della convertibilità aurea, a partire dal 1971, allorché il biglietto verde è rimasto la moneta internazionale ancora una volta per la capacità militare a stelle e strisce e per la scelta, certo non casuale, dei principali produttori ed esportatori di petrolio di utilizzare il dollaro come divisa di riferimento.

L’attuale forza dell’euro avviene, invece, in circostanze molto diverse; la moneta unica non è percepita come la moneta degli Stati europei e neppure come moneta dell’Unione europea. Peraltro, dopo la cura avviata da Mario Draghi è una moneta prodotta in gran quantità ed è quella in cui vengono denominati debiti pubblici giganteschi, a cominciare da quello francese e da quello italiano, o molto incerti, come quello greco. Nonostante tutto ciò, quando soffiano i venti di guerra e si affacciano di nuovo le crisi geopolitiche, l’euro si consolida, resistendo bene persino ai più truci attentati terroristici che sconvolgono le più significative città dell’Europa. Le ragioni di questa condizione sono molte, ma alcune risultano più chiare di altre, ed una è particolarmente evidente. L’euro non è considerato una moneta “politica” ma si presenta agli occhi dell’immaginario mondiale come uno strumento molto tecnico, generato da una banca centrale “neutra” che sembra la più indipendente dalle pressioni e dalle scelte dei governi. È difficile immaginare il dollaro della Federal Reserve senza vedere il volto truce di Trump da cui dipendono fin troppo le sorti del presidente di quell’istituto, così come è indubbio che la Banca del popolo cinese “appartiene” alla leadership del Partito comunista della Cina. L’euro sta diventando la principale moneta mondiale perché appare la più distante dalla politica e, forse, perché l’Europa viene ritenuta dal resto del mondo incapace di fare una propria politica. Non sarebbe male se le diverse forze che popolano la politica europea provassero a ragionare su questa specificità.

Università di Pisa

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  • Alberto

    L’euro come moneta “la più distante dalla politica”? Se per politica s’intende il teatrino dei servi delle banche può anche essere vero. La classe politica europea, tolta la Germania, è la più fasulla nel senso originale del termine “politico”, ovvero la più ostile al popolo che dovrebbe rappresentare, o la più assente, che è poi lo stesso. Ma questa latitanza altro non è che il rovescio della moneta euro, concepita e gestita come metodo di governo, e in tal senso più che mai “politica”, nel senso più deviato del termine che dovrebbe sovraintendere al potere pubblico, ormai diventato quello governato dalle lobbie “economiche” che occupano le istituzioni comunitarie e quindi nazionali (vedi ad es. i nostri Renzi-Gentiloni).

    In tal senso la forza dell’euro ben rappresenta l’aderenza del potere politico agli interessi della finanza globalista ancora dominata, speriamo non per molto ancora, dall’occidente anglofono.

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