Cultura e scienza / Intervista

Marco Bobbio. Il paradosso della cura

Non sempre a una maggiore spesa sanitaria corrisponde maggior benessere. Come spiega il cardiologo e ricercatore, segretario generale di “Slow Medicine”: “Abbiamo a disposizione sempre più strumenti. Sceglierli con responsabilità spetta a medici e pazienti”

Tratto da Altreconomia 196 — Settembre 2017

Medico, specialista in cardiologia e statistica medica, Marco Bobbio è stato ricercatore negli Stati Uniti, cardiologo responsabile dei trapianti di cuore a Torino e infine primario di Cardiologia all’Ospedale Santa Croce e Carle di Cuneo. Ex membro della Commissione unica del farmaco (Cuf) e della Commissione nazionale per la ricerca sanitaria, il più giovane dei tre figli del filosofo Norberto Bobbio è segretario generale del movimento “Slow medicine”, che terrà il suo prossimo congresso nazionale in novembre, sul tema “Coltivare la salute, ripensare la cura”. Marco Bobbio è autore di numerosi saggi di medicina, il suo ultimo libro, uscito per Einaudi, s’intitola “Troppa medicina. Un uso eccessivo può nuocere alla salute” (2017).

Dottor Bobbio, cosa intende con “troppa medicina”?
MB Mi riferisco al fatto che oggi, nelle società occidentali, abbiamo a disposizione molti strumenti diagnostici e terapeutici, e rischiamo di non saperli usare correttamente. Ci troviamo in una situazione di eccesso nella quale è difficile scegliere in modo appropriato. Questa scelta è una responsabilità che va condivisa dalla comunità medica e dai pazienti.

In che modo il progresso della tecnologia medica influisce su queste scelte?
MB 
Abbiamo raggiunto straordinari successi medici, ma a muovere i recenti sviluppi tecnologici spesso è un interesse commerciale, non il bisogno dei pazienti. L’industria della medicina inventa sempre nuove patologie e nuovi bisogni di salute per vendere tecnologie, medicine o strumentazioni. La tecnologia affascina molto ed è opinione comune che per ottenere i migliori risultati in termini di salute si debbano investire più risorse. Ma non sempre dove si investe di più i cittadini stanno meglio. Una ricerca della Darthmouth University (in New Hampshire, Stati Uniti) ha rilevato, ad esempio, che nelle zone dove si spende di più i pazienti ricevono il 60% in più delle cure, ma c’è un maggiore tasso di mortalità e minore soddisfazione per le cure ricevute. Inoltre, i costi per l’assistenza sanitaria stanno diventando insostenibili: si stima che negli Usa gli sprechi in sanità siano tra i 560 e 1.200 miliardi di dollari annui, tra il 21 e il 47% della spesa sanitaria nazionale. Per ogni dollaro speso, tra i 20 e i 50 centesimi non producono salute. E il solo eccesso di cure copre il 25% di tutti gli sprechi. Dobbiamo rovesciare la logica per cui molti aspetti quotidiani della vita sono diventati una patologia e praticare una medicina sobria, che faccia tutto quello che è necessario, senza eccessi negativi; rispettosa, che sappia considerare le aspettative dei pazienti senza imporre cure; e giusta, uguale per tutti, senza sprechi.

Dobbiamo arrivare a una “medicina sostenibile a livello individuale”, che garantisca un percorso diagnostico e terapeutico condiviso, sia sulla base delle conoscenze scientifiche, sia dei valori e delle aspettative del paziente

Una medicina “sobria, rispettosa e giusta” -le tre parole chiave che caratterizzano il movimento “Slow medicine”- è praticabile dando un nuovo valore alla relazione tra medico e paziente.
MB 
Questa relazione funziona e ha effetti positivi solo se è basata sulla fiducia reciproca. Una fiducia che si è persa nel tempo per diversi motivi. I medici sono oberati da competenze burocratiche e si tende a pensare che un esame, nell’illusione che “oggettivizzi” le condizioni del corpo umano, dica di più di una visita medica. Ma non si tiene conto, per esempio, che gli esami del sangue hanno enormi variabilità a seconda del laboratorio dove vengono effettuate, la posizione da cui viene prelevato il sangue, le condizioni psico-fisiche del paziente o altro ancora.  Tuttavia, la relazione tra medico e paziente è fondamentale da ricostruire, perché non esiste un percorso di diagnosi e cura che sia uguale per tutti. È un cammino soggettivo, ma che deve essere fatto insieme.

Ci suggerisce, insomma, che la medicina avrebbe perso di vista la persona.
MB 
Abbiamo perso la capacità di capire quali sono i problemi di un paziente prima di decidere come agire. Chi è quella persona. Che storia ha. Che rapporto ha con la parte del corpo dove sente dolore. Per esempio, a un paziente con dei giramenti di testa vengono prescritti un doppler ai tronchi sopraortici e un ecocardiogramma che evidenziano qualche anomalia di nessun significato patologico. Pur rassicurandolo sul buon esito degli esami, il paziente è diventato un “sano preoccupato”, in preda all’“ansia della buona salute”, perché sa di avere “qualcosa che non va” che sarebbe meglio curare e ricontrollare in futuro. Prima ancora di intervenire, è necessario creare un confronto, un dialogo che aiuti il paziente a superare questo “disagio dell’incertezza” e accettare che nessuno di noi è perfettamente sano.

Per questo propone di recuperare due concetti spesso “dimenticati”: rinuncia e vigile attesa.
MB 
Due termini che non fanno parte del patrimonio culturale di molti medici. La rinuncia è una scelta che va contro l’imperativo morale di noi medici di fare di tutto per i pazienti. Tendiamo spesso a occuparci di “etiche di frontiera” (come la vita o la morte), ma l’etica del quotidiano -che deve considerare non solo i possibili (e imprevedibili) esiti di una cura, ma anche i valori e i desideri del paziente- passa in secondo piano. Allo stesso modo, non fa parte della nostra formazione medica l’idea che si possa attendere, per osservare -per esempio- l’evoluzione di un disturbo. Dobbiamo arrivare a una “medicina sostenibile a livello individuale”, che garantisca un percorso diagnostico e terapeutico condiviso, sia sulla base delle conoscenze scientifiche, sia dei valori e delle aspettative del paziente.

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