Cultura e scienza / Attualità

Paola Dubini. La sfida della cultura

Il ministero dei Beni culturali è una delle cenerentole del bilancio pubblico, cui tocca appena lo 0,27% della spesa, in discesa. Così il Paese è a rischio desertificazione

Tratto da Altreconomia 220 — Novembre 2019
Paola Dubini - © Archivio Editori Laterza

Non sappiamo se l’abbia mai detto davvero l’ex ministro delle Finanze, Giulio Tremonti, ma sono in molti a pensare che “con la cultura non si mangia”. O almeno lo erano, come racconta Paola Dubini, docente di Management delle industrie culturali ed Economia delle istituzioni culturali alla Bocconi di Milano, autrice del libro “‘Con la cultura non si mangia’ Falso!” (Laterza, 2018). “In un anno di presentazioni in tutta Italia ho notato che l’attenzione alla cultura è in realtà molto più alta di quanto non sembri -dice-. E stiamo prendendo consapevolezza rispetto all’importanza della cultura nelle nostre vite”.

Paola Dubini, cosa ci dicono i (piccoli) numeri degli investimenti in cultura?
PD Una delle cose che si dice per stimolare maggiori investimenti in cultura è che, come dimostrano diversi studi, il ritorno economico dell’investimento pubblico in cultura è, almeno, tra 1,8 e 2. Ovvero: per ogni euro investito in cultura, la ricaduta diretta economica è doppia. In generale, conviene investire in cultura per le numerose ricadute -economiche e non- derivanti dalla presenza di un’attività culturale, che possono essere lette in termini di maggiori ricavi (per esempio turistici o di conoscenza) e minori costi (per la sicurezza, per la salute). È evidente che la portata di queste ricadute dipende anche dai livelli di investimento: i dati Istat ci dicono che la spesa delle famiglie per ricreazione e cultura è circa il 2% del totale. La legge di Bilancio per il 2019 prevedeva uno 0,27% di spese per il ministero dei Beni culturali, sul totale della spesa pubblica, con una tendenza decrescente allo 0,21% per il 2021. Purtroppo, con livelli di spesa di partenza così bassi, il “raschiamento del barile” porta solo danni e nessun beneficio: che differenza fa sul bilancio dello Stato passare dallo 0,1 allo 0,2% in spese culturali? Ragioniamo al contrario: che succederebbe al bilancio dello Stato se lo 0,2 diventasse 0,4? Poco. Che succederebbe al mondo della cultura? Una esplosione di vitalità. Se investiamo sotto una soglia minima, inevitabilmente dobbiamo concentrare risorse sui pochissimi asset forti, visibili, noti. E desertificare il Paese. Ma non possiamo solo “accusare” lo Stato: l’impegno su un livello minimo di attenzione e di investimento alla cultura è affare di tutti. Perché è un affare per tutti. Oggi siamo tutti chiamati a essere “militanti culturali”: allargare questi ragionamenti è una responsabilità collettiva.

“Il patto tra le persone e il posto dove sono nate si è rotto. E il Paese che le ha accolte ha il problema di fare in modo che si sentano a casa. Ricostruire una connessione tra le persone e i luoghi, un senso di appartenenza, è la sfida della cultura”

Quali indicatori abbiamo a disposizione per misurare il ritorno degli investimenti culturali?
PD In questo, siamo male attrezzati e non riusciamo a misurare i fenomeni nella loro complessità. Se il fatturato dei botteghini cinematografici è in calo, ad esempio, è vero che le persone vanno meno al cinema, ma non che guardano meno film. E se voglio misurare il consumo di film, non ho indicatori adeguati. Per non parlare poi delle ricadute che la visione del film ha determinato. Anche per questo, all’interno dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (asvis.it) abbiamo creato un gruppo di lavoro sulla cultura che sta ragionando su come le organizzazioni culturali tutte partecipano e possono partecipare allo sviluppo sostenibile. Misurare in modo più rilevante è una delle nostre direzioni di lavoro, come pure testimoniare la varietà dei modi in cui i mondi della cultura possono essere sostenibili e creare ricchezza condivisa.    

Quali sono i nuovi fenomeni culturali emergenti, dal suo punto di vista?
PD Meticciato mi sembra una buona parola chiave: contaminazione fra generi e attività dentro le organizzazioni culturali; esperimenti di assetti di governo per riunire pubblico e privato in enti più attrezzati a durare nel tempo, articolazione di pubblici potenziali e aspettative di attenzione e di servizio crescenti. La scommessa mi pare quella di essere capaci di farsi attraversare dalla globalizzazione senza rimanerne travolti. Il confine fra moltiplicazione di possibilità che si intrecciano come fonte di innovazione e mescolamento di identità e incapacità di risposta è labile. Siamo in un periodo nel quale ciò che mi identifica corrisponde a ciò da cui mi lascio attraversare. E l’appartenenza culturale può fare la differenza nel nostro modo di vivere in un mondo globalizzato: è quella cosa che ci fa sentire a casa anche se siamo molto mobili. Per un’organizzazione culturale è una sfida enorme: come può uno scoglio arginare il mare?

In questo senso, lei parla di un’“urgenza della cultura”. Cosa intende?
PD Sì, percepisco una certa urgenza nel far riconoscere alle persone l’importanza della cultura. Consideriamo che in Europa vivono 36,9 milioni di persone nate fuori da questo continente e 20,4 milioni di persone sono nate in un Paese europeo diverso da quello dove risiedono. Il patto tra le persone e il posto dove sono nate si è rotto. E il Paese che le ha accolte ha il problema di fare in modo che si sentano a casa.
Ricostruire una connessione tra le persone e i luoghi, un senso di appartenenza, è la sfida della cultura. Questa è la scommessa su cui ingaggiare la dimensione culturale di relazione tra i soggetti e gli spazi. È il mix di radicamento e apertura che ci  permette di trasformarci senza perderci.

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