Esteri / Attualità

L’identità incerta del “Generale” dei trafficanti

Mered Medhanie Yedego è accusato di essere uno dei più importanti trafficanti di esseri umani. Un anno fa l’estradizione in Italia di un ragazzo che però dice di chiamarsi Medhanie Tesfamarian Berhe

© MOAS/Jason Florio/Handout via Reuters
© MOAS/Jason Florio/Handout via Reuters

“L’arresto e l’estradizione in Italia di Mered Yehdego Medhane è un risultato straordinario conseguito grazie a un’intensa attività investigativa e di cooperazione transnazionale”. Con queste parole, l’8 giugno 2016, l’allora ministro dell’Interno, Angelino Alfano, commentava l’arresto a Khartoum (Sudan) di uno dei più potenti boss della tratta di esseri umani lungo la direttrice che collega il Corno d’Africa alla Libia e da lì all’Europa. Ma a un anno di distanza, i dubbi su quell’operazione (coordinata dalla Procura di Palermo, con il supporto della National Crime Agency inglese) si addensano più dubbi che certezze.

Eritreo, 35 anni, soprannominato “il Generale”, Mered Medhane Yedego avrebbe portato in Europa almeno 13mila persone. Il business della tratta lo ha reso un uomo ricchissimo e soprattutto molto potente. “È uno dei pochi, forse l’unico che si può permettere di andare in giro con un crocifisso al collo”, riferisce in un interrogatorio un uomo condannato per traffico di esseri umani e che ha collaborato proprio con “il Generale”.

Ma già nel momento in cui l’arrestato ha messo piede in Italia sono sorte le prime perplessità. Il volto del giovane estradato in Italia non assomiglia affatto a quello dell’uomo immortalato nelle immagini diffuse dalla procura di Palermo. Il giovane, infatti, dice di chiamarsi Medhanie Tesfamarian Berhe, ha 29 anni ed è un falegname che si trovava a Khartoum in attesa di trovare i soldi necessari a pagarsi il viaggio per l’Italia. Persino gli agenti siciliani inviati in Sudan per estradare il presunto trafficante hanno avuto un attimo di esitazione di fronte al giovane che veniva consegnato loro dagli agenti sudanesi.

Non appena le foto del giovane arrestato hanno iniziato a circolare sui media e sui social network si sono sollevate molte voci di amici e familiari del ragazzo che hanno denunciato lo scambio di persona. Tra questi Dshaye Tasfai, che vive a Palermo, cugino del giovane arrestato e che nei giorni immediatamente successivi ha raccontato al quotidiano Avvenire: “Non è un trafficante di esseri umani. Viveva nella casa di mio padre. Ha lasciato l’Eritrea nel 2014 ed è andato a Khartoum circa un anno fa. Viveva con i miei fratelli e le mie sorelle. Non aveva un lavoro per cui gli mandavamo del denaro”. A confermare la tesi dello scambio di persona anche diversi cittadini eritrei che erano stati trafficati verso l’Italia dal vero “Generale”. Anche la giornalista eritrea Meron Estefanos (e direttrice dell’Eritrean Initiative on Refugee Rights), che in passato aveva intervistato il vero trafficante, afferma di non riconoscere nel volto del giovane detenuto al Pagliarelli quello di Mered Medhanie Yedego.

Malgrado tutti questi dubbi, il processo contro Mered Medhanie Yedego si è aperto lo scorso 16 novembre a Palermo. Berhe, difeso dall’avvocato Michele Calantropo, ha respinto tutte le accuse. Mentre i pm palermitani restano convinti di avere in mano il super trafficante basandosi sulle telefonate intercettate tra Berhe e alcuni trafficanti. Conversazioni che – come ha riconosciuto anche l’avvocato Calantropo – sono effettivamente avvenute ma non contengono alcuna prova incriminante. Del resto, per i profughi che vogliono fuggire dal proprio Paese e attraversare il Mediterraneo, non c’è altra alternativa se non affidarsi ai trafficanti.

In questi mesi si sono accumulati molti elementi a supporto dell’estraneità del giovane sotto processo ai fatti che gli vengono contestati. Elementi che sono stati portati nell’aula del tribunale di Palermo, mentre altri sono stati portati alla luce da inchieste giornalistiche. Il quotidiano Avvenire, ad esempio, ha pubblicato la foto del tesserino di identificazione militare dell’imputato precisando che il giovane ha prestato servizio militare in Eritrea fino al 2014: una tempistica che non coincide con i periodi di “attività” del vero trafficante in Libia.

Il quotidiano inglese “Guardian”, invece, ha pubblicato un estratto da una chat del profilo Facebook di Mered in cui il trafficante stesso afferma che gli investigatori “hanno fatto un errore con il suo nome (di Berhe, ndr). Tutti sanno che non è un trafficante e spero che venga rilasciato”. Sempre il Guardian ha contattato e intervistato Lidya Tesfu, indicata dalle carte della procura come la moglie del “Generale”, che senza esitazioni ha affermato: l’uomo sotto processo a Palermo non è mio marito.

Dalle udienze in tribunale, intanto, sono emersi altri elementi a favore dell’imputato. Come la sua carta di identità validata dalle autorità eritree, la ricostruzione dei suoi movimenti tra Eritrea e Sudan grazie ai collegamenti al suo profilo Facebook. E soprattutto la testimonianza di Seifu Haile, un eritreo detenuto a Roma e condannato per traffico di esseri umani: per mesi Haile ha lavorato in Libia a fianco del vero Mered e nemmeno lui ha riconosciuto il giovane detenuto a Palermo.

“Il mio cliente è detenuto da un anno – commenta l’avvocato Michele Calantropo -. Ora è più reattivo rispetto alla situazione in cui si trova. Siamo riusciti a portare moltissime prove a favore della sua innocenza, per dimostrare che è estraneo a questa vicenda”.

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