Esteri

Ordine di sgombero per Occupy London

L’Alta corte, su istanza della City of London Corporation, ottiene l’allontanamento degli attivisti che dal 15 ottobre scorso hanno piazzato le proprie tende nel piazzale antistante la Cattedrale di St. Paul, per manifestare contro l’alta finanza in uno dei paradisi fiscali europei. La mobilitazione, intanto, cresce anche nella vicina Irlanda

L’Alta Corte ha dato ragione alla City of London Corporation: gli attivisti di Occupy London dovranno smontare le tende che dallo scorso 15 ottobre presidiano il piazzale antistante la Cattedrale di St. Paul, nel cuore del distretto finanziario della capitale britannica. Dopo cinque giorni di udienze, tenutesi prima di Natale, nel pomeriggio di ieri i giudici hanno deciso di emettere un’ordinanza di sgombero che, in base agli accordi con i legali della City, non sarà applicata prima del 27 gennaio.
I margini per un appello, secondo quanto disposto dalla stessa Alta Corte, sono molto ridotti. Il giudice che ha comunicato la sentenza ha negato la possibilità di fare ricorso, che però potrebbe lo stesso essere garantito dall’Alta Corte nei prossimi sette giorni lavorativi -anche se ci sono poche probabilità che ciò accada-. Le motivazioni alla base del provvedimento sono molteplici, e vanno dall’impatto negativo sulle attività dell’area, a problematiche legate all’igiene e all’ostacolo per i fedeli nell’avere accesso alla cattedrale. Tutte questioni che invece gli esponenti di Occupy London sostenevano di aver risolto, ribattendo che la Corte avrebbe dovuto tutelare il loro diritto  a manifestare, così come previsto dalla legislazione nazionale e dalla Convenzione europea sui diritti dell’uomo.  
Al di là dei prossimi sviluppi, che non sembrano incoraggianti, Occupy London ha già fatto sapere che andrà avanti in altre forme e dinamiche. “Questa non è assolutamente la fine”, ha dichiarato Tammy Samede, una delle rappresentanti del movimento. Più o meno sulla stessa linea d’onda sembra essere anche il vescovo di Londra, Richard Chartres, il quale ha affermato che a prescindere dallo sgombero delle tende, l’istituto collegato alla cattedrale di St. Paul continuerà a occuparsi delle tematiche al cuore della protesta.
Val la pena rammentare che il primo documento formale con delle richieste specifiche prodotto l’anno scorso da Occupy London riguardava il ruolo dei paradisi fiscali -quale è la stessa City of London, a detta della società civile internazionale– e la necessità che vengano finalmente smantellati. Un messaggio forte quanto sintomatico di come il bubbone della finanza in tutte le sue declinazioni sia ormai considerato alla base della crisi che stiamo attraversando da vari anni a questa parte.
Al proposito nelle isole britanniche la mobilitazione sta crescendo in maniera esponenziale. Se in Inghilterra l’attacco alla City è appena cominciato, in Irlanda ieri è stata lanciata una campagna sostenuta da una miriade di associazioni, sindacati e gruppi locali confluiti nel Debt Justice Action, che chiede al governo di non pagare il debito accumulato dalla Irish Nationwide Building Society (INBS). Il debito di questo istituto di credito ora in mano allo Stato, denuncia la coalizione, non deve essere accollato alla cittadinanza irlandese (per costi totali che ammonterebbero a 30 miliardi di euro nell’arco dei prossimi 20 anni). Una risposta positiva da parte dell’esecutivo di Dublino sulla questione sarebbe vista come un importante primo passo nella rinegoziazione ed eventuale cancellazione di quello che gli attivisti reputano un “debito ingiusto”.    

(foto di Marianna Addonizio)

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