Diritti / Opinioni

Ong: le inchieste decadono ma il danno resta

Il Tribunale di Catania ha dichiarato insussistente il reato di traffico illecito di rifiuti contestato a MSF lo scorso anno. La ferita però non è sanata. La rubrica di Luigi Montagnini

Tratto da Altreconomia 213 — Marzo 2019

È dal 20 novembre che aspetto di scrivere questo pezzo. La notizia è molto breve e potrebbe anche essere riportata così com’è, tanto è limpida: il Tribunale del Riesame di Catania ha dichiarato “insussistente” il reato di traffico illecito di rifiuti contestato a Medici Senza Frontiere lo scorso anno. Riporto non già il mio commento, ma il comunicato di MSF Italia: “Ancora una volta, accuse sproporzionate e infondate contro le navi umanitarie si rivelano per quello che sono: ostinati tentativi di fermare l’azione di soccorso in mare a tutti costi. Senza alcuna considerazione per le conseguenze di questa campagna di criminalizzazione sulla vita delle persone”.

Era il 20 novembre quando l’ANSA batteva la notizia: “Rifiuti pericolosi a rischio infettivo, sanitari e non, scaricati in maniera indifferenziata nei porti italiani come se fossero rifiuti urbani: è l’accusa nei confronti della Ong Medici Senza Frontiere e di due agenti marittimi che ha fatto scattare il sequestro preventivo dell’Aquarius, attualmente nel porto di Marsiglia”. Già, l’Aquarius. La stessa nave che il 9 giugno 2018 aveva salvato nel Mediterraneo 629 persone, tra cui 123 minori non accompagnati e 7 donne incinte. La stessa che aveva sbarcato i 629 migranti a Valencia 8 giorni dopo, perché i porti italiani erano stati dichiarati “chiusi” dal nostro ministro dell’Interno. Già, la Procura di Catania, la stessa che nel 2016 aveva imbastito l’indagine tesa a dimostrare i rapporti tra Ong e trafficanti.

Non entro nel merito della presunta “ossessione per le Ong” di qualche Pm: l’obbligatorietà dell’azione penale vale anche verso le Ong, per fortuna. Mi preoccupa la formulazione dell’accusa, anche se decaduta. Un’accusa molto subdola, non solo perché discredita un’Ong sanitaria che per definizione dovrebbe conoscere bene i principi per un corretto smaltimento dei rifiuti, ma perché dichiara che i vestiti dei migranti sono veicoli di infezioni.

È una sciocchezza, basterebbe fermarsi un attimo a pensare. Non mi risulta ci sia raccolta differenziata per i pannolini dei nostri bambini, per gli assorbenti o per i preservativi usati. Perché dovrebbe esistere per i vestiti dei migranti? Sono stato male, davvero. Ho commesso l’errore di leggere i commenti alla notizia su Twitter e in calce agli articoli sulla homepage dei principali quotidiani. Ho avuto paura di dove possano arrivare la stupidità e la cattiveria. Sapevo che vi avrei trovato insulti a MSF, c’è gente che sembrava non aspettare altro: “Ong negriere” è una delle espressioni più educate che ho letto. Non mi aspettavo però che i vestiti potessero diventare un ennesimo pretesto per prendere a calci la disperazione di chi li indossa.

58.569 le persone arrivate in Spagna via mare nel 2018, rispetto alle circa 23.370 in Italia e alle 32.497 in Grecia. Più di 2.200 i morti nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. Si tratta della rotta marittima più letale del mondo (fonte: UNHCR, febbraio 2019)

MSF è scesa in mare per salvare vite umane nel 2015. Lo ha fatto perché la chiusura di Mare Nostrum aveva condannato alla morte per annegamento migliaia di persone. Che siano le Ong a doversene fare carico è già di per sé preoccupante e rappresenta un enorme passo indietro per il nostro Paese. Il clima culturale però ha fatto molti più passi indietro dei nostri governi.

Il danno è enorme, chissà se potrà mai essere sanato. Chiudo prendendo a prestito il tweet di Valentina Furlanetto del 9 febbraio: “Ho letto le carte. Il Tribunale del riesame smonta le accuse per cui venne sequestrata 4 mesi fa la Aquarius. Hanno messo il secco nell’umido. Ma non c’era pericolo sanitario. E noi ci abbiamo aperto i Tg”. Qualcuno li apra ora dicendo che i vestiti dei migranti non sono infetti. Mi basterebbe questo.

Luigi Montagnini è un medico anestesista-rianimatore. Dopo aver vissuto a Varese, Londra e Genova, oggi vive e lavora ad Alessandria, presso l’ospedale pediatrico “Cesare Arrigo”. Da diversi anni collabora con Medici Senza Frontiere.

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