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Olimpiadi di Pechino: l’inverno dei diritti e gli interessi degli sponsor

La medaglia d'oro della XXIV edizione dei Giochi olimpici invernali che si apriranno a Pechino il 4 febbraio 2022 © Jernej Furman, via flickr

Il 4 febbraio si apriranno i Giochi invernali. Più di 240 organizzazioni per i diritti umani criticano il Comitato olimpico internazionale e i partner dell’evento (da Airbnb a Coca-Cola) per la copertura delle gravi violazioni dei diritti umani

Alla vigilia delle Olimpiadi invernali che prenderanno il via a Pechino il 4 febbraio, 243 organizzazioni per la tutela dei diritti umani hanno denunciato come la competizione possa “normalizzare” le gravi violazioni dei diritti umani di cui il governo cinese è accusato da diversi anni. Bersaglio delle osservazioni mosse dalle organizzazioni non è solo il Comitato olimpico internazionale (Cio) ma anche i principali sponsor dell’evento, responsabili di non aver rispettato i propri (dichiarati) standard etici.

Fin dall’assegnazione dell’evento (avvenuta nel 2015) diverse organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti umani hanno protestato contro la decisione di far disputare la XXIV edizione dei giochi Olimpici invernali nella capitale cinese, sottolineando come questa scelta tradisse i principi umanitari che dovrebbero costituire il fondamento delle Olimpiadi. “Non è possibile che i Giochi olimpici siano una ‘forza per il bene’ come sostiene il Comitato olimpico internazionale mentre il governo ospitante sta commettendo gravi crimini contro il diritto internazionale”, ricorda Sophie Richardson, direttore della sezione cinese di Human rights watch.

Gli sponsor più importanti dell’evento sono marchi noti: Airbnb, Alibaba, Allianz, Atos, Bridgestone, Coca-Cola, Intel, Omega, Panasonic, P&G, Samsung, Toyota, e Visa. Per le Ong la scelta di finanziare l’evento costituirebbe una violazione delle due diligence delle imprese -cioè l’impegno ad assicurare che non vi siano violazioni di diritti umani o ambientali nella propria catena produttiva- e le porterebbe a supportare indirettamente le contestate azioni del governo cinese. Le aziende si sarebbero inoltre rifiutate di rivelare le strategie adottate per rispettare, in teoria, i propri impegni.

Da anni il governo cinese viene criticato per la persecuzione ai danni di minoranze etniche e religiose, la violazione di diritti fondamentali e l’instaurazione di un regime di sorveglianza tecnologica a danno dei suoi stessi cittadini. Diverse organizzazioni per la tutela dei diritti umani hanno ritenuto che la Cina abbia sottoposto gli Uiguri (popolazione musulmana che vive nel Nord-Ovest del Paese) e gli abitanti del Tibet ad arresti e lavori forzati. Ulteriori accuse riguardano la crescente repressione di media e giornali indipendenti, sia nella Cina continentale sia ad Hong Kong: una situazione che ha portato all’arresto di avvocati, giornalisti e attivisti critici nei confronti del governo del presidente Xi Jinping. Infine le Ong denunciano una crescente sorveglianza tecnologica nei confronti dei cittadini tramite il controllo di Internet e dei mezzi di comunicazione, una violazione a cui verranno sottoposti anche gli atleti che parteciperanno ai prossimi Giochi olimpici invernali. “Gli atleti, i loro allenatori e il resto del personale che si unirà alla spedizione olimpica saranno molto probabilmente sottoposti a uno stretto regime di sorveglianza in particolare attraverso il controllo delle comunicazioni digitali”, denunciano le organizzazioni.

Il Comitato olimpico internazionale ha solo in parte risposto alle accuse mosse dalle organizzazioni, sostenendo che i propri doveri in tema di diritti umani sono stati annunciati nel 2017 e che quindi non si applicherebbero nei confronti delle imminenti Olimpiadi invernali, che erano state assegnate a Pechino prima di quella data. “Il Comitato ha sostenuto che sport e politica non si devono confondere, ma la stessa Cina ha usato le Olimpiadi del 2008 a Pechino per i propri interessi politici”, ricorda Bhuchung K. Tsering presidente della International campaign for Tibet.

Secondo le 243 realtà firmatarie, lo stesso presidente del Comitato, Thomas Bach, avrebbe appoggiato la campagna cinese per sminuire le accuse di molestie sessuali mosse dalla tennista Peng Shuai nei confronti di un ex rappresentante del Partito comunista cinese, oltre ad essersi rifiutato di incontrare la coalizione End Uyghur forced labor (Eulf) che si batte per la tutela della minoranza. Il Cio avrebbe inoltre imposto ai partecipanti di non esprimere durante la manifestazione posizioni critiche nei confronti del governo cinese o dichiarazioni a sostegno dei diritti umani.

Diversi Paesi, tra i quali Australia, Canada, Giappone, Lituania, Regno Unito e Stati Uniti, hanno annunciato il boicottaggio diplomatico alle Olimpiadi invernali, rifiutando di inviare i propri rappresentanti alle cerimonie di apertura e chiusura della manifestazione, senza però ritirare la propria delegazione sportiva. Per le Ong un ruolo importante nella lotta per la difesa dei diritti in Cina può passare anche dagli spettatori. Il pubblico può infatti informarsi sulle situazioni denunciate dalle organizzazioni oltre a compiere azioni concrete, come evitare di comprare prodotti ottenuti tramite il lavoro forzato. Un’altra strategia è quella di fare pressioni sui propri governi affinché si impegnino a portare avanti accuse contro i membri del governo cinese responsabili di crimini internazionali. Un’ultima azione a cui il pubblico è invitato riguarda lo spingere le aziende a sottoscrivere l’impegno proposto dall’Eulf. “La cruda realtà dei crimini del governo cinese e la loro continua impunità dovrebbero costringere il Cio, gli sponsor e gli altri associati alle Olimpiadi a chiedersi se questi Giochi stiano legittimando e prolungando gravi abusi”, afferma Dolkun Isa, presidente del World uyughur congress (Wuc).

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