Ambiente

Occhi puntati sul Mozambico

L’Italia torna a far cooperazione nello Stato dell’Africa Sud orientale. Sul piatto però c’è una strategia energetica, fatta di combustibili fossili e biofuels

"Mozambique Biofuels Assessment" è uno studio sui biocarburanti pubblicato nella sua versione finale il primo maggio del 2008, grazie a fondi della Banca Mondiale e dell’Ambasciata Italiana in Mozambico, all’interno del programma della Cooperazione italiana in collaborazione con il ministero dell’Agricoltura locale.
Poco più di un mese dopo, sulla rivista "Diplomazia Economica Italiana" l’allora Ambasciatore italiano a Maputo Carlo Lo Cascio ci tenne a ricordare del “forte interesse del Governo a sviluppare una strategia nel settore dei biocombustibili (alcune imprese italiane hanno già manifestato il loro interesse per la coltivazione della jatropha). Per l’agricoltura va tenuta presente l’enorme disponibilità di terre coltivabili ancora non utilizzate”.

Terra, energia, mercato del carbonio: ecco il tesoro nascosto per le aziende italiane. Ecco come, nascosta dietro parole come cooperazione internazionale e green economy, si progetta la strategia dell’impresa del terzo millennio. Incaricata della ricerca commissionata dall’Ambasciata è stata Econergy International Corporation, un’agenzia di consulenza per Governi ed imprese private con sede a San Paolo del Brasile molto coinvolta sulla questione energetica ed in particolare sullo svilupppo di progetti CDM (Clean Development Mechanism), i crediti di emissione che garantiscono, alle imprese inquinanti del nostro continente, ampi margini di flessibilità rispetto all’obbligo di taglio delle emissioni di gas climalteranti.

Il Mozambico, come altri Paesi africani con ampia disponibilità di terra e fame di finanziamenti, è oramai terreno di conquista per le piccole e grandi multinazionali del settore.
Il programma SMILE (Systemic Multistakeholder Italian Leveraging Aid), inserito nella strategia dei partenariati pubblico-privato, ha trovato nel Mozambico il suo Paese pilota, ed in accordo con l’Accordo quadro di Cooperazione Italia-Mozambico per il periodo 2010-2012 (circa 66 milioni di euro), concentra buona parte della sua attenzione sul settore agricolo, ed in particolare sulla formazione degli esperti in biotecnologie e sul possibile sostegno alla produzione di biocarburanti: "un terreno particolarmente fecondo" si legge sui documenti ufficiali dell’iniziativa "ove potrebbero convergere interessi comuni allo sviluppo di attività tecnologicamente innovative tra imprese italiane e locali da un lato, e tra i rispettivi governi, dall’altro, è quello dei programmi generatori di certificati di riduzione di emissione di CO2 (CERs: Certified Emission Reductions), nell’ambito del Clean Development Mechanism (CDM) previsto dal Protocollo di Kyoto sul controllo dei cambiamenti climatici."

Una possibilità molto interessante per aziende energivore o petrolifere come l’Eni che, infatti, ha visto nel Paese africano una delle sue punte di diamante della campagna d’Africa. Solo che alcuni mesi fa, ad una sessantina di chilometri dalla costa, la società di Scaroni è riuscita a scoprire un enorme reservoir di gas naturale, di una capacità che supera i 1900 miliardi di metri cubi, ad una profondità marina di quasi 2mila metri, per una perforazione totale di più di 5 chilometri.

Ma lo scrigno mozambicano non nasconde solo combustibili fossili. La grande scommessa sono i biocombustibili, in particolar modo la Jatropha, e il grande finanziatore potrebbe essere la Cooperazione italiana.  L’interesse dell’Eni si consolida nel marzo del 2007, quando firma un protocollo d’intesa con la brasiliana Petrobras proprio sulla questione biofuels, soprattutto per lo sviluppo di progetti di produzione e per l’esportazione del prodotto finito o del semilavorato in Europa, ed in particolare in Italia. E la riconversione dell’impianto di Porto Marghera a raffineria per un nuovo tipo di green diesel, che potrebbe arrivare a produrre 500mila tonnellate di carburante nel 2015 potrebbe essere un interessante tassello di tutto il mosaico.

Quanto il Mozambico, e la Cooperazione italiana, diventeranno strategici è solo questione di tempo.
Nel frattempo sono molte le imprese, alcune anche del nostro Paese, che hanno scelto di approfittare della gentile opportunità offerta come spiega la Leonardo Business Consulting, agenzia di consulenza per le imprese, che chiarisce come attualmente nel paese ci siano "26 progetti in corso sui biocombustibili […]". Un settore dove le aziende italiane sono particolarmente impegnate, come la Seci Api Biomasse Srl (una joint venture tra Api Nòva Energia Srl e Seci Energia SpA) con una farm di 6.300 ettari di jatropha.

La questione dell’interazione, a volte poco chiara, tra aziende private e mondo della cooperazione è stata fatta emergere recentemente in occasione del Forum sulla Cooperazione di Milano, grazie a "Requiem griffato per la cooperazione internazionale", l’articolo di Comune.info (http://comune-info.net/2012/09/requiem-griffato-per-la-cooperazione-internazionale/) e all’appello "Cooperazione NO LOGO" diffuso da diverse realtà della società civile (http://comune-info.net/2012/09/la-denuncia-di-comune-info-diventa-un-appello-cooperazione-no-logo/).

E in tutta questa esigenza di chiarezza potrebbe essere interessante capire come, il Paese pilota Mozambico, possa diventare anche un’utile cartina al tornasole per comprendere il futuro della Cooperazione italiana. Il 4 ottobre 1992 veniva firmato a Roma l’Accordo Generale di Pace che metteva fine alla guerra in Mozambico, raggiunto grazie all’impegno di mediazione della Comunità di Sant’Egidio. Il movimento laicale di cui è stato fondatore Andrea Riccardi, l’attuale Ministro alla Cooperazione Internazionale.

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