Altre Economie

Non torniamo indietro. Perchè Genova non si ripeta – Ae 20

Numero 20, settembre 2001Questo numero di AltrEconomia ha un cuore. È il lungo articolo scritto da Andrea Semplici che è tornato a Genova per noi dopo i giorni insensati dell'ira e della chiamata alla devastazione da parte dei black bloc….

Tratto da Altreconomia 20 — Luglio/Agosto 2001

Numero 20, settembre 2001

Questo numero di AltrEconomia ha un cuore. È il lungo articolo scritto da Andrea Semplici che è tornato a Genova per noi dopo i giorni insensati dell'ira e della chiamata alla devastazione da parte dei black bloc. Dopo i lacrimogeni e le cariche della polizia. Dopo le pietre e le travi. Da solo, dopo i 200 mila che erano scesi in piazza.
E, soprattutto, dopo la morte di un ragazzo di 23 anni.
È un cuore ferito quello di questo giornale. Non so voi.
Io mi ribello a che questa morte, questa ferita irreparabile, sia dimenticata o peggio, diventi qualcosa di diverso da quello che è: una tragedia. Individuale e collettiva.
Se alla vigilia ci avessero detto che questo sarebbe stato il prezzo da pagare, ecco, io credo che tutti, ma proprio tutti, avremmo detto che non ci stavamo. Non perché non avremmo dovuto manifestare ma perché avremmo saputo farlo in modo diverso.
E sarebbe stato lo stesso se a morire fosse stato un altro, uno in divisa, un carabiniere o un vigile del fuoco. Per questo siamo tornati a Genova. Perché un ragazzo di 23 anni ha pagato il prezzo più alto, per le sue scelte ma non solo per le sue. Forse anche per le nostre. E almeno questo glielo dobbiamo: tentare di ascoltare i suoi luoghi, i suoi amici, il rimbombo dei suoi passi. “Per capire cose che non capiremo”, come dicono i suoi amici.
Proprio perché siamo convinti che c'è un altro modo di stare in piazza che è non quello dello scontro -virtuale o reale-, che la giustizia che cerchiamo non può scendere a compromessi con la prassi, proprio per questo ora, dopo essere stati a Genova, dopo il silenzio, possiamo riconosce senza paura che siamo stati spiazzati.
Spiazzati dalla violenza premeditata dei black, spiazzati dalla reazione troppo spesso cieca delle forze dell'ordine. Spiazzati, ma non sconfitti. Anzi, quello che è incredibile è che la gente è ancora lì, in piazza. E ancora con le mani alzate, questa volta in maniera più consapevole. Non tutti per la verità, ma in larga maggioranza sì.
Nessuno però è autorizzato a immaginare che quel che è successo non potrà ripetersi, che i black si siano dissolti come nebbia e che la rabbia, il rancore, le ferite non abbiano scavato in profondità, negli avvenimenti e nei sentimenti.
Come testimonia, nelle pagine seguenti, Lorenzo Guadagnucci, giornalista di mestiere e amico per generosità, che in quella notte terribile dell'irruzione della polizia era lì, nella scuola Diaz a dormire, ed è stato massacrato di botte.
Come scrive Carlo Gubitosa, di Peacelink, che mette in guardia sui “black bloc della carta stampata”, subito schierati, sull'uno o sull'altro fronte, alla ricerca di un facile consenso. Come abbiamo trovato scritto in un sito anarchico, “il black bloc soddisfa tutti. È il toccasana per le coscienze dei 'compagni' benpensanti, come pure per gli sbirri più fascisti. Rende gli uni innocenti vittime e gli altri motivati aggressori”.
Con Carlo e con i colleghi di Nigrizia e di Redattore sociale, e poi ancora con Tonio Dall'Olio e con tanti “cronisti per un giorno” abbiamo condiviso a Genova il nostro lavoro di informazione, mettendo in comune quello che vedevamo, le testimonianze, i riscontri, le domande senza risposta.

E abbiamo imparato una cosa: tutti noi che eravamo a Genova in quei giorni, per passione o per lavoro, abbiamo visto un frammento. E il frammento non spiega il disegno complessivo. Dobbiamo avere il coraggio e la pazienza di mettere insieme le diverse tessere per tentare di arrivare alla verità. Che ci è necessaria. Non possiamo tornare indietro ed è già il tempo delle scelte: perché quello che è successo non accada più.

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