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Il coraggio di dire “no al cambiamento!”, e sì alla trasformazione

Davvero conservatore è chi promuove cambiamenti senza scalfire minimamente la forma del sistema vigente. Votare “No” al prossimo referendum costituzionale è una scelta saggia, che riapre il futuro al nostro Paese. Le “Idee eretiche” di Roberto Mancini

Tratto da Altreconomia 186 — Ottobre 2016
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi durante un'iniziativa pubblica in vista del referendum del prossimo 4 dicembre

No al “cambiamento”, sì alla trasformazione. È la formula che riassume il giusto orientamento per agire socialmente e politicamente. I governi collaborazionisti con i megapoteri finanziari parlano di riforme strutturali e in generale di cambiamento mandando un messaggio perentorio: questa è la modernità, il progresso, il futuro, opporsi significa essere superati dai tempi. Ma il loro “cambiamento” consiste in quelle modifiche (giuridiche, politiche, tecnologiche, burocratiche) che servono a conformare la vita della società alle richieste del mercato e della finanza. Sono le mutazioni genetiche di qualsiasi istituzione e delle leggi in modo che esse siano il più possibile utili al funzionamento del capitalismo globale. Mentre si fa credere che il cambiamento in sé, senza aggettivi, è sempre positivo, in verità il loro cambiamento è pessimo perché significa drastica riduzione della democrazia e taglio delle risorse per sanità, scuola, università, pensioni, enti locali.

È tempo di svegliarsi dall’incantamento delle parole rovesciate, avendo il coraggio di dire pubblicamente “no al cambiamento!”. Questa presa di posizione ha la stessa forza rivelativa dell’esclamazione del ragazzo che, nella fiaba dei vestiti del re, mentre tutti gli adulti tacciono fingendo, esclama: “il re è nudo!”. Opporsi alla strategia riassunta in questa parola magica per il governo Renzi e per quasi tutti i governi europei non significa essere conservatori. Al contrario, ci si oppone all’inganno perché invece si sceglie di promuovere la trasformazione. È la parola che designa la gestazione di una forma più giusta di economia e di società. Davvero conservatore è chi promuove cambiamenti senza scalfire minimamente la forma del sistema vigente. Non a caso il governo, la Confindustria e i poteri finanziari mondiali reclamano a gran voce le riforme strutturali e il cambiamento, ma impediscono ogni trasformazione. Il sistema è sacro, assoluto, non si tocca. Si cambia proprio per non trasformare l’economia e la società.

Non sarà solo una disquisizione astratta su due parole tutto sommato equivalenti? Per capire che non è così basta riflettere sul fatto che il movimento dell’altreconomia non ha mai puntato al cambiamento, né tanto meno alle riforme strutturali; punta alla trasformazione liberante del modo di vivere, di lavorare, di distribuire, di consumare, di rapportarsi alla natura. A furia di “cambiamenti” che passano sopra la volontà dei popoli siamo finiti nella trappola del regime post-politico della finanza. Infatti non è solo la democrazia a essere neutralizzata, è la politica stessa, se “politica” significa partecipazione collettiva e responsabile alla cura del bene comune. Nell’ottica neoliberista un concetto simile sembra il relitto dei secoli passati: la politica non serve più, c’è il Mercato che risolve tutto.

È precisamente in questa logica che il governo Renzi pretende di “cambiare” a colpi di maggioranza la Costituzione della Repubblica, nata dal concorso di tutte le tradizioni politiche italiane antifasciste. Si vuole la verticalizzazione del potere governativo. Tale operazione renderà il potere politico ancora più funzionale al potere finanziario, avremo governi inappellabili di fronte alle istanze dei cittadini, ma servizievoli nei confronti della finanza. Perciò votare “No” al prossimo referendum costituzionale è una scelta saggia, che riapre il futuro al nostro Paese. L’alternativa non è tra progressisti e immobilisti, ma è tra chi -consapevole o meno- lascia che si confezioni un testo costituzionale a immagine di questo sistema iniquo e chi vuole che la Costituzione sia sempre più un fondamento etico-giuridico per garantire la dignità di tutti. Visto che per adesso le parole della vita collettiva sono rovesciate, votare “No” in effetti è un atto positivo, capace di dare impulso alla nascita di una stagione di vera trasformazione democratica che restituisca la libertà ai sudditi della dittatura instaurata, naturalmente, in nome del “liberismo”.

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