Diritti / Attualità

Dalla Nigeria una speranza per le vittime di tratta

La massima autorità religiosa del popolo Edo ha pronunciato un editto con cui annulla i riti juju che vincolano le ragazze ai trafficanti. Il messaggio è stato accolto con gioia anche in Italia, ma per portare a risultati concreti serve il supporto delle istituzioni

La speranza per migliaia di ragazze nigeriane costrette a prostituirsi sulle strade italiane passa dallo schermo di un telefonino. Un video, girato nel sud della Nigeria, mostra il rito celebrato da un’importante autorità religiosa locale che, nel corso di una solenne cerimonia, ha annullato i riti juju (o vodoo) che vincolano le giovani e giovanissime vittime di tratta alle maman (le donne che in Italia gestiscono le ragazze) e ai trafficanti. Un fatto che può sembrare confinato a un’area remota dell’Africa ma che invece -potenzialmente- può segnare una svolta positiva nella vita di tante giovani e giovanissime costrette a prostituirsi. Lo scorso 9 marzo, l’Oba Ewuare II (la massima autorità religiosa del popolo Edo che vive nel sud della Nigeria) ha emesso un editto con cui ha annullato i riti juju e, oltre a liberare le ragazze che oggi sono schiave dei trafficanti, l’Oba ha lanciato una maledizione sugli stregoni che, in futuro, useranno nuovamente questi riti per agevolare la tratta di giovani donne.

Tramite YouTube, chat e social network, la notizia è arrivata in un lampo anche in Italia dove, solo nel 2016, sono sbarcate circa 11mila donne d’origine nigeriana: secondo le stime dell’Oim (l’Organizzazione mondiale per le migrazioni), otto su dieci sono vittime di tratta e destinate alla prostituzione. Tuttavia, il messaggio dell’Oba non ha avuto per il momento effetti visibili sulle strade. “Il messaggio dell’Oba è arrivato in maniera chiara, ma avuto ripercussioni diverse sulle ragazze –spiega Matilde Bornati, operatrice dell’unità di strada del SED, il servizio anti-tratta di Caritas Ambrosiana e della cooperativa “Farsi Prossimo“-. Le donne che si trovano in strada, purtroppo, non hanno possibilità di scegliere. Hanno paura, si è inasprito il controllo e continuano a ricevere minacce dalle maman. Ad altre viene detto che il messaggio dell’Oba ha valore solo per le ragazze che vengono da quella regione e non da altre”. Diverso il discorso per le giovani che hanno già iniziato un percorso di fuoriuscita dalle reti della tratta: “Tra di loro il messaggio è stato accolto e metabolizzato più facilmente -riflette Sonia Rotolo, assistente sociale del SED-. Per loro è un potente messaggio di speranza”.

“Le ragazze con cui siamo in contatto sono entusiaste di questa notizia”, aggiunge Samuela Bruni, coordinatrice dell’unità di strada dell’associazione “On the road” attiva tra Marche e Abruzzo. “Ci sono state due ragazze che sono state cacciate di casa dalla maman, subito dopo l’editto dell’Oba, e che si sono rivolte a noi per chiedere aiuto. Ma a parte questo non ci sono stati particolari cambiamenti: le ragazze ne parlano molto tra loro, ma non abbiamo visto un calo nella loro presenza sulle strade”. Spezzare le catene che legano le ragazze ai loro sfruttatori, infatti, non è semplice. “Tutte le ragazze hanno apprezzato questa operazione, che è stata percepita come qualcosa di molto importante -spiega Valerio Pedroni, referente dell’area migranti per il CNCA Lombardia-. Il debito molto consistente da pagare, le minacce e il timore di ritorsione sulle famiglie rimaste in Nigeria rappresentano però ancora una morsa molto forte”.

La liberazione dal rito juju, è un fattore importante, ma non sufficiente. E che per concretizzarsi in un’effettiva liberazione delle giovani vittime di tratta necessita un robusto supporto da parte delle istituzioni. “Alcune maman hanno lasciato le ragazze libere e sono venute da noi a chiedere aiuto. Altre ancora vogliono lasciare la strada –spiega Osas Egbon Osariemen, presidente dell’associazione “Donne di Benin City” con sede a Palermo-. Ma mancano strutture di accoglienza, in modo particolare per le minorenni”.  Una richiesta rilanciata anche da Piam Onlus, associazione con sede ad Asti e attiva in Piemonte: “Molte ragazze che hanno abbandonato i CAS (centri d’accoglienza straordinaria per i richiedenti asilo, ndr) volontariamente o perché obbligate, adesso vogliono poter rientrare nell’accoglienza. Si sentono libere dal ricatto juju e non vogliono continuare a prostituirsi. Servono più posti in pronta accoglienza per queste ragazze o provvedere alla loro riammissione nel circuito di accoglienza”.

Le principali associazioni impegnate nella lotta alla tratta di esseri umani si sono date appuntamento per sabato 14 aprile, nella parrocchia di Santa Chiara a Palermo. Sarà un momento di festa, ma anche occasione per confronto via Skype tra realtà attive in tutta Italia (tra cui Castelvolturno, Verona, Asti, Parma) a cui parteciperanno anche rappresentanti della Questura, del Comune e del Tribunale dei minori.

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