Cultura e scienza / Opinioni

La chiesa simbolo della Napoli perduta che si è ritrovata

Il restauro del complesso di Gesù e Maria nel quartiere dell’Avvocata è diventato palestra diffusa di cittadinanza. La rubrica di Tomaso Montanari

Tratto da Altreconomia 204 — Maggio 2018
La chiesa di Gesù e Maria nel quartiere dell’Avvocata di Napoli

Napoli, Avvocata: quartiere popolare, in salita, prima di Piazza Mazzini e del Vomero. La chiesa di Gesù e Maria, che sorge in cima a una strada costellata di conservatori che, tra Cinque e Settecento, ospitavano le ragazze “pericolanti”: quelle che non avevano la dote per diventare mogli e monache, e dunque rischiavano di imboccare l’unica strada gratuita, quella della prostituzione. Un pezzo dell’immensa Napoli sacra: il sistema di conventi, monasteri, confraternite oggi in gran parte vuoto, abbandonato, sull’orlo del crollo.

Così è andata alla chiesa di Gesù e Maria, che dopo il terremoto del 1980 (evento spartiacque, per Napoli) è stata chiusa: la porta letteralmente murata. Sbarrata per cittadini, fedeli, turisti: non per i ladri, che di notte si calavano dai tetti, e ne uscivano carichi di statue, pezzi di balaustre, marmi colorati, capitelli. Fino a ridurre la chiesa a uno scheletro inquietante. L’altare maggiore non c’è letteralmente più, al suo posto un cumulo di pietre e mattoni. Lì accanto, al posto d’onore nel presbiterio, il monumento funebre della duchessa Isabella Guevara di Bovino è ridotto alla sola figura della nobildonna, crocifissa su un graticcio di tubi Innocenti che sostituisce la cornice marmorea, smontata e trafugata. Un disastro: il simbolo della Napoli perduta, senza speranza.

Ma oggi anche il simbolo di una Napoli che riparte: a mani nude, ma con amore e intelligenza.

Oggi la chiesa finalmente è stata riaperta, la porta smurata, il restauro in corso: perché un’associazione di cittadini, Euforika (euforikanapoli.it), l’ha presa in concessione dalla Curia, e l’ha adottata. Non per farci soldi o trasformarla in un outlet, ma per restituirla alla città, perché torni a produrre cultura, conoscenza, coesione sociale. L’ho visitata in una bella giornata di aprile, insieme agli studenti dell’università di Napoli e ad altri, ancora più giovani, di un liceo di Treviso, impegnati a dare un senso alla scellerata alternanza scuola-lavoro. Ragazzi del Nord-Est: senza fiato di fronte alla bellezza e al disastro di Napoli, entrambi smisurati. Ma con gli occhi spalancati soprattutto di fronte a quest’altra Napoli, che in televisione non si vede.

Sono stati accolti non solo dai membri di Euforika, ma dalla guida appassionata di una volontaria dell’associazione Locus Iste (locusiste.it), che ridà senso al patrimonio culturale della citta, narrandolo ai suoi cittadini. Giovane storiche dell’arte, che pur condannate alla disoccupazione da uno Stato in ritirata, non si sono rassegnate, e hanno deciso caparbiamente di fare comunque il mestiere che hanno imparato, anche se per ora nessuno le paga. Dopo la visita, ecco una magia che solo a Napoli può accadere: tra la devastazione dei marmi e il cantiere si materializza un rinfresco generoso e mirabile di zeppole e sfogliatelle. La vita che trionfava su una morte che era apparsa senza rimedio. Rimane l’enorme rimpianto, la rabbia, per uno Stato che è stato tradito, disfatto, venduto. Ma lo Stato siamo noi, diceva Calamandrei. E la Costituzione: “La Repubblica tutela … il patrimonio storico e artistico”. I volontari di Euforika sono la Repubblica: i ragazzi di Napoli e Treviso fanno l’Italia e diventano cittadini sovrani. E mentre scendevo le scale senza balaustri e senza marmi e correvo a scrivere questo articolo per indurre qualcuno a donare qualcosa a queste associazioni, penso che dovremmo associarci tutti in una grande Euforika, che prenda la nostra democrazia, e la restauri. Con le zeppole, magari.

Tomaso Montanari è professore ordinario di Storia dell’arte moderna all’Università di Napoli. Da marzo 2017 è presidente di Libertà e Giustizia, www.libertaegiustizia.it

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