Cultura e scienza / Attualità

I musicisti senza frontiere che suonano con chi non ha uno Stato

Nata in seno a un’università britannica nel 2009, la SOAS Ceilidh Band porta gli strumenti nei campi dei migranti o negli spazi occupati. “Noi mettiamo la nostra musica, le persone che incontriamo la loro. Impariamo reciprocamente”

Tratto da Altreconomia 219 — Ottobre 2019
La band unisce età e provenienze diverse: studenti, professori, musicisti di strada. Per entrarci non ci sono audizioni e tutti gli strumenti sono ben accolti - © SOAS Ceilidh Band

Dunkerque, un ammasso di tende e baracche, tremila profughi, in gran parte curdi, che sperano di attraversare la Manica. I musicisti arrivano inaspettati. Vengono da Londra, portano strumenti della tradizione medio orientale, come il saz, un liuto a manico lungo, o il daf, un grande tamburo a cornice. Dopo lo stupore iniziale l’atmosfera si riscalda, alcuni uomini iniziano a suonare e a cantare, ritrovando le canzoni della loro terra. A ricordare quel momento è Ed Emery, musicologo e ricercatore che nel 2009 ha fondato un’orchestra molto speciale, la SOAS Ceilidh Band. “Portiamo gli strumenti nei campi dei migranti, nei luoghi di frontiera, negli spazi occupati. Nei prossimi mesi torneremo a suonare nei campi, in Francia, in Turchia e in Libano. Crediamo nel potere della musica di costruire comunità, di creare solidarietà con i lavoratori del mondo, con chi non ha uno Stato”.

Nata in seno a una prestigiosa università britannica -SOAS sta per School of Oriental and African Studies, dove si studiano le lingue e le culture dell’Africa e dell’Asia- la band unisce età e provenienze diverse: studenti, professori, musicisti di strada. Per entrarci non ci sono audizioni e tutti gli strumenti sono ben accolti. Il repertorio di base è la musica tradizionale irlandese e delle isole britanniche. Quando suonano il ritmo è trascinante e viene subito voglia di ballare. Ceilidh, infatti, è un termine gaelico che indica un incontro collettivo con canti e danze. Oltre all’amore per la musica, chi suona condivide una visione del mondo. Musicisti senza frontiere, come scrivono in un manifesto programmatico: “Siamo contro le appropriazioni nazionalistiche, consideriamo la musica, la canzone e la danza come elementi di fluidità e di sovversione”. Dice Ed Emery: “La crisi del nostro tempo è la crescita globale delle migrazioni in connessione con le guerre. Da qui le tecniche violente per il controllo dei migranti: i regimi polizieschi, la costruzione di muri e barriere, la criminalizzazione dell’aiuto umanitario. Questo porta al dovere morale di parlare e agire in solidarietà. Se non vai, non vedi; se non vedi non sai; se non sai non puoi agire”.

Destinatari per eccellenza, quindi, sono i people on the move, le persone sradicate, in movimento, che arrivano in Europa. “Il nostro metodo è semplice -spiega Ed-. Con i concerti a Londra raccogliamo fondi per comprare strumenti musicali di diverse culture e li portiamo nei campi dei migranti. Noi mettiamo la nostra musica, le persone che incontriamo la loro. Impariamo reciprocamente Con gli strumenti si creano momenti di aggregazione spontanea: i tamburi hanno un effetto infallibile. Si fanno avanti dei cantanti, si balla. Si attiva un processo di empowerment. Quando ce ne andiamo, lasciamo gli strumenti nel campo”. In questi incontri possono crollare degli stereotipi. “Abbiamo abbandonato la visione vittimistica di migranti e rifugiati. Molti di loro rappresentano il migliore capitale umano: coraggiosi, creativi, determinati”.

SOAS, è l’acronimo di School of Oriental and African Studies, prestigiosa università dove si studiano le lingue e le culture dell’Africa e dell’Asia

La presenza fisica, l’occupazione di luoghi in connessione con la pratica musicale si possono trasformare in azione politica: “Quando i migranti in rivolta hanno marciato verso il municipio, i nostri tamburi sono diventati un mezzo per affermare un diritto”. Ed, che suona il violino, adopera per la sua militanza accademico-musicale il termine etnomusicologia radicale. Specificando la differenza con l’etnomusicologia applicata, un approccio che, a suo avviso, si rivolge spesso a individui che hanno subito traumi da guerre o torture e dove i termini chiave sono terapia, cura, risoluzione dei conflitti. “Nessuno nega l’utilità di questo lavoro, i sanguinosi sviluppi della storia lasciano dietro persone traumatizzate. Ma l’etnomusicologia radicale ha un altro scopo, vuole sfidare il potere”. Perchè la musica “sovverte l’ordine prestabilito” e “ può dare voce a chi è escluso e ridotto in silenzio”.

Nata in ambito accademico grazie a degli etnomusicologi, la SOAS Ceilidh Band è anche un gruppo di ricerca. Nei viaggi si registrano e si studiano i materiali musicali. Può succedere così che in un campo profughi francese un uomo curdo intoni, nel silenzio generale, una canzone dei Peshmerga, “Ma ro, ma ro”, che parla di un padre che lascia la famiglia per andare a combattere. Una storia di partenze e abbandoni, caricata di nuovi echi emotivi nell’esperienza della migrazione. Nasce da qui l’idea di un viaggio a Sulaymaniyah, in Kurdistan, dove i componenti della band vanno alla ricerca del contesto originario di quella canzone sconosciuta e ne raccolgono altre; inizia un progetto di ricerca, il Kurdish Songbook Project. In prospettiva, il gruppo vorrebbe proporre in tutti i luoghi dove sono riuniti migranti e rifugiati una music room: uno spazio per la musica, il canto e la danza, dove si possa suonare e studiare. Perché la musica, oltre che uno strumento di empowerment, è soprattutto un diritto umano fondamentale.

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