Opinioni

Mps paga la senesità e assenza di strategia

Non bastano i Monti bond a "salvare" la banca di Siena. Sono necessarie una serie di decisioni, a cominciare dalla volontà della Fondazione di diluirsi nel capitale del Monte. Le stesse mosse che non sono state fatte nell’ultimo decennio, e che hanno portato alla situazione attuale

Comunque vada, nulla sarà come prima. Questa può essere la sintesi più cruda della vicenda Monte dei Paschi di Siena. L’emissione dei “Monti bond” e la loro sottoscrizione da parte dello Stato rappresenta di fatto un salvataggio che potrebbe tradursi nella nazionalizzazione della banca senese, a meno che non intervengono fattori di profondo cambiamento.

Come ha ricordato il ministro Vittorio Grilli, i bond sono un prestito oneroso, su cui Mps dovrà pagare gli interessi del 9% destinati a salire fino al 15%. Si tratta di una cifra che non può essere certo rimborsata con l’utile, ma ha bisogno, per poter essere pagata, che si verifichino appunto alcune circostanze. In primo luogo è necessaria una rapida ripresa delle quotazioni dei buoni del tesoro poliennali (Btp), da cui dipendono le sorti di patrimonializzazione della banca, imbottita di tali titoli; se si riducono gli spread e migliora lo stato di salute del debito italiano, si contraggono le minusvalenze del Monte e si riduce il bisogno di apporto di nuovo capitale.
In tal caso l’istituto senese può avviare il rimborso dei Monti bond, abbattendo il proprio conto interessi; il legame di Mps con lo Stato è dunque duplice, in quanto passa attraverso il prestito ricevuto e attraverso il miglioramento delle valutazioni espresse dai mercati sulla situazione dei conti italiani. Ma il rasserenamento dello spread non basta; occorre infatti lo svolgimento del pesante piano industriale già definito dalla banca, e servono nuovi capitali da recuperare sia mediante un aumento da circa un miliardo di euro ben prima del 2015 sia mediante la cessione di una porzione significativa dei titoli della banca stessa in mano alla Fondazione, la cui quota dovrebbe scendere del 10% circa a fronte del 37% attuale, arrivando a perdere di fatto il controllo strategico.
 

È evidente allora che, come accennato in apertura, in ogni caso “il Monte” non sarà più quello attuale: se, infatti, riuscirà a centrare le condizioni per il rimborso -che prevede una restituzione al valore nominale solo fino al 30 giugno 2015, e poi un prezzo maggiorato del 5% ogni due anni fino al massimo del 160%- sarà finalmente una banca contendibile e svincolata dalla politica, magari con una parte della proprietà in mano a fondi di investimento.
Perché questo accada, peraltro, saranno necessari anche un opportuno adeguamento dello Statuto della Fondazione, e un’abolizione del tetto del 4% del diritto di voto. Se invece queste condizioni non si verificassero e il rimborso divenisse insostenibile, allora Mps diverrà una banca di Stato con una quota pubblica ben sopra l’80%, come traduzione in azioni dei bond al prezzo di mercato.
In entrambe le circostanze, verrebbe comunque da dire, si chiuderebbe almeno una storia davvero brutta. L’ultimo decennio della vita dell’istituto senese è costellato di errori di diversa gravità. Oltre alla già ampiamente descritta operazione di Antonveneta e all’abuso degli strumenti della finanza derivata, la scelta della Fondazione di conservare a lungo il controllo assoluto della banca, difendendo ad oltranza la soglia del 51% è costata carissima.
 

La “senesità” ha significato un crescente indebitamento e la volontà di pagare cash la stessa Antonveneta pur di non diluire la percentuale di controllo cittadino sulla banca medesima. Per non cedere mai le azioni date in pegno per i prestiti ricevuti poi la strategia è stata quella di utilizzare la stessa Fondazione per aumenti di capitale, finanziati sottraendo risorse al territorio, e di cedere i gioielli di famiglia, come le partecipazioni in Intesa Sanpaolo, Mediobanca e Cassa depositi e prestiti; tutto per la senesità. Anche l’incredibile operazione conclusa con Jp Morgan riflette la pericolosa miscela di localismo, ingegneria finanziaria e l’ansia imposta dalla necessità di recuperare risorse liquide. Quello che era stato presentato a Bankitalia come un aumento di capitale era in realtà un prestito a tutti gli effetti, a causa dei complessi meccanismi di swap e di garanzia in capo ad Mps. Dunque Jp Morgan era solo un socio formale che non mostrava particolari interessi alla gestione bancaria -visti i contratti di usufrutto e gli swap che lo rendevano un “mero” prestatore-. I Monti bond sono lo strumento per aiutare la banca senese ad uscire dal pantano in cui è finita; l’auspicio è davvero che si chiuda rapidamente una stagione dove è mancata una visione strategica, sottomessa ad un complesso di interessi troppo particolari.

* Università di Pisa

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