Economia

Monocolture mangiatutto – Ae 65

Numero 65, ottobre 2005 I consumi di carne del Nord minacciano la biodiversità a Sud. Colpa delle monocolture di soia e mais (usati come mangimi per gli animali): portano pesticidi, deforestazione, e arricchiscono poche multinazionali. Senza contare l’aumento del transgenico…

Tratto da Altreconomia 65 — Ottobre 2005

Numero 65, ottobre 2005

I consumi di carne del Nord minacciano la biodiversità a Sud. Colpa delle monocolture di soia e mais (usati come mangimi per gli animali): portano pesticidi, deforestazione, e arricchiscono poche multinazionali. Senza contare l’aumento del transgenico

Arrivai per la prima volta in Brasile circa vent’anni fa. Mi stavo occupando, come membro di una commissione, di coltivazioni a fini industriali, con particolare attenzione ai possibili usi energetici di alcune piante. Provenivo dagli Stati Uniti, dove avevo visitato le enormi monocolture di mais, il cui utilizzo principale era la produzione di mangimi, ma all’epoca si stava anche sperimentando un uso alternativo: la produzione di etanolo, o meglio, bioetanolo, come carburante (era ancora vivo il ricordo della crisi petrolifera del 1979). Avevo visitato località fino ad allora per me sconosciute, come Lincoln, nel Nebraska, o Lafayette, nell’Indiana, ma soprattutto la città dove arrivava gran parte del mais lungo il Mississippi, cioè New Orleans, piena di silos di cereali, città antica e moderna ad un tempo, comunque piena di fascino: oggi fa molto male pensare come in questi anni New Orleans abbia prima subito un degrado politico e sociale ed ora anche un degrado fisico e materiale, dovuto certo all’uragano Katrina, ma anche all’incapacità da parte delle autorità statunitensi di affrontare un simile evento.

In Brasile l’etanolo come carburante era già una realtà, ma si utilizzava, anziché il mais, la canna da zucchero, che insieme al caffè rappresentava la coltivazione più diffusa, fino ai limiti della foresta amazzonica. E proprio questo fu il mio primo shock: la monocoltura rischiava di mangiarsi la foresta. Il secondo fu l’impatto di queste monocolture, oltre che sull’ambiente naturale, anche a livello sociale; il terzo l’odore dolciastro che usciva dai tubi di scappamento delle auto di San Paolo, alimentate ad etanolo.

Forse furono queste le ragioni che mi spinsero ad occuparmi dell’impatto ambientale delle monocolture in genere e, più tardi, di quelle transgeniche. Ed è sempre per queste ragioni che sono molto scettico quando sento parlare di coltivazioni per usi energetici: una cosa è l’utilizzo di scarti dell’agricoltura per ricavare anche energia, altra cosa è fare monocolture, coltivate con largo uso di prodotti chimici, per ricavarne combustibili e/o carburanti (come spiega l’ecologo David Pimentel, l’etanolo non garantisce approvvigionamento sicuro di energia per il futuro, non è una fonte rinnovabile e la sua produzione provoca degrado ambientale).

Ma torniamo al Brasile, dove quasi il 50% delle terre coltivabili, spesso lasciate incolte, è in mano all’1% dei proprietari terrieri. Vari milioni di famiglie sono senza terra, spesso senza il diritto di possedere neppure quella su cui vivono da generazioni. La possibilità di garantire cibo ai milioni di poveri che affollano il più grande Paese del Sud America è minacciata sia dalla deforestazione che dall’imposizione di un sistema di monocolture, un tempo soprattutto di canna da zucchero, caffè, cacao, cotone e tabacco, ora anche di mais e soprattutto soia.

Ogni anno in Brasile vanno perduti oltre 20 mila chilometri quadrati di foresta (tra agosto 2003 ed agosto 2004 ben 26.130), l’equivalente di una regione come la Sardegna. Le cause principali sono l’allevamento di bovini e la coltivazione della soia (destinata all’alimentazione animale). Per garantire commercio e trasporto di questi prodotti, quasi metà della foresta è ormai invasa dall’uomo e dalle strade, considerate l’elemento di maggior rischio per l’ecosistema. La coltivazione brasiliana di soia, spinta dall’enorme sviluppo del mercato mondiale, sta avanzando dalla savana del centro-sud del Mato Grosso, dove era iniziata alla fine degli anni 80, verso varie parti dell’Amazzonia. I sojeros sono arrivati a Santarem, cittadina a metà dei 2.500 chilometri che separano Manaus dalla foce del Rio delle Amazzoni. La realizzazione di una rete di terminal fluviali, per imbarcazioni che da sole spostano l’equivalente di mille camion di soia, ha ridotto i tempi e le spese, ancora una volta a scapito della foresta e a favore dei colossi dell’agribusiness internazionale.

La cosiddetta hamburger connection (cioè l’intreccio di coltivazioni per alimentare animali, nuovi pascoli e nuovi allevamenti per produrre carne da esportare) contribuisce dunque alla distruzione dell’Amazzonia, uno dei più importanti “polmoni verdi” del Pianeta. Sebbene questa logica produttiva si stia diffondendo o sia già diffusa in tutta l’America Latina, è in Brasile che si è maggiormente affermato questo modello agricolo, basato sulla monocoltura da esportazione e sulle grandi imprese multinazionali. Va ricordato, infatti, che durante il ventennio militare (1964-1984) era addirittura stata costituita una Divisione della polizia federale per soffocare i conflitti agrari, e che il precedente Presidente del Brasile, Fernando Henrique Cardoso, ha sempre sostenuto gli interessi dei latifondisti, favorendo la concentrazione fondiaria, con conseguente sfruttamento della manodopera familiare e salariata, espropriando i contadini e costringendoli all’emigrazione e all’inurbamento.

Ma il Brasile non è il solo Paese del Sud America con tali caratteristiche. Come riporta Ricardo Rozzi, dell’Universidad de Magallanes and Omora, in Cile: “Le piantagioni su larga scala di canna da zucchero, banana e cotone si trovano rispettivamente nel Sud, nel Nord e nel Centro America; anche gli allevamenti di bovini e ovini attraversano tutto il continente americano dalla Terra del Fuoco fino all’America del Nord… Oggi nel Sud America estese piantagioni monospecifiche di eucalyptus in Colombia, nel Brasile del Sud e in Cile hanno rimpiazzato le foreste native; vaste aree di foreste tropicali e temperate sono tagliate e bruciate per lasciare spazio ad attività di allevamento. Le analisi storiche di questi e di altri casi simili in tutto il Sud America mostrano ripetutamente che sono legati a boom economici effimeri che hanno lasciato alle spalle ambienti sociali ed ecologici degradati”. Ed ecco quanto riporta Ricardo Rozzi per la situazione cilena: “Dal 1940 le industrie cilene sono diventate sempre più dipendenti dalle monocolture del pino di Monterrey a scapito delle foreste native. Queste ultime continuano ad essere tagliate, bruciate, e sostituite dalle piantagioni, e sin dagli anni 80 il governo cileno ha accelerato questo processo elargendo dei sussidi e agevolando la piantumazione di vaste monocolture di eucalyptus.

Oltre alla perdita in biodiversità, la sostituzione massiccia delle foreste native con monocolture esotiche porta alla erosione e alla compattazione del suolo causando danni al ciclo idrologico con inondazioni d’inverno e siccità d’estate”.

Analogo è il discorso fatto dall’economista Hector Mondragon per la Colombia: “La violenza è diventata la norma. La terra è passata nelle mani dei grandi proprietari terrieri; in Amazzonia si distrugge l’ambiente per costruire autostrade allo scopo di favorire scambi commerciali che vanno a profitto dei più abbienti. Nel 1946, all’estrazione del petrolio è seguita l’espropriazione di 12 milioni di agricoltori, due milioni dei quali sono rimasti completamente senza terra. Sono state impiantate grandi coltivazioni di canna da zucchero e cotone mentre le colture alimentari venivano abbandonate in nome di interessi speculativi”.

Un altro Paese dove impera il latifondo è l’Argentina: dalla seconda metà dell’800 vennero introdotte le pecore e si avviò la coltivazione intensiva di cereali nella pampa. La ricchezza del Paese rimase concentrata nelle mani di pochissime famiglie e, quando le piccole aziende agricole incominciarono a fallire, i contadini furono obbligati a lasciare le campagne per cercare fortuna nelle città e la disoccupazione raggiunse livelli insostenibili.

Ho conosciuto questo Paese solo recentemente, ma l’impressione maggiore che ne ho tratto è stata la povertà di alcuni villaggi rurali, in netto contrasto con la ricchezza dei produttori di soia e di carne, che vengono esportati in varie parti del mondo, Europa in primo luogo. La soia è quasi tutta transgenica, controllata da poche multinazionali, come la Monsanto, che detengono non solo la tecnologia, ma anche i brevetti sulle sementi transgeniche. L’Argentina è uno dei primi esportatori mondiali di soia e per rispondere alla domanda del mercato internazionale ha iniziato da tempo a distruggere le sue foreste. Inoltre ettari di terreno destinati alla coltivazione di soia geneticamente modificata sostituiscono le piantagioni di frutta: circa il 50% del territorio coltivabile è oggi sfruttato per la monocoltura.

Ma quali sono le conseguenze sociali ed ambientali di questa scelta? Anzitutto quelle di ogni estesa monocoltura: la perdita di biodiversità sia naturale che agricola; l’abuso di fertilizzanti e pesticidi, che inquinano non solo il cibo ma anche i terreni, i fiumi e le falde; grandi consumi di energia (nell’agricoltura industrializzata per ogni caloria prodotta dalle piante se ne consuma almeno una di origine fossile); forti consumi di acqua e perdita di fertilità del suolo, che tende alla desertificazione; sfruttamento di ampi settori di popolazione rurale, portata a livelli di semi schiavitù. 

In Argentina i bulldozer distruggono le foreste di Salta, Yungas e Grande Chaco, che rappresentano la seconda foresta dell’America Latina, dopo l’Amazzonia. Si tratta di aree ricche di specie rare che potrebbero a breve scomparire definitivamente dalla regione: per ogni tre tonnellate di soia, se ne va un ettaro di terra. La distruzione delle foreste di Yungas e Grande Chaco provoca danni alle comunità locali e ai popoli indigeni anche perché i “baroni della soia” pagano la polizia locale per minacciare la gente e spingerla a lasciare la propria casa, non limitando l’uso delle armi. Senza contare l’impiego massiccio di pesticidi.

Uno studio pubblicato nella rivista New Scientist ha confermato che a causa dei problemi derivanti dall’uso di soia ogm, i coltivatori sono costretti a utilizzare una quantità di erbicida che corrisponde esattamente al doppio di quella che verrebbe utilizzata per la soia convenzionale. Inoltre, la propagazione di tali erbicidi ha provocato la distruzione dei raccolti convenzionali limitrofi gettando gli agricoltori sul lastrico. Così va persa anche la biodiversità dei prodotti della terra, come dimostra il crollo della produzione di riso, granturco, patate e lenticchie.

Inoltre, come spiega la biologa Silvia Ribeiro, l’Argentina, secondo produttore mondiale di alimenti transgenici e terzo produttore di soia, sta subendo sempre più gli aggressivi attacchi della Monsanto che pretende le royalty (15 dollari per ogni tonnellata) per l’uso del suo brevetto sulla soia transgenica, anche se Monsanto non ha alcun brevetto per la soia valido in Argentina. A fronte di tutto questo non ci sono neppure grandi vantaggi per i produttori di soia, costretti ad impiegare più chimica di quanto pensavano, senza quelle rese produttive promesse. Un’inchiesta condotta dal “Clarín”, il più diffuso quotidiano di Buenos Aires, pubblicata nell’inserto dedicato all’agricoltura “Rural” del 12 dicembre 2004, riporta che, su 1.278 coltivatori di soia transgenica intervistati, il 22,5% dichiara di aver ottenuto rese uguali a quanto si aspettava, il 21,7% superiori, mentre il 55,8% lamenta rese inferiori.

E tanto meno ci sono vantaggi per la popolazione: l’Argentina è tra i più grandi esportatori di carne e di soia, ma molti abitanti sono al limite della fame.

Come del resto succede in Brasile, dove, mentre il presidente Lula dichiara guerra alla fame, vi è stato nel 2004 il più grande surplus nella bilancia dei pagamenti della sua storia, grazie all’enorme aumento di export di prodotti alimentari (soia, mais, carni di ogni tipo, ecc.), verso la Cina, l’India, l’Europa: centinaia di milioni di asiatici ed europei vivono di cibo brasiliano. Tuttavia, decine di milioni di brasiliani soffrono la fame o sono su un livello di mera sussistenza. Sono queste le ragioni per le quali i contadini senza terra (i sem terra) del Brasile, come i campesiños del Paraguay e come tutto il movimento di agricoltori che stanno subendo pesanti conseguenze dal processo di globalizzazione imposto dalle multinazionali dell’agribusiness, speravano che l’arrivo al potere del Presidente Lula, che ha nominato ministro una leader del movimento ambientalista, contraria agli ogm, come Marina Silva de Souza (intervistata sul numero 64 di Altreconomia), ponesse fine ai tentativi delle multinazionali di far entrare gli ogm in Brasile e, in generale, nel Sud America. Invece a marzo di quest’anno il Congresso di Brasilia ha approvato una legge sulla biosicurezza, che rischia di spalancare le porte alle coltivazioni transgeniche (e che Lula non abbia potuto o voluto evitarlo poco cambia). Fortunatamente non tutti gli Stati membri della federazione brasiliana sono d’accordo: il governatore dello Stato del Paranà ha optato per coltivazioni “ogm free”, anzi ha negato perfino l’utilizzo dei porti presenti sul territorio dello Stato per trasportare raccolti transgenici.

Contaminati e “schedati”

Le contaminazioni, adesso, sono schedate: è nato di recente il primo “Registro degli incidenti da contaminazione transgenica”.

L’iniziativa, promossa dalle organizzazioni GeneWatch Uk e Greenpeace International, punta a “costituire un’importante risorsa” per cittadini e legislatori.

Al momento il registro documenta 63 casi di contaminazione in 27 Paesi, Usa in testa con 11 incidenti. E in particolare: contaminazioni da mais Starlink in 7 Paesi, rilasci illegali di raccolti ogm nell’ambiente o lungo la catena alimentare (dall’India alla Cina, dalla Tailandia all’Europa). www.gmcontaminationregister.org

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Conquiste millenarie le radici stanno in Cina

Dalla Cina alla conquista del mondo: coltura antichissima, la produzione di soia è “esplosa”  nel giro di cinquant’anni, come spiega Lester Brown, presidente dell’Earth Policy Institute (molti suoi suoi libri -tra cui lo State of the world- sono pubblicati in Italia dalle Edizioni Ambiente):

“La soia -scrive Brown- selezionata per la prima volta 5 mila anni fa nella Cina centrale, fu importata negli Usa nel 1804. (…) Nel 1973, negli Usa l’area coltivata a soia raggiunse quella dedicata al grano e nel 1993 superò l’area a mais. (…) Dunque il fulcro geografico della soia si è rapidamente spostato verso il Nuovo mondo. Nel 1990 gli Usa producevano, soprattutto nella “Corn Belt” attraverso un sistema a rotazione con il mais, metà della soia mondiale. Anche in Brasile e Argentina, che negli ultimi decenni hanno scoperto che la soia si adatta bene ai loro suoli e climi, la produzione è salita, raggiungendo  complessivamente nel 2003 quella degli Usa.

A livello mondiale il raccolto di soia è lievitato da 17 milioni di tonnellate nel 1950 a 194 milioni nel 2002. L’aumento di 11 volte va confrontato con l’aumento ben più contenuto della produzione cerealicola globale durante lo stesso periodo: 3 volte”.

Ecco a voi l’“hamburger connection”: un big mac equivale a sei metri quadri di alberi abbattuti

Non basta denunciare i disastri provocati dalle monocolture, per giunta transgeniche: dobbiamo anche assumerci, come consumatori europei, le nostre responsabilità. Una delle alternative al saccheggio della biodiversità mondiale resta il calo del consumo di carne, tanto più che il nostro modello alimentare, troppo ricco di proteine animali, rischia di essere esportato anche nei Paesi in via di sviluppo. Come hanno denunciato gli attivisti argentini di Greenpeace, che si battono contro l’espansione della coltivazione di soia transgenica nella provincia di Salta, le foreste vengono distrutte per coltivare soia destinata agli allevamenti bovini dei Paesi più ricchi. Ad esempio: ogni hamburger equivale a 6 metri quadrati di alberi abbattuti nella foresta, e richiede una quantità di cereali e soia sufficiente a sfamare 7-8 persone. Non si tratta quindi di consumare meno soia o mais in quanto tali (quelli prodotti in Italia sarebbero più che sufficienti per tutta l’Europa), ma di consumare meno prodotti derivati da animali alimentati con mangimi a base di soia e mais, di solito geneticamente modificati.

Oggi i Paesi ricchi consumano il doppio o il triplo delle proteine necessarie e in tal modo l’uomo, che biologicamente è un onnivoro prevalentemente vegetariano, negli ultimi decenni è diventato prevalentemente carnivoro.

Il consumo di carne nelle popolazioni dei Paesi più ricchi, un ottavo circa della popolazione mondiale, è arrivato a quasi 100 chilogrammi di carne pro capite all’anno, mentre una quota quasi uguale di popolazione, nel Sud del mondo, ogni anno o muore di fame o soffre di grave denutrizione.

Se tutta l’umanità volesse consumare 80-100 chili pro capite all’anno di carne, ottenuta sia da pascolo che da allevamenti intensivi, che richiedono mangimi proteici, occorrerebbe avere a disposizione una superficie doppia o tripla di quella del pianeta Terra, da adibire a pascolo e/o a coltivazioni di cereali e soia. Un’indicazione in tal senso viene anche dal calcolo dell’impronta ecologica per produrre carne negli allevamenti intensivi: servono quasi 15 ettari l’anno per una tonnellata di carne contro i 2 o 3 ettari necessari per una tonnellata di cereali.

Mangiare meno carne o non mangiarne affatto non è quindi solo un segno di rispetto per gli animali, è una scelta solidale con chi ha fame e con il futuro del pianeta.

Scelta che andrà comunque anche a vantaggio della salute dei cittadini dei Paesi ricchi: secondo le principali società scientifiche che si occupano di prevenzione di tumori, malattie cardiocircolatorie e malattie degenerative in genere, si dovrebbe ridurre sempre più il consumo di carne e di prodotti di origine animale.

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Desplazados e pesticidi le vittime del Paraguay

La soia miete vittime in Paraguay: la denuncia arriva da Raúl Zibechi, giornalista e scrittore (in Italia la casa editrice Eleuthera ha pubblicato Il paradosso zapatista). La rapida crescita della produzione di soia nel piccolo Paese sudamericano  (oggi terzo esportatore e quarto produttore al mondo) ha avuto due gravi conseguenze: lo spostamento di migliaia di “campesinos dalle loro terre” (desplazados) e l’avvelenamento di molti (bambini compresi) a causa dello spargimento di pesticidi.

“Nel 1995 -scrive Zibechi sull’agenzia di stampa Adital- si coltivavano 800 mila ettari di soia; nel 2003 si è arrivati a quasi 2 milioni”. Questo ha portato anche a una perdita di “sovranità territoriale, dal momento che grandi estensioni (di terreno, ndr) sono state acquisite da stranieri, in particolare brasiliani” e a una perdita di “sovranità alimentare, perché la monocoltura ha sostituito la varietà delle colture di sussistenza delle famiglie contadine”.

E il mais ogm conquista anche la Francia

Non solo a Sud: le coltivazioni transgeniche avanzano anche nella Vecchia Europa. Netta inversione di rotta in Francia, per esempio, dove nel 2005 i campi di mais ogm hanno registrato un vero “boom”, perché dai 17,5 ettari del 2004 si è passati al migliaio di quest’anno. Di questi, solo 500 sono “ufficiali”:  “La superficie reale di ogm coltivati in Francia supera i 500 ettari -conferma Yves Miserey del quotidiano Le Figaro- dal momento che oggi, in mancanza di una normativa, non è obbligatorio dichiarare le coltivazioni di mais ogm autorizzati”.

Le colture in questione sono diffuse soprattutto nella Francia sudoccidentale e le sementi arriverebbero dalla Spagna (dove gli ettari coltivati a ogm sono 58 mila).

“Non è una pratica illegale -dice ancora Miserey- visto che le varietà autorizzate da un Paese dell’Unione europea vengono automaticamente iscritte nel Registro europeo dopo qualche mese e ne viene così autorizzata la coltivazione negli altri Paesi europei”. E neppure l’Italia è immune. Secondo il Sole 24 ore le colture ogm a fini commerciali potrebbero arrivare già nel 2006, “con la definizione dei regolamenti di coesistenza”.

Brevettabilità a convegno

La scienza nella vita quotidiana: se ne parlerà al secondo convegno “Scienza e società” organizzato dal 10 al 12 novembre a Lastra a Signa (Fi) dal Consiglio per i diritti genetici. Focus sulla “brevettabilità della materia vivente” e sul suo possibile sfruttamento economico, con relatori del calibro di Barry Commoner (City University of New York), Stefano Rodotà, Gianni Tamino, Gianni Alemanno, Giuliano Amato.

Info: Sandra Korob, tel. 06-86384941, email  korob@consigliodirittigenetici.org

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