Diritti / Opinioni

Migrazioni: la necessità di un nuovo paradigma

I recenti “decreti sicurezza” sono l’apice di un inedito furore ideologico. Ma è miope non vedere come si siano innestati dentro un “corpo” già malato. La nuova rubrica a cura dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione

Tratto da Altreconomia 219 — Ottobre 2019

Con questo numero inizia la rubrica “Il diritto di migrare” a cura di Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) con la quale cercheremo di guardare alle migrazioni di oggi, in Italia e nel mondo, con uno sguardo giuridico e allo stesso tempo interdisciplinare, lontano da tecnicismi. Uno spazio per restituire la complessità di una tematica da anni violentata da banalità e falsità, ripetute fino a farle diventare luoghi comuni. Tutto ciò nella consapevolezza dell’urgenza di un nuovo pensiero politico e giuridico che dia gli strumenti per affrontare uno dei grandi cambiamenti del mondo di oggi


Con l’avvenuto cambio di Governo sta emergendo il tema dell’abrogazione dei due decreti sicurezza che tanto danno hanno portato non solo alla vita di decine di migliaia di migranti ma alla intera società italiana. La cancellazione delle due leggi, pur essendo una scelta di civiltà e di normalizzazione dell’agire istituzionale, da sola non ci porterebbe tuttavia molto lontano perché è necessario affrontare la questione generale, da anni tenacemente rimossa da ogni dibattito e confronto, della riforma del testo unico sull’immigrazione e della parallela mancanza di un testo unico sul diritto d’asilo. Se indubbiamente i due decreti sicurezza rappresentano un apice di furore ideologico senza precedenti risulta ben miope non vedere come essi si siano innestati dentro un corpus normativo generale sull’immigrazione che, consapevole di usare una espressione forte, non esito a definire gravemente malato, in quanto concepisce l’immigrazione non come un fenomeno strutturale e ordinario della nostra società, bensì come un evento eternamente emergenziale, nonché come una questione di ordine pubblico. Negare, impedire, ostacolare, ritardare (pur senza riuscirci) sono stati gli imperativi che hanno mosso da sempre le norme italiane sull’immigrazione (con qualche lodevole eccezione) in luogo di organizzare (canali di ingresso regolare), programmare (gli interventi di inserimento sociale), prevenire (fenomeni di irregolarità e marginalizzazione sociale), reprimere (il dilagante e persino ordinario sfruttamento lavorativo e il razzismo di cui ci siamo accorti con imbarazzante ritardo). Invece di adattarsi all’evoluzione della società il diritto degli stranieri si è persino progressivamente irrigidito fino a diventare un vero e proprio diritto speciale quando non ha assunto addirittura, come è stato ben messo in luce da molti studiosi, le fattezze feroci di un diritto penale speciale del nemico (gli interventi normativi in tal senso sono stati innumerevoli e non li affrontiamo qui per mancanza di spazio).

È quindi fondamentale un cambio di paradigma che deve riguardare in primo luogo la gestione degli ingressi regolari per motivi diversi dalla protezione, ovvero per lavoro o studio. La fine della vecchia e farraginosa programmazione delle quote d’ingresso è stata sostituita dalla negazione stessa della possibilità dell’ingresso regolare. Ma negare (l’accesso) non vuol dire affatto impedirlo, bensì equivale a rinunciare, da parte dei pubblici poteri, a svolgere ogni reale funzione di regolazione e controllo degli eventi lasciando esplodere le distorsioni tra le quali il riversarsi nel canale dell’asilo -l’unico disponibile- migranti che mai avrebbero pensato di farvi ricorso nella realizzazione del loro progetto migratorio. Il cambio di paradigma sugli ingressi si deve accompagnare a una altrettanto importante riforma che miri alla stabilizzazione dei soggiorni. Oggi la conservazione della regolarità di soggiorno è una disperata corsa ad ostacoli e la sua perdita si traduce in un evento irreversibile giacché si procede solo dalla regolarità alla irregolarità. Il risultato che si ottiene non è certo quello, declamato dalla retorica muscolare, di allontanare lo straniero che ha vissuto anni con regolarità e senza commetere reati ma solo quello di clandestinizzarlo e consegnarlo alla marginalità sociale. Cambiare non è solo possibile, ma è assolutamente necessario e il nuovo paradigma sopra accennato è da tempo stato tradotto in proposte tecniche -penso e rinvio a “Il nuovo manifesto Asgi”, asgi.it-, finora ignorate dal mondo politico.

Gianfranco Schiavone è studioso di migrazioni nonché vice-presidente dell’Asgi e presidente del Consorzio italiano di solidarietà-Ufficio rifugiati onlus di Trieste

© riproduzione riservata

Newsletter

Iscriviti e ricevi la newsletter settimanale di Altreconomia