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Mafia: se i riflettori non si accendono più

Il dibattito pubblico nazionale si concentra poco sullo strapotere della criminalità organizzata. Nonostante le pessime notizie, da Sud a Nord. La rubrica di Pierpaolo Romani

Tratto da Altreconomia 212 — Febbraio 2019
Pesaro, la scena dell'omicidio del collaboratore di giustizia Marcello Bruzzese

Proviamo a riassumere brevemente che cos’è accaduto nel corso del 2018 rispetto alla lotta alle mafie nel nostro Paese. Partiamo dalla Sicilia. Cosa nostra sta cercando di ricostituire la cupola, organo di autogoverno composto dai principali boss mafiosi, che ha il compito di mantenere la pace tra le varie famiglie, di gestire gli affari, di stabilire gli omicidi da compiere. Dopo la morte di Totò Riina i giochi si sono riaperti. Cosa nostra controlla ancora fortemente il territorio. A Palermo, così come in altre città siciliane, si continua a pagare il pizzo.

La mafia siciliana, aiutata anche da insospettabili imprenditori nel ruolo di broker, sta cercando alleanze con i cartelli della droga sudamericani. A Caltanissetta magistrati e dirigenti delle forze di polizia che indagano sulla cosiddetta “trattativa” e sui depistaggi che l’hanno caratterizzata sono stati minacciati. Matteo Messina Denaro, il più importante boss latitante, non è stato ancora catturato. Sarà l’obiettivo del 2019 ha dichiarato il Procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho.

La ‘ndrangheta calabrese continua ad avere la leadership nel traffico di cocaina mondiale, ad agire e fare affari in diversi paesi del mondo. La mafia calabrese ha colonizzato il Nord Italia, penetrando nella sua economia e in alcuni enti locali. Sono 112 i comuni sciolti per mafia in Calabria dal 1991 ad oggi, il 35% del totale. Anche in Calabria si sono registrate pesanti minacce a magistrati, investigatori e amministratori locali. A Pesaro, i killer della ‘ndrangheta hanno assassinato il fratello di un collaboratore di giustizia.

In Campania, l’arresto di diversi capi di gruppi camorristici ha lasciato spazio a giovani privi di scrupoli, amanti della ricchezza e delle droghe che, pur di controllare le ricchissime piazze dello spaccio, non hanno esitato -e non esitano ancora oggi- a sparare in mezzo alla gente inerme -le famose stese- anche in quartieri centrali della città di Napoli. Non va meglio nell’hinterland. A Castellammare di Stabia, durante una festa religiosa, in cima ad una catasta di legna destinata a produrre un falò è stato collocato un fantoccio con un cartello che recitava “così devono bruciare i pentiti”. La camorra di provincia, quella casalese, dopo l’Emilia Romagna ha dimostrato di aver messo radici anche nel nord-est d’Italia, in Friuli Venezia Giulia e Veneto, con l’obiettivo di fare soldi riciclando denaro sporco e compiendo reati di criminalità economica, grazie alla complicità di operatori finanziari e imprenditori locali.

320. Sono i comuni sciolti per mafia in Italia dal 1991 al 10 gennaio 2019. Di questi 112 in Calabria, 107 in Campania, 75 in Sicilia e 15 in Puglia (Fonte: Osservatorio parlamentare di Avviso Pubblico).

In Puglia la situazione è particolarmente critica nel foggiano. Qui, in un contesto di omertà, violenza e illegalità diffusa, come affermano i principali rappresentanti istituzionali, sono state messe delle bombe sotto le auto dei carabinieri, sono stati intimiditi pesantemente alcuni amministratori locali e magistrati, si è diffuso il caporalato e, insieme a mafia siciliana e calabrese, la Sacra corona unita ha investito importanti risorse nel narcotraffico e nel gioco d’azzardo.  Nel Lazio abbiamo preso atto che si era formata una mafia autoctona -“Mafia Capitale”- capace di condizionare la vita politica del Campidoglio e quella di persone e operatori commerciali dell’hinterland romano.

Pierpaolo Romani è coordinatore nazionale di “Avviso pubblico, enti locali e Regioni per la formazione civile contro le mafie”.

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