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Altre Economie / Reportage

Luppolo italiano e solidale per una birra artigianale e bio

Fares uno dei lavoratori impiegati nel luppoleto solidale di “Fuorimercato”.

Alle porte di Milano, la rete “Fuorimercato” ha iniziato a prendersi cura di un piccolo appezzamento per dar vita a una coltivazione e dare lavoro a persone fragili o a rischio esclusione. Coinvolti agronomi, birrai e migranti

Tratto da Altreconomia 205 — Giugno 2018

La pioggia caduta quasi ogni giorno durante il mese di maggio ha reso pesante il terreno e più faticosi i lavori in campagna. Lungo la stradina che porta ai campi di Cascina sant’Alberto a Rozzano (una decina di chilometri dal centro di Milano) ci sono ancora pozzanghere colme d’acqua. Malgrado le difficoltà, però, si continua a scavare: servono buche profonde circa un metro per sostenere i pali, alti sei, necessari per impiantare il luppoleto. “Si tira un cavo tra le sommità di due pali e da questo si fa scendere un’altra fune che fa da sostegno ai tralci -spiega Simone Di Quinzio, agronomo della cooperativa ‘Madre Terra’-. Il luppolo è una pianta rampicante e cresce molto velocemente, fino a 30 centimetri al giorno”. Se tutto andrà come previsto, a metà agosto si inizierà la raccolta dei fiori che regaleranno i loro aromi alla birra “FuoriMercato: artigianale, biologica e solidale.

“Questo progetto nasce dalla mia passione per la birra. Da qui l’idea di provare a costruire una filiera totalmente italiana. Ma soprattutto creare posti di lavoro”, spiega Matteo Lenelli, uno dei soci di “Fuorimercato”, una rete attiva in tutta Italia con l’obiettivo di “dare supporto ai progetti di agricoltura resistente -sottolinea Lenelli-. Cibo buono, a chilometro zero e che favorisce l’impiego lavorativo di persone fragili o a rischio esclusione”. Per la produzione del malto verrà utilizzato l’orzo biologico di Podere Monticelli, un’azienda agricola del lodigiano.

Mentre per l’altro ingrediente essenziale per la birra si è scelto di puntare sulla creazione di un “luppoleto solidale” alle porte di Milano. A prendersi cura delle piante e piccolo appezzamento di terra (5mila metri quadrati, con possibilità di raddoppio) sono Fares e Alaa, giovani egiziani arrivati in Italia da soli poco più che bambini e oggi giovani soci lavoratori della Cooperativa Madre Terra di Pavia. “Non mi sarei mai aspettato di lavorare in un luppoleto. Sono arrivato su un barcone partito da Alessandria d’Egitto, del viaggio non ricordo molto -spiega Alaa che ha messo piede in Italia appena 12enne-. Siamo stati accolti da una comunità per minori, Casa Homer, gestita da don Massimo Mapelli. Siamo andati a scuola: prima le medie, poi tre anni di istituto agrario”. Grazie ai progetti della cooperativa, i due ragazzi oggi hanno un lavoro e si stanno costruendo una vita autonoma.

Un primo crowdfunding lanciato in rete ha permesso di finanziare il processo di selezione delle piantine di luppolo e la consulenza dell’Università della Tuscia. Una seconda campagna di raccolta fondi servirà invece a coprire le spese per l’acquisto delle prime 1.400 piantine di luppolo (varietà Cascade e Chinook). “Abbiamo lanciato una campagna dal titolo ‘Adotta una piantina’ -spiega Matteo Lenelli-. Inoltre è possibile pre-ordinare la prima birra biologica, solidale e italiana che sarà disponibile tra settembre e ottobre, fatta con luppolo fresco”. La trasformazione e l’imbottigliamento saranno realizzati da due birrifici locali (Alma Birrificio Monzese e la Spilleria birrificio di Cassina de Pecchi) che hanno già aderito al progetto.

Se tutto andrà secondo i piani, il primo raccolto dovrebbe fornire circa 300 chilogrammi di luppolo secco. “Le piante entrano in piena produzione tra il quarto e il quinto anno di vita -spiega ancora Lenelli-. Useremo quello che ci serve e metteremo in vendita il resto della produzione per re-investire queste risorse nella produzione. Attualmente stiamo lavorando solo mezzo ettaro di terreno, vorremmo espandere la superficie coltivata ma soprattutto diffondere le competenze e creare nuovi posti di lavoro”.

Fiori di luppolo essiccati © cascina morosina
Fiori di luppolo essiccati © cascina morosina

La crescente passione degli italiani per la birra artigianale e l’aumento del numero dei micro-birrifici attivi nel nostro Paese (718 quelli censiti nel 2017 da Coldiretti, contro i 113 del 2008) hanno fatto crescere, parallelamente, l’attenzione di produttori e coltivatori per il luppolo. Una situazione favorita dalla legge 154/2016 (“Delega al governo e ulteriori disposizioni in materia di semplificazione, razionalizzazione e competitività dei settori agricolo e agroalimentare”), che oltre a definire i criteri di produzione della birra artigianale impegna il ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali a “favorire il miglioramento delle condizioni di produzione, trasformazione e commercializzazione nel settore del luppolo e dei suoi derivati”.

In questo ambito, il ministero ha poi finanziato l’attività di ricerca del progetto “Luppolo.it, avviato nel 2017, che ha come principale obiettivo “il miglioramento competitivo e qualitativo del luppolo da birra in Italia”. “Quasi tutto il luppolo utilizzato dai nostri birrifici viene importato dall’estero, prevalentemente da Belgio, Germania, Repubblica Ceca e Regno Unito -spiega Katya Carbone, ricercatrice del Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, crea.gov.it) di Roma e coordinatrice del progetto-. Il nostro obiettivo è quello di mettere a punto un progetto per migliorare la qualità delle materie prime agricole destinate alla produzione della birra, per rispondere così alle esigenze di chi produce birra artigianale o birra agricola e lo vuole fare utilizzando prodotti made in Italy”.

“Fino a dieci anni fa la coltivazione di luppolo non era presente in Italia se non a livello hobbistico -spiega Domenico Bosco, responsabile ufficio vino e altre bevande fermentate di Coldiretti-. Si tratta di una filiera ancora agli albori, ma già oggi questo prodotto ha una sua importanza e ne avrà sempre di più in futuro, visto il successo crescente delle birre artigianali e delle birre agricole tra i consumatori italiani”. I dati del Crea fotografano il cambiamento in atto: la mappatura aggiornata all’aprile 2018 censisce 74 luppoleti commerciali, equivalenti a poco meno di 34 ettari di superficie coltivata su tutto il territorio nazionale. “E c’è un amplissimo margine di crescita: secondo i nostri calcoli servono circa 200 ettari di coltura per soddisfare la domanda dei trasformatori italiani -sottolinea Carbone-. A ottobre aggiorneremo i dati con le nuove produzioni, siamo vicini al raddoppio della superficie coltivata”.

“Fino a dieci anni fa la coltivazione di luppolo non era presente in Italia se non a livello hobbistico” – Domenico Bosco

La crescente attenzione per il luppolo viene vista con interesse anche dai birrai. “C’è molta disponibilità a sperimentare -sottolinea Andrea Turco, fondatore del sito “Cronache di Birra e giudice in concorsi nazionali e internazionali-. Lo scorso anno sono state annunciate le prime tre varietà di luppoli autoctoni, selezionate dall’università di Parma e sono già state realizzate le prime cotte”.

Sul luppolo (elemento essenziale per una birra a chilometro zero) ha scommesso anche Filippo Ghidoni, giovane agricoltore che nel 2010 ha rilevato i terreni del nonno e l’azienda agricola “Cascina Morosina” vicino ad Abbiategrasso, alle porte di Milano. “Nel 2010 abbiamo iniziato con la semina dell’orzo distico da cui ricaviamo il malto -spiega- mentre a fine febbraio 2011 abbiamo fatto la prima semina di luppolo e oggi abbiamo cinque varietà in campo”. L’acqua arriva dal vicino Fontanile della Morosina e con l’installazione di un micro-birrificio, Filippo ha chiuso il ciclo produttivo. “La nostra è una birra agricola, che ha un profondo legame con il territorio in cui nasce -spiega Ghidoni-. Si tratta di una precisa categoria merceologica, definita dal decreto ministeriale 212/2010: almeno il 51% degli ingredienti della birra deve essere stato prodotto e lavorato nell’azienda agricola che adotta questa denominazione. Nel nostro caso siamo oltre il 70%”. Oggi la morosina imbottiglia una birra bionda, una weizen e un’ambrata, cui si è da poco aggiunta una birra senza glutine, adatta ai celiaci. “Un’altra novità è prevista per ottobre, quando uscirà la linea biologica -conclude Filippo- attualmente siamo in fase di conversione dei terreni, che completeremo dopo il raccolto di luglio”. 

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