Altre Economie / Reportage

L’Umbria è davvero verde: otto storie, oltre ogni stereotipo

Dall’agricoltura biologica e sociale al commercio equo e solidale, dalle costruzioni a basso impatto e “chilometro zero” agli spazi culturali rinati grazie al crowdfunding, ritratto di una regione in movimento

Tratto da Altreconomia 186 — Ottobre 2016
Gli interni del cinema d’essai “Post-Modernissimo”, di Perugia, riaperto grazie ad un crowdfunding
Gli interni del cinema d’essai “Post-Modernissimo”, di Perugia, riaperto grazie ad un crowdfunding

L’Umbria sembra sospesa, immobile nel tempo. Un po’ per la placidità mistica di queste terre in cui  Francesco d’Assisi parlò agli uccelli, ai lupi e agli umani, un po’ perché pur essendo incastonata al centro della penisola, appare da sempre come una periferia sonnolenta. Eppure, anche qui ci sono tante realtà “invisibili” che muovono piccole-grandi economie. Un fenomeno molecolare, tanti ruscelli carsici che improvvisamente riemergono in superficie, mostrandosi.

Alla cooperativa “L’albero di Zaccheo” lavorano la terra, un paio d’ettari concessi in comodato d’uso dalla Fondazione scuola agraria di Città di Castello (PG), all’estremo Nord, dove l’ultima punta di Umbria va a sfiorare la Toscana a Ovest e la Romagna a Est. Qui il biologico sta già dando i primi frutti: sono sbocciate le piantine orticole coccolate e fatte crescere all’interno della serra per essere vendute a chi intende trapiantarle nell’orto. Anche il resto della terra comincia a produrre, “ma per avere la certificazione biologica -dice Pierluigi Bruschi, coordinatore del progetto- occorre attendere i tempi tecnici”.

All’Emporio solidale gestito da Caritas le famiglie assistite fanno la spesa e possono scegliere i prodotti da mettere in tavola. Un passo avanti in termini di dignità

Intanto, l’albero di Zaccheo impiega già due persone, e altre se ne aggiungono a seconda della necessità stagionali. Si tratta di lavoratori disoccupati che avevano chiesto aiuto alla Caritas: la cooperativa è legata alla Diocesi locale e i prodotti -che per il momento soddisfano le esigenze di un gruppo d’acquisto solidale e che a breve verranno venduti anche nello spaccio a chilometri zero in apertura- finiscono anche sugli scaffali dell’Emporio solidale, gestito dalla Caritas stessa. L’Emporio è un vero e proprio supermercato in cui si fa spesa con una carta a punti che viene “caricata” dalla Diocesi a seconda delle necessità dei fruitori, in concerto con i servizi comunali. È stato aperto nel 2012, e occupa a tempo pieno una coordinatrice, coadiuvata da una decina di volontari. Viene rifornito oltre che con i prodotti della cooperativa agricola con donazioni e con le eccedenze di alcuni negozi della grande distribuzione, assolvendo così a un duplice scopo: fare solidarietà ed evitare sprechi. Sono quasi 900 le famiglie che hanno diritto all’accesso e in questi quattro anni di attività i punti spesi sono stati 287.100, equivalenti a 530mila euro. Fino ad oggi sono stati distribuiti 71 quintali di zucchero, 215 di pasta, 8mila confezioni di carne e tanto altro. E se prima la Caritas confezionava il “pacchettino”, oggi le famiglie assistite fanno la spesa e possono scegliere i prodotti da mettere in tavola. Un passo avanti in termini di dignità e di organizzazione.

C’è poi chi la terra l’ha scelta per costruire edifici: i tre ideatori di “Terra e paglia”, dopo anni di lavoro, studi e sperimentazioni, si sono costituiti in società, battezzando la loro creatura con i nomi delle materie prime utilizzate. E oltre a realizzare case, il loro core business, vanno in giro a spiegare a chiunque sia interessato (studenti di architettura, architetti stessi, committenti) le tecniche utilizzate. Per realizzare le case utilizzano la terra di risulta dello scavo delle fondamenta e il fieno dei campi di grano circostanti alle costruzioni. Edifici a “chilometri zero”, potrebbero dirsi. Sostenibili da un punto di vista ambientale, confortevoli e assolutamente sicuri: i soci di “Terra e paglia” stanno lavorando con l’Università di Perugia per ottenere una certificazione. E intanto costruiscono in tutta l’Umbria e all’estero. Ben felici se al cantiere partecipa il committente, cui vengono insegnati i rudimenti della tecnica di costruzione e i “segreti” della casa in cui andrà ad abitare. Ora in ballo c’è la ricostruzione di Spina, una frazione-gioiello nel cuore della regione, a pochi chilometri da Perugia e pesantemente danneggiata dal terremoto del 2009, che verrebbe ristrutturata secondo i più avanzati criteri antisismici e di armonia, perché nel caso di  “Terra e paglia” è come se i materiali disordinatamente sparsi sul territorio, prendessero forma e si trasformassero in abitazioni.

Una delle case realizzate da “Terra e paglia”
Una delle case realizzate da “Terra e paglia”

Ma l’Umbria non è solo terra e armonia. Ci sono anche le città. Ed è nel contesto urbano che sono riemersi due dei ruscelli carsici che la rendono una regione assai più vivace di quanto si pensi. A Perugia gli ideatori dell’Anonima impresa sociale cooperativa hanno riaperto gli spazi del primo cinema d’essai cittadino, il “Modernissimo”. Un posto che era chiuso da vent’anni e che fino a qualche tempo fa sembrava intrappolato nel declino che attanaglia tutto il quartiere in cui è localizzato. Invece no: il “Modernissimo” ha riaperto grazie a una creativa e sorprendente azione di crowdfunding alla quale hanno partecipato centinaia di persone che hanno sottoscritto quote da 10 a mille euro. Oggi si chiama “Post-modernissimo”, a segnalare al tempo stesso uno stimolante mix di continuità e cesura con il tempo che è stato. Ci lavorano quattro persone: la cooperativa conta un’ottantina di soci e la stagione proposta di film ricercati, incontri con gli autori, sonorizzazioni live di vecchie pellicole, spettacoli teatrali e concerti ha fatto sì che di ciò beneficiasse l’intero contesto urbano in cui il Post-modernissimo è immerso.

Nell’Umbria che sembra ferma sottotraccia si muovono tante cose, che prima o poi escono allo scoperto. E danno nuova luce alla parola benessere

Un percorso analogo è stato quello seguito dai ragazzi dello Zut di Foligno (PG), la cui struttura, il vecchio cinema nel salotto buono della città chiuso da decenni, ha festeggiato nello scorso mese di maggio i due anni di riapertura. Due anni in cui si sono succeduti quaranta concerti, cinquanta spettacoli teatrali, molti corsi di formazione incentrati sulla creazione di figure lavorative nel campo dello spettacolo e iniziative di vario tipo cui partecipa un’utenza di ogni età. Sono quattro le persone stabilmente al lavoro qui -lo Zut ospita anche anche un bar e un ristorante- che si sono ritagliate l’occupazione che volevano facendo leva, come per i ragazzi del Post-modernissimo, sulla loro passione. Oggi lo Zut festeggia ed è diventato residenza teatrale riconosciuta dal Governo, cioè un posto dove le compagnie sperimentali vengono a provare i loro spettacoli, oltre che punto di riferimento per una larga parte di cittadinanza.

E un punto di riferimento è diventata, a Terni, la Casa delle donne, luogo di incontro per esperienze di vario tipo dove i corsi di tecnica sartoriale cui hanno partecipato decine di persone hanno portato allo sbocciare di diverse attività di micro-impresa. “Sono corsi frequentati per le motivazioni più varie -dice Valentina Galluzzi, che fa parte del comitato che gestisce la Casa-: la studentessa universitaria di moda e design viene a far pratica, mentre la donna musulmana vuole imparare a cucire perché in città non trova abiti tradizionali da indossare”. Esperienze e percorsi diversi, tutti però con l’obiettivo di “reinventarsi”, come recita il claim dei corsi organizzati.

Zut e “Terra e Paglia”, Post-modernissimo ed Emporio solidale, l’Albero di Zaccheo e la Casa delle donne sono le facce diversissime l’una dall’altra di un prisma formidabile perché unico e multiforme al tempo stesso. La spinta che fa scorrere questi ruscelli carsici è quella della riappropriazione del lavoro per uno scopo autentico, della ricerca di un benessere reale che non combacia con la ricchezza in termini monetari, soprattutto quando viene raggiunta a prescindere dalle necessità dell’umanità e dell’ambiente.

Il prisma multiforme e unico trova la sua sintesi nelle botteghe del movimento del commercio equo e solidale che innervano l’Umbria. Non fosse altro perché due tra le cooperative che gestiscono i punti vendita, Monimbò e Ponte solidale, sono impegnate in un’attività di rilancio che ha come scopo principale proprio quello di diventare sempre di più punti di riferimento nel mare eterogeneo dell’economia solidale regionale. Ponte solidale ha messo a punto il trasloco in un punto vendita più ampio del precedente, a Ponte San Giovanni, alla periferia di Perugia, “non tanto per aumentare la quantità della superficie di vendita -dicono Stefania Guerrucci, socia lavoratrice, e Fabrizio Cuniberti, vicepresidente- quanto per agevolare lo scambio all’interno della nostra realtà e aprirci ulteriormente alla città”. Un’apertura che in questi anni ha consentito una crescita grazie alle partecipazioni a fiere e mercati che hanno fatto conoscere Ponte solidale e  portato la coop ad avviare un progetto di cooperazione con donne della Palestina che producono merci in vendita nella bottega. Monimbò -due punti vendita nelle principali città della regione e tre dipendenti- punta invece a far diventare la bottega di Perugia uno sbocco per i prodotti delle aziende di produzione “bio” regionali e un punto d’incontro cultural-social-ricreativo al di là della spesa da fare. “La nostra volontà di fare rete -dice Michele Stella, presidente della cooperativa- è testimoniato anche dal progetto di tv di comunità ‘Fair tv’, che ci ha consentito di tessere una serie di relazioni e di presentare, attraverso la produzione di reportage e cortometraggi, uno spaccato dell’economia alternativa regionale”. Nell’Umbria che sembra ferma sottotraccia si muovono tante cose, che prima o poi escono allo scoperto. E danno nuova luce alla parola benessere.


In dettaglio
UN ALTRO CIOCCOLATO È POSSIBILE!
Città di Castello-PG-Mondo. È geolocalizzata così la sedicesima edizione di “Altrocioccolato”, perché dall’Umbria equosolidale (UES) -il nome dell’associazione che organizza la manifestazione- racconta il Pianeta. “Continuiamo a parlare di cacao, e quest’anno -spiega Agostino Cefalo- lo facciamo con Roberto Caraceni, che in tutti il mondo ha visitato piantagioni sia nell’ambito di filiere fair trade che tradizionali”. Caraceni, vice presidente della Compagnia del Cioccolato, è l’autore degli scatti di una delle tre mostre che sono state esposte dal 14 al 16 ottobre. Le altre due, racconta Cefalo, uno degli organizzatori di Altrocioccolato, riguardano pesticidi e fertilizzanti e gli effetti di un uso massiccio di questi prodotti in agricoltura. “Il costo umano degli agrotossici”, di Pablo Ernesto Piovano, racconta l’Argentina, dove vent’anni fa il governo autorizzò la coltivazione di soia transgenica e l’impiego dell’erbicida glifosato. “In Umbria, invece, abbiamo intercettato il lavoro del ‘Comitato per la difesa della terra Valtiberina’, che lavora sull’utilizzo dei pesticidi nella coltivazione del tabacco, molto diffusa nell’area -spiega Cefalo-: vorremmo arrivare a suggerire alternative, nuove forme di economia, che in quest’area potrebbero essere legate alla canapa”. Come sempre, Altrocioccolato è terreno di coltura delle alternative: oltre alla mostra-mercato, quest’anno saranno valorizzate le esperienze di piccole economie del Sud Italia legate a i migranti, da Funky Tomato a Sfrutta Zero, passando per Sos Rosarno e Contaminazioni. Nel corso delle tre giorni verrà presentato anche un nuovo progetto legato alla cooperativa Monimbò di Perugia. Si chiama “Tukutane”, parola swahili che significa “incontriamoci”, ed è un gruppo di lavoro di sei persone sul turismo sociale e responsabile. “In aprile abbiamo realizzato il primo itinerario, in Tanzania: il rispetto dell’ambiente e delle culture sono il nostro obiettivo; diamo al turista l’opportunità di conoscere in modo approfondito il territorio che visita” racconta Virginia Giovi. (lm)

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