Interni / Intervista

Lotta al caporalato: la legge c’è, ma non basta

Il 18 ottobre il Parlamento ha introdotto norme più stringenti contro lo sfruttamento del lavoro in agricoltura. Le misure repressive, però, non sono sufficienti secondo Fabio Ciconte, portavoce della campagna #FilieraSporca: serve trasparenza lungo tutta la filiera, dai campi alla grande distribuzione organizzata (GDO)

Raccoglitori di pomodoro in Capitanata, nel foggiano
Raccoglitori di pomodoro in Capitanata, nel foggiano

L’Italia ha una nuova legge contro il capolarato, dopo la definiva approvazione al Senato, il 18 ottobre, del ddl “Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo”. “In termini politici, è un risultato enorme -sottolinea Fabio Ciconte, direttore generale dell’associazione Terra! Onlus e portavoce della campagna #FilieraSporca-, anche per i tempi brevi tra il voto alla Camera, il 2 agosto, e quello al Senato. In termini pratici, ha rappresentato già da questa estate un elemento deterrente, come ci hanno spiegato braccianti e caporali. Alcuni degli elementi chiave della legge, poi, sono punti cardine della nostra campagna: viene introdotto una responsabilità dell’azienda, ed è penalmente perseguibile anche il datore di lavoro che sfrutta la manodopera, anche quando non c’è la figura del caporale”.

La legge prevede infatti che chiunque recluti manodopera per destinarla al lavoro presso terzi in condizioni di sfruttamento e chiunque utilizzi, assumi o impieghi manodopera sottoponendo i lavoratori a condizioni di sfruttamento è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da 500 a 1000 euro per ciascun lavoratore reclutato; se i fatti sono commessi mediante violenza o minaccia si applica la pena della reclusione da cinque a otto anni e la multa da 1000 a 2000 euro per ciascun lavoratore reclutato. L’azienda, invece, può essere sequestrata o posta sotto controllo giudiziario.

Tuttavia, spiega Ciconte, “questa legge prevede, in larga parte, misure repressive”. Nasce, cioè, per reprimere il fenomeno quando questo si è verificato. Un limite, per #FilieraSporca -campagna promossa dalle associazioni Terra! Onlus, daSud e terrelibere.org-: “Il nostro obiettivo è intervenire sugli elementi che rendono possibile lo sfruttamento. Un tema che non è affrontato, ad esempio, è quello della ‘intermediazione lecita’ del lavoro: oggi lo Stato non c’è, non ci sono uffici di collocamento per la manodopera bracciantile, ma gli operatori agricoli ci dicono che non hanno la possibilità di gestire in modo autonomo questa funzione”. La legge affida questo compito a una ‘Rete del lavoro agricolo di qualità’, uno strumento che si è gia dimostrato non efficace: le aziende non si iscrivono. Ecco perché sarebbe necessario rendere trasparente tutta la filiera: serve una ‘etichetta narrante’, che spieghi la vita del prodotto, che non è solo la ‘tracciabilità’ aziendale ma deve essere anche pubblica. Il consumatore deve poter conoscere il nome del fornitore, come sono stati raccolti e trasformati i prodotti agricoli. Se la filiera fosse trasparente tutti quei soggetti intermedi o apicali che oggi vivono all’ombra, e fuori da ogni responsabilità, ne sarebbero parte. Altrimenti continueremo semplicemente a reprimere un fenomeno che non potrà che esistere” dice Ciccante.

Alzando gli occhi dai campi, e guardando a tutto il processo che arriva al consumatore, si comprende come lo “sfruttamento della manodopera, giustamente punito dalla legge appena approvata, è solo la punta dell’iceberg, perché anche la grande distribuzione organizzata (GDO) che abbatte i prezzi ha ripercussioni negative sul lavoro, sulla qualità del prodotto e anche sull’ambiente; che i prezzi decisi dalla GDO mettono in difficoltà l’agricoltore. Oggi siamo di fronte a una filiera totalmente opaca, e questi elementi non emergono”.

Ciconte invita a considerare anche un altro aspetto: la raccolta -dei pomodori, delle arance, della frutta- è necessariamente un tipo di occupazione “stagionale”, è un fenomeno strutturale, come sottolineano i primi due rapporti di #FilieraSporca: “La raccolta stagionale esiste perché i prodotti sono stagionali; questi lavoratori, quindi, non possono essere costrette ad alloggiare in condizioni indegne, come ho potuto verificare nel ghetto di Rignano, che ospita 2-3mila persone, anche quest’estate -racconta Ciconte-. Questa condizione non può che esasperare gli animi, di chi abita il ghetto e di ci chi sta attorno. E alimenta il razzismo che stiamo vivendo”. Mancano risposte, per questo tema. E mancano anche sul fronte dei trasporti, quelli necessari per “agevolare” -dice Ciconte- meccanismi di reclutamento della manodopera fuori dal regime di sfruttamento. “Questi interventi, sugli alloggi e sui trasporti, dovrebbero essere coordinati in una logica non assistenzialista”.

Venerdì 21 ottobre Fabio Ciconte è a Sestri Ponente (GE), per partecipare all’incontro pubblico “Filiere e distribuzioni alternative. Funky Tomato: tra passata e futuro” promosso da FAIR -che aderisce alla campagna #FilieraSporca- in collaborazione con Altravia, Amici del Chiaravagna e Terra! e moderato da Altreconomia (sabato 22 ottobre un secondo appuntamento sempre a Genova, nell’ambito della due giorni “Combattiamo il caporalato a colpi di passata”).
“Il progetto ‘Funky Tomato’ dimostra che è possibile produrre una passata di qualità, e biologica, all’interno di una filiera sostenibile ed etica, che coinvolge il consumatore solidale. Credo che esempi del genere abbiano avuto un ruolo politico enorme, per la sensibilità che hanno saputo creare, anche per l’approvazione della legge”.

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