Ambiente

Loro inquinano, noi paghiamo

555 milioni di euro. Questo è il debito che le grandi dell’energia (Enel, Edison ed Eni in testa) hanno contratto immettendo troppa CO2 nell’ atmosfera. E saremo tutti a ripagarlo, perché per coprire le extra emissioni delle industrie che inquinano…

555 milioni di euro. Questo è il debito che le grandi dell’energia (Enel, Edison ed Eni in testa) hanno contratto immettendo troppa CO2 nell’ atmosfera. E saremo tutti a ripagarlo, perché per coprire le extra emissioni delle industrie che inquinano di più interverrà il governo con un fondo per l’acquisto di certificati di emissione. La maglia nera delle emissioni va a Enel che, secondo la classifica di Greenpeace sulle emissioni di CO2 del 2008, ha prodotto 44 milioni di tonnellate di anidride carbonica, oltrepassando il limite che le era stato imposto (42 milioni di tonnellate).

L’Emission Trading Scheme dell’Unione Europea aveva assegnato all’Italia per il 2008 un tetto massimo di emissioni di 211 milioni di tonnellate, questa quota prefissata è stata ripartita dal governo fra i vari settori e, al loro interno, fra i singoli produttori, ma i limiti non sono stati rispettati: sono state riversate nell’atmosfera 9 milioni in più di tonnellate. Ma ad aver oltrepassato il limite non sono tutti i settori, alcuni (come la produzione di carta, vetro e ceramica) hanno rispettato i valori massimi, o addirittura, complice il calo della produzione dovuta alla crisi economica mondiale, hanno “risparmiato” sulle emissioni. Il comportamento virtuoso di qualcuno però non è stato sufficiente a compensare le emissioni extra dei settori termoelettrico e raffinazione, che hanno riversato nell’atmosfera rispettivamente 10,4 e 5,1 milioni di tonnellate di CO2 in più di quanto era loro concesso. Oltre ad Enel, altri colossi dell’energia hanno esagerato nelle emissioni, contribuendo ad aumentare il debito: Edison ha emesso 22 milioni di tonnellate di CO2 (sforando di 8) ed Eni, nonostante il tetto massimo fissato a 6,7 milioni di tonnellate, ne ha prodotte 7,8.

Le centrali a carbone che più emettono CO2 in Italia sono di proprietà dell’Enel: la centrale di Brindisi e la centrale di Fusina, che complessivamente emettono quasi 20 milioni di tonnellate di anidride carbonica, oltrepassando il limite di quasi 5 milioni di tonnellate. Nonostante la classifica di Greenpeace provi che le centrali a carbone peggiorano la posizione italiana a livello di emissioni, in aprile l’esecutivo (attraverso la Commissione ministeriale per la Valutazione d’Impatto Ambientale) ha dato l’avvio alla riconversione a carbone della centrale Enel di Porto Tolle (Ro). Nel 2009 verranno riconvertite nello stesso modo altre due centrali e questo aggraverà il bilancio italiano sull’emissione di CO2 di altre 30 milioni di tonnellate. Il sistema dei certificati di emissione non aiuta a contenere le emissioni: la possibilità di acquistare e vendere i certificati, consente agli impianti che più inquinano di non investire per la riduzione di CO2, ma semplicemente, a cose fatte, di pagare per rientrare nel limite.

Per questo l’Unione Europea (il cui obiettivo è 20-20-20: diminuire le emissioni del 20% nel 2020) pensa di introdurre una carbon tax che non consenta più la commercializzazione di emissioni, ma vada direttamente a colpire le emissioni di gas serra. La tassa, che rientra nell’esecuzione della direttiva del 2003 sull’Energy Taxation e dovrebbe entrare in vigore nel 2013, colpirà ogni kg di CO2 prodotta con un ricarico fino a 3 centesimi di euro. Una carbon tax è già stata introdotta in Italia nel 1998 per finanziare un fondo per la riduzione delle emissioni, ma è stata congelata solo un anno dopo, e sostituita con il sistema dei certificati bianchi e verdi introdotto dal decreto-Bersani. La carbon tax è attualmente in vigore in 4 paesi dell’UE (Svezia, Finlandia, Danimarca e Slovenia) e nel 2011 sarà introdotta in Francia.

 

 

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