Lo stato della polizia – Ae 85

Da Genova in poi, sostiene Salvatore Palidda, nella gestione dell’ordine pubblico è prevalsa la logica della repressione violenta. La stessa della guerra preventiva Quando gli chiedi se in Italia abbiamo una polizia autenticamente democratica, non esita a rispondere: “No, assolutamente…

Tratto da Altreconomia 85 — Luglio/Agosto 2007

Da Genova in poi, sostiene Salvatore Palidda, nella gestione dell’ordine pubblico è prevalsa la logica della repressione violenta. La stessa della guerra preventiva


Quando gli chiedi se in Italia abbiamo una polizia autenticamente democratica, non esita a rispondere: “No, assolutamente no”. Salvatore Palidda (nella foto) è fra i pochi studiosi italiani delle forze di polizia e non si fa illusioni: dice che viviamo una fase storica in cui il contesto spinge verso la militarizzazione della società e che  sarà difficile contrastare questa tendenza. Palidda insegna sociologia all’Università di Genova e nel 2001 ha seguito da vicino il G8 che si tenne nella sua città. Si è fatto un’idea molto chiara di quel che avvenne in quel tragico luglio.



Professor Palidda, che cosa ha rappresentato il G8 2001 per la polizia italiana?

È stato un punto di svolta, sul piano interno e internazionale. A Genova si è concretizzato l’abbandono della “gestione pacifica del disordine” che era stata adottata in tutti i Paesi cosiddetti democratici fino dagli anni Sessanta e anche prima. In sostanza le polizie agivano sulla base di un sapere pratico fatto di trattative e negoziati coi manifestanti. Si facevano accordi e compromessi in modo da garantire il massimo possibile di quiete pubblica.

A Genova il paradigma cambia, addirittura viene rovesciato. Si adotta una gestione militaresca. I manifestanti non vengono più considerati cittadini con pieni diritti, ma potenziali terroristi, potenziali nemici.



Perché questo cambiamento e perché proprio a Genova?

Le origini del cambiamento in realtà vanno fatte risalire al vertice di Seattle del 1999. È lì che comincia a prendere forma quella che io chiamo la “revolution in police affairs”, l’equivalente per le forze di polizia della “revolution in military affairs” teorizzata dai neo-conservatori negli Stati Uniti. In ambito militare si è applicata la logica della guerra preventiva e permanente, nell’ordine pubblico si è rinnegata l’idea di un approccio negoziale. È stata la stessa Condoleezza Rice, nell’audizione al Congresso dopo l’11 settembre, a citare il G8 di Genova: disse che già in quell’occasione c’erano state avvisaglie di infiltrazioni da parte di Al Qaeda.



Qual era l’obiettivo di questa militarizzazione dell’ordine pubblico?

Si voleva dare una lezione dura ai contestatori e al tempo stesso si intendeva affermare la retorica e la tematizzazione tipica dei neo-con, ossia che qualsiasi atto di disubbidienza, di protesta, di antagonismo alle scelte dei governi, è un atto terrorista tout court.



La gestione violenta della piazza fu una scelta politica?

Sì, c’era stata una scelta a priori, che all’inizio in realtà non era evidente, tanto che Silvio Berlusconi, qualche tempo prima del G8, arrivò a dire che sarebbe stata garantita la sicurezza di tutti, inclusi i manifestanti. Ma quel patto non è stato rispettato, anche per la forte interferenza dei servizi stranieri, specie americani.

 

Ma che cosa avvalora la tesi che vi fu una scelta esplicita in favore della violenza e della militarizzazione?

La conferma più importante e clamorosa, è nell’utilizzo di un’unità speciale della polizia -quella di Canterini entrata in azione anche alla Diaz- e soprattutto nell’impiego del Tuscania dei carabinieri. Il Tuscania è la stessa struttura da cui provenivano alcuni militari processati a Livorno -non condannati perché non fu possibile identificarli con certezza- per atti di tortura in Somalia. Gli stessi signori del Tuscania, protagonisti fra l’altro dei fatti di piazza Alimonda, saranno poi inviati in Iraq ad “addestrare” la polizia irachena. E nell’insegnamento useranno non a caso filmati girati durante il G8 di Genova. E poi c’è un altro particolare. A Genova fu inviato il capo dell’antiterrorismo Arnaldo La Barbera, poi indagato per i fatti della Diaz e deceduto nel 2002, ossia un alto dirigente della polizia che non aveva mai gestito l’ordine pubblico, ma si era sempre occupato di criminalità organizzata. È evidente che la gestione pacifica fu scartata fin dall’inizio.



Al processo Diaz un funzionario -Michelangelo Fournier- ha rotto il silenzio. Pochi giorni dopo Prodi ha annunciato la fine del mandato per Gianni De Gennaro. Che cosa sta succedendo all’interno della polizia?

Io credo che stiamo assistendo a un doppio regolamento dei conti: uno all’interno della polizia, proprio in funzione della sostituzione di De Gennaro, e un altro fra polizia e Sismi: una lunga vendetta dopo il caso Pollari. Il caso della Diaz è importante, perché fu una clamorosa montatura, ma gestita in modo così maldestro, oltre che violento e vigliacco, da rendere del tutto insostenibile la posizione di De Gennaro, invece protetto fino alla fine sia dal centro sinistra che dal centro destra.



De Gennaro ha dovuto farsi da parte.

Sì ma dopo un regno di sette anni.

La verità è che la gestione De Gennaro è stata vergognosa sotto il profilo della tutela delle garanzie democratiche.

In qualsiasi altro Paese, anche negli Stati Uniti di Bush, i funzionari pubblici imputati vengono sospesi. Da noi i responsabili del blitz alla Diaz sono stati protetti e addirittura promossi: questa è una responsabilità ancora più grave dell’accusa di istigazione alla falsa testimonianza, cosa di per sé gravissima. Questo non lo dice nessuno. Prodi è stato maldestro nei tempi e non ha legato la sostituzione di De Gennaro al G8, dimostrando tutta la sua debolezza.



Una commissione parlamentare sul G8 di Genova sarebbe utile?

L’istituzione di questa commissione è una pia illusione. E poi sarebbe una commissione che falsificherebbe ancora di più la verità dei fatti. Lo vediamo dai comportamenti dei partiti e dei singoli parlamentari: qualsiasi cosa facciano le forze militari e di polizia sono pronti a prostrarsi ai loro piedi, a giustificare tutto, a esaltarne l’assoluta intoccabilità.



Ma abbiamo o no forze di polizia davvero democratiche?

No, assolutamente no. C’è una componente attenta alla massima tutela delle garanzie democratiche e costituzionali, ma oggi è ridotta a minoranza. Certo non esisterà mai uno Stato poliziesco, perché nelle forze di sicurezza c’è comunque di tutto, ma in questa congiuntura c’è un’evidente prevalenza di chi usa metodi autoritari e ricorre alla violenza e alla trasgressione della deontologia democratica. Questo vale per tutte le forze di sicurezza, spesso anche per i vigili urbani. In molti Comuni, anche in quelli governati dal centrosinistra, si sono creati gruppi specializzati nella “caccia al rom” o nella “caccia al negro”, come dicono loro nel gergo interno. Che cosa vogliamo aspettarci? Chi può vigilare su questi fenomeni? Ci sono forse autorità indipendenti di controllo? No. E ci sono partiti disposti a battersi perché vengano istituite? Assolutamente no. Nella società si è radicato il meccanismo perverso delle paure, si è arrivati a un autentico parossismo securitario, che spinge all’esaltazione delle sorveglianze e dei controlli. Il risultato, sul piano sociale, è l’erosione dell’agire politico, della partecipazione attiva.



In arrivo le sentenze. e le prescrizioni

In autunno, e comunque entro la fine dell’anno, sono attese le sentenze di primo grado per i tre principali processi seguiti al G8 di Genova del 2001. Il più vicino alla conclusione è il procedimento riguardante 25 manifestanti accusati -per episodi diversi e distinti fra loro- di devastazione e saccheggio, un reato che prevede pene pesantissime, dagli otto ai quindici anni. È l’unico dei tre processi che non rischia la prescrizione, proprio per l’entità delle pene previste. A una fase ormai molto avanzata è anche il processo per i fatti della caserma di Bolzaneto (abusi sui detenuti). Sono sotto processo 45 persone, fra agenti di tutti i corpi di sicurezza (finanza, polizia di Stato, polizia penitenziaria, carabinieri) e alcuni medici e infermieri. Nessuno degli imputati è stato sospeso dal servizio. Quello di grado più alto -Alessandro Perugini, imputato anche in un altro processo per l’arresto illegittimo e il pestaggio di un minorenne- è stato nel frattempo promosso. Al processo per i fatti della Diaz (a sinistra), che vede 29 imputati, inclusi alcuni alti dirigenti nazionali della polizia di Stato (i cinque-sei di grado più alto sono stati nel frattempo promossi), si sono avute a giugno le uniche due deposizioni degli imputati: solo Vincenzo Canterini (nella foto) e Michelangelo Fournier hanno accettato di rispondere alle domande di pm e avvocati. Il primo ha ammesso di avere parlato di forti resistenze, nella relazione di servizio, senza avervi assistito di persona, ma sulla base di “deduzioni personali e sensazioni raccolte in cortile ascoltando i colleghi”. Il secondo ha parlato di “macelleria messicana” e ha raccontato di avere assistito a uno dei pestaggi, spiegando di avere taciuto per sei anni “per spirito di appartenenza”. Gli altri 27 imputati si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, per quanto siano tutti funzionari dello Stato. Per la maggior parte dei reati contestati nei processi Diaz e Bolzaneto la prescrizione scatta nel gennaio 2009. Sarà difficile, per quella data, concludere i tre gradi di giudizio.





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