Ambiente

L’Italia e il debito illegittimo dell’Ecuador

La società civile italiana chiede al Governo di cancellare una parte del debito contratto dall’Ecuador nei confronti del nostro Paese. L’ha fatto con una lettera indirizzata al ministro degli Esteri Franco Frattini, firmata da Campagna per la riforma della Banca…

La società civile italiana chiede al Governo di cancellare una parte del debito contratto dall’Ecuador nei confronti del nostro Paese. L’ha fatto con una lettera indirizzata al ministro degli Esteri Franco Frattini, firmata da Campagna per la riforma della Banca mondiale (Crbm), Mani Tese, Centro legale pro afro discendenti e indigeni (Clai), insieme all’Associazione delle Ong italiane, all’European Network on Debt and Development (Eurodad) e a sette tra Ong e reti ecuadoriane, parte del Gruppo nazionale sul debito.
La richiesta è il punto di arrivo di un percorso avviato nel 2007 dal governo di Quito, che ha costituito una commissione di auditing (composta da esponenti della società civile ecuadoriana e internazionale e da rappresentanti e tecnici del Governo) per l’analisi della composizione del debito estero contratto dal Paese sudamericano fra il 1976 e il 2006: dei 360 prestiti ottenuti, circa un terzo è stato dichiarato illegittimo, per un ammontare complessivo di 4 miliardi di dollari. Fra questi c’è anche il prestito che l’Italia ha erogato all’Ecuador nel 1995 per la costruzione della centrale elettrica di Marcel Laniado De Wind (nella foto in apertura), nei pressi della diga di Daule Peripa.
Il finanziamento, 45 milioni di euro, costituiva un “aiuto legato”: l’Italia ha erogato il finanziamento ottenendo in cambio che la gara d’appalto per la costruzione della centrale fosse ristretta alla partecipazione di sole imprese italiane in associazione ad imprese ecuadoregne, limitando così di fatto la concorrenza, in cambio di un finanziamento del 20% della spesa totale. Ad aggiudicarsi la gara fu infatti un consorzio di imprese guidato dall’italiana Ansaldo. I fattori che determinano l’illegittimità del debito sono analizzati nel rapporto Le responsabilità italiane nel debito illegittimo dell’Ecuador curato da Elena Gerebizza per la Crbm: i costi dell’impresa sono aumentati in corso d’opera del 160%, ma a questo non ha fatto seguito un aumento effettivo della potenza della centrale, che oggi lavora ad un terzo delle proprie capacità. Inoltre, le valutazioni ambientali effettuate non si sono rivelate conformi alle direttive interne della Banca mondiale sul tema. La realizzazione dell’opera è stata intrapresa senza effettuare consultazioni per ottenere il consenso delle popolazioni indigene (come prevede invece l’accordo 169 dell’Organizzazione internazionale del lavoro). In più, l’inondazione per creare l’invaso per la centrale elettrica ha costretto circa 15mila contadini ad abbandonare le proprie terre, e ha causato la diffusione di una pianta acquatica infestante, che oltre ad essere nociva per l’agricoltura, ha favorito la diffusione fra la popolazione di una forma di epatite dovuta al consumo di acqua non potabile.
Il debito, considerato per queste ragioni illegittimo dalla commissione auditing internazionale, non dovrebbe essere ripagato e neppure riconvertito. Riconvertire il debito significherebbe infatti ammetterne la legittimità e ignorare i danni che invece la popolazione ha subito.
Per questo l’associazione Mani Tese, Crbm e l’Associazione Ong italiane si sono unite per chiederne la cancellazione, e fermare la ri-negoziazione che il governo ecuadoregno aveva iniziato, anche per non opporsi platealmente all’Italia, che è il suo primo partner commerciale europeo. Tancredi Tarantino è il responsabile dei progetti in America Latina per Mani Tese:“Rinegoziare il debito consentirebbe all’Ecuador un risparmio del 70% sull’ammontare dei prestiti da restituire, ma l’illegittimità del debito verrebbe completamente ignorata -spiega-. Arrivare alla cancellazione per illegittimità invece sarebbe un segnale importante, un riconoscimento delle responsabilità che l’Italia ha nei confronti dell’Ecuador”.
L’Italia potrebbe seguire così l’esempio della Norvegia, che nell’ottobre 2006, dopo un lungo dibattito interno, ha deciso di cancellare unilateralmente e incondizionatamente il debito contratto dal Paese sudamericano.

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