Diritti / Opinioni

L’indispensabile tempo della rivolta

Assorbito lo choc di Genova 2001, nuovi movimenti hanno preso la scena. La frammentazione domina ma il campo è tutto da esplorare. La rubrica di Lorenzo Guadagnucci

Tratto da Altreconomia 232 — Dicembre 2020
© Ni Una Menos

Ci dovremmo chiedere perché, durante una crisi così profonda delle forme di convivenza umana sulla Terra -una crisi ecologica, ma anche morale, politica, sanitaria- non emerga un movimento sociale globale che rivendichi un cambiamento profondo, un nuovo paradigma. Una risposta univoca probabilmente non c’è. Contano qualcosa, nel mondo occidentale, i fallimenti di passate rivoluzioni, la crisi d’identità della sinistra storica, la dispersione con la violenza di polizia dei tentativi di avviare esperienze nuove. Su quest’ultimo punto si sofferma Donatella Di Cesare nel suo libro “Il tempo della rivolta” (Bollati Boringhieri). La rivolta, fa notare la filosofa, ha fatto irruzione nel mondo: da Minneapolis a Buenos Aires, da Santiago del Cile a Hong Kong, Beirut e Bangkok molti fuochi di protesta si sono accesi. Molto spesso, quasi sempre, tali rivolte sono state affrontate da apparati di polizia che hanno fatto, come si usa dire, un “uso eccessivo” della forza. Dai soffocamenti e i colpi di pistola a sangue freddo degli Stati Uniti, agli spari accecanti del Cile, l’elenco degli “abusi” è molto lungo. Ma di abusi davvero si tratta, si chiede Di Cesare? O non siamo, piuttosto, di fronte a una “disfunzione sistematica” con le polizie “legalmente autorizzate a svolgere funzioni extralegali”?

5.558: le vittime di violenza istituzionale denunciate durante le manifestazioni popolari in Cile cominciate nell’ottobre 2019. Le persone ferite con armi da fuoco sono state 1.938 e 285 sono state ferite agli occhi. Le denunce di casi di violenza sessuale sono state 246 (Fonte: Amnesty International, ottobre 2020)

L’ipotesi non è azzardata. A cavallo del millennio un “movimento di movimenti” attivo su scala pressoché planetaria, protagonista della prima compiuta critica alla globalizzazione neoliberale, fu messo fuori gioco con un sistematico uso eccessivo della forza da parte delle polizie di vari Paesi, quella italiana a Genova in testa. Con tale violenza, rimarca Di Cesare, lo Stato criminalizza l’interlocutore e de-politicizza il conflitto. È una vecchia storia: il ribelle, il contestatore, il dissidente ridotto a teppista e malavitoso. E tuttavia -ecco il succo del discorso- la rivolta è indispensabile per mantenere il campo aperto; serve a tenere sotto scacco i poteri costituiti; ha la funzione di prefigurare altri mondi possibili. Il tempo della rivolta dev’essere dunque protetto e rivalutato, affrontando tutti i rischi del caso: ci sono anche rivolte regressive, puramente violente, neofasciste. Ma senza rivolta, senza disobbedienze, senza un’opera di svelamento della trama nascosta del potere, non c’è cambiamento politico. Di Cesare cita la rivolta delle Ong che salvano corpi in mare a dispetto dei governi, Wikileaks e gli attivisti informatici celati sotto la maschera di Anonymus, le donne di Kobane; ricorda Martin Luther King e Gandhi: rivoltosi e disobbedienti di ieri e di oggi impegnati a creare “nuove comunità”, nuove forme di società.

Dopo il 2001, assorbito lo choc di Genova, altri movimenti hanno preso la scena e lasciato segni importanti: Occupy Wall Street e gli Indignados, Fridays for Future e Non una di meno, Gezi Park e Black lives matter, per citare i maggiori. Si è formata nel tempo una costellazione di movimenti sociali ma appunto si tratta di una costellazione: ancora non s’intravede un progetto capace di uscire dalla frammentazione. Il confronto è però aperto, il campo del possibile tutto da esplorare. In un Pianeta tanto degradato, nell’impasse politica generale, con la pandemia che rischia di paralizzare i pensieri oltre che le azioni, il tempo della rivolta può essere una via d’uscita. Sempre che il potere non torni subito a mostrare il suo volto più cinico e più truce.

Lorenzo Guadagnucci è giornalista del “Quotidiano Nazionale”. Per Altreconomia ha scritto, tra gli altri, i libri “Noi della Diaz” e “Parole sporche”

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