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Altre Economie

L’etica maker e l’innovazione

L’11 giugno a Milano s’inaugura WeMake-Milan’s Makerspace, un laboratorio dove lavorano i nuovi artigiani dell’open source, tra autocostruzione e stampanti 3D.
A queste esperienze è dedicato il libro "Maker A-Z", dove raccontiamo -tra le altre- le storie dei FabLab di Torino e Reggio Emilia —

Tratto da Altreconomia 158 — Marzo 2014

“Quasi tutti hanno in casa un trapano, che però utilizzano per 15 minuti all’anno. Lo stesso -dice Enrico Bassi- potrebbe accadere in futuro con una stampante 3D”, quelle capaci, cioè, di stampare in tre dimensioni, di produrre oggetti. Enrico, designer laureato al Politecnico di Milano, è uno degli animatori del FabLab di Torino (fablabtorino.org), un laboratorio che mette a disposizione stampanti 3D, tagliatrici laser, plotter e una fresa capace di lavorare cere, resine, legno chimico, acrilici, PVC, POM e legno.
Sono “Digital Fabrication Tools”, gli strumenti di un maker, cioè di chi frequenta questo spazio, nato due anni fa (il 17 febbraio 2012) su iniziativa di Arduino (www.arduino.cc, l’azienda che ha creato l’omonima piattaforma open source di prototipazione elettronica) in collaborazione con Toolbox Coworking (www.toolboxoffice.it, è in via Agostino da Montefeltro 2), che ospita gratuitamente il laboratorio.

Formalmente, il FabLab è un’associazione, che “ha chiuso il 2013 con circa 300 iscritti -spiega Enrico-: c’è lo studente che è passato una volta durante l’anno, ma anche chi è sempre qua”. Ci si associa pagando dai 10 agli 85 euro l’anno: il primo è il costo dell’opzione one shot, che garantisce l’accesso per 15 giorni; l’altro, il prezzo della tessera PRO, che garantisce l’accesso al FabLab ogni giorno, dalle 15 alle 23, e la possibilità di lasciare il proprio progetto, definito “project housing”. “Da poco abbiamo facciamo anche da service, ma preferiamo che chi frequenta il FabLab si associ, impari ad utilizzare le macchine e produca per sé. FabLab è una rivoluzione culturale, e non economica”. Secondo Enrico, diventare un maker impone anche una riflessione sui propri consumi: “Autoprodurre qualcosa non è facile come comprarlo, implica passione e tempi dilatati. E anche l’uso del bene segue ritmi più umani. In un FabLab costruisco un oggetto pensato per durare, e perché possa evolvere”. Quello stesso progetto, poi, normalmente è disponibile liberamente online: può essere scaricato, e riprodotto (ma non a scopo commerciale). Tra questi c’è, ad esempio, il boombox, un sistema di casse audio portatili costruite usando il compensato che sono state utilizzate a Torino nel corso dell’ultimo Bikepride del maggio 2013 (www.bikepride.it). Alla base del “fenomeno maker”, però, c’è l’idea che le tecnologie possano lavorare il pezzo singolo, che siano calibrate sull’esigenza di chi produce.  Esigenze che possono essere diverse: Enrico sceglie due esempi, per identificare due approcci che trovano idealmente spazio all’interno del FabLab. “Un associato ha realizzato una sedia a rotelle per praticare sport open source per la propria tesi di laurea. Voleva rispondere a un’esigenza, evidenziata da studi medici, di coloro che dopo un incidente vivono una situazione di paralisi: questi soffrono pesantemente la sensazione di inutilità, e una delle risposte più efficaci è la sport therapy. Per poter praticare uno sport, però, serve una carrozzina su misura, disegnata sui fianchi, per proteggere dal rischio di ribaltamento. Sono oggetti che costano tra i 2 e i 3mila euro, e che con il progetto del FabLab è possibile riprodurre con un decimo. Le ruote sono quelle di una bici, il mozzo è realizzato con tubi standard. La struttura è in legno più compensato, tagliato al laser. Il progetto è scaricabile gratuitamente. Uno può anche costruirselo localmente -racconta Enrico-. Viceversa, un team di tre persone ha progettato una bici fresata in legno, un oggetto bellissimo e unico, realizzato su misura per il ciclista. È leggera -pesa circa 10 chili, come una bici in alluminio-, a scatto fisso, molto tecnica: costa più di una bici normale ma è pensata per essere usata tutti i giorni, e dietro c’è un lavoro artigianale fatto con cura e pazienza. Chi la realizza, o se la fa costruire, ritiene che sia un oggetto degno di costare ciò che costa” conclude Enrico.
     
“Tra i soci del FabLab ci sono designer, architetti, ingegneri informatici, persone che lavorano nel campo della moda, grafici -racconta Enrico-, e c’è anche un carabiniere con la passione dell’elettronica: il denominatore comune è la voglia di fare, una sorta di ribellione di fronte a un messaggio standard, ‘se ti serve qualcosa, compralo’”.
Enrico Bassi definisce il FabLab come “fucina di sperimentazione”, e chi lo frequenta una “community”. Prima di arrivare a Torino, ha lavorato a Miami nel Design Innovation, finendo con l’allontanarsi da quel mondo perché “gli oggetti che realizzavamo non avevano un prezzo proporzionale al costo di produzione, ma al target scelto, che era quello medio-alto”. Al FabLab, invece, lavora con una logica ribaltata: “Si è creata una fortissima connessione tra un’azienda, che è Arduino, e un’associazione -spiega Enrico-, ed oggi proviamo a rispondere alla domanda ‘che cosa succede se un’azienda finanzia un laboratorio in cui si è liberi di fare sperimentazione?’. Ciò che vedo -continua- è che l’azienda può scegliere tra i progetti degli associati, provando a trasformarlo in una opportunità di guadagno, coinvolgendo chi ha avuto l’idea”. Del resto, spesso il maker non ha idea di come scrivere un business plan, né di come si fa un preventivo, o delle forme contrattuali possibili. Officine Arduino si occupa di tutto questo, lasciando ognuno libero di fare ciò che vuol e può fare. 

Reggio Emilia.

A Reggio Emilia il FabLab (www.fablabreggioemilia.org) è nato nell’ottobre del 2012, su progetto di Francesco Bombardi, un architetto di 41 anni: “L’ho presentato pochi mesi prima al Comune e poi alla Provincia di Reggio Emilia, per essere poi indirizzato a Reggio Emilia Innovazione (REi, reinnova.it), che si occupa di innovazione e reti di alta tecnologia, e lo ha finanziato”.
Formalmente, il FabLab è un laboratorio di Reggio Emilia Innovazione, un’iniziativa degli enti del territorio e di alcune imprese -come Legacoop e Unicredit-.
A differenza dell’esperienza torinese, la realtà reggiano opera “in uno spazio pubblico”, racconta Francesco, e chi partecipa -oggi un centinaio di persone, anche se una ventina sono le più assidue- non ha bisogno di associarsi.
“La ‘struttura’ è fatta di due persone (oltre a lui Fernando Arias), che formalmente hanno un contratto e una consulenza con REi, e si occupano di gestire l’affitto e la prenotazione delle macchine”, che sono quelle classiche di un FabLab -stampante 3D, tagliatrice laser, fresa, plotter-. 

Francesco insegna Design all’Università di Modena e Reggio Emilia. “Dopo aver lavorato a Parigi e a Barcellona, mi sono stabilito prima a Bologna e poi a Reggio, dove ho aperto il mio studio di architettura. Mi occupo di sviluppare unità abitative sperimentali, ad esempio in auto-costruzione, di smart cities.
Durante un evento ad Amsterdam, Social Cities of Tomorrow, abbiamo avuto a disposizione il FabLab di Amsterdam per preparare il congresso. Ho scoperto così un mondo che si occupa di open data, di autocostruzione, e tornato da lì ho pensato di scrivere il progetto per la mia città”.
“Facilitiamo l’azione dei gruppi di lavoro, e dirigiamo il flusso dei progetti: considera il FabLab un centro di ricerca, una community capace di riunione talenti, persone che hanno molte cose da dire. Il solo fatto di trovarsi in uno spazio diverso dal solito, e non inquadrato, stimola le persone. Credo che la presenza di FabLab sia molto utile nel mondo dei maker: molti tra coloro che ne fanno parte fanno le cose  per farle, e non si rendono conto che hanno un valore”.

Chi frequenta il FabLab di Reggio Emilia s’intende di elettronica, design, web marketing, modellazione 3D, meccanica, video-grafica, fisica. Questa è una ricchezza, spiega Francesco, perché permette la creazione di “gruppi di lavoro imprevedibili”. Spiega: “Quando un’industria fa ricerca, normalmente coinvolge soggetti che lavorano tutti sullo stesso ambito. Hanno idee nuove, e insieme cercano di perfezionare.
Ma c’è un momento in cui questa modalità diventa sterile: quando sei specializzato in un settore, sei condizionato. Da processi consolidati, da modalità, da competenze.
L’interdisciplinarità data dalla compresenza di designer ed educatori, o di un fisico nucleare e di un agronomo, persone di estrazione molto diversa, danno ai progetti del FabLab quella che viene definita “visione laterale”.
Stimolo, spunti che possono venire solo quando non sei uno specialista, che non è libero di interpretare un tema”.

Tra le peculiarità dell’esperienza reggiana, c’è il coinvolgimento delle aziende del territorio: “A cinque imprese, che lavorano in settori che vanno dal food all’Information Communication Technology alla meccatronica, abbiamo chiesto di indicare un tema a loro caro di ricerca, e abbiamo realizzato un ‘Idea challenge’, coinvolgendo la nostra community, che in questo modo si mette alla prova di fronte a domande poste dall’azienda. Dal workshop si esce con prototipi. La prima esperienza c’è stata nel maggio 2013, e lo abbiamo già ripetuto 3 volte, sempre con successo” spiega Francesco.
“Con Iren Energia -racconta-abbiamo costruito un orto digitale controllato in remoto, e un badile intelligente per spazzare la neve”.

La collaborazione con le aziende ha permesso di creare posti di lavoro, di “generare occupazione per i membri della community, tra coloro che hanno partecipato spontaneamente a gruppi di lavoro”. Due sono le assunzioni, e 10 le collaborazioni.
Il FabLab, a Reggio Emilia, non è però appannaggio dei giovani: “Vengono neo-diplomati, studenti universitari, anche pensionati, ma ci sono fasce molto attive tra i 40 ai 50 anni, che io considero i veri audaci dell’innovazione. In molti casi si tratta di persone che escono da fallimenti, da situazioni lavorative anche drammatiche, e cercano così di rilanciarsi da soli. Il nostro, del resto, è un tessuto molto ricco, di persone molto preparate ad esempio nell’ambito della meccatronica”, cioè la disciplina che tiene insieme meccanica, elettronica e informativa e la applica a sistemi di produzione.

Il FabLab, in fondo, è uno spazio di aggregazione, “un posto dopo c’è qualcuno che vuole vedere la tua invenzione”, e “dove tornare ad esercitare un controllo degli oggetti: la capacità di sapere smontare, conoscere e riparare, di carpire i segreti dei prodotti” dice Francesco. Che della sua creatura ama la scala umana, quella dei laboratori artigiani, “la capacità di collaborare, in un tessuto anche minuto di relazioni, che si è perso nello sviluppo industriale che ha interessato gli anni dai Sessanta ai Novanta”. —

Il nostro amico Arduino
È l’emblema dei makers. Si chiama Arduino (arduino.cc) ed è nata nel 2005, nell’ambito delle ricerche dell’Interaction Design Institute di Ivrea. All’inizio è stata concepita come strumento di prototipazione elettronica per gli studenti della scuola. “L’obiettivo di Arduino è sempre stato quello di trasformare la tecnologia in uno strumento creativo alla portata di tutti -spiega il co-fondatore Massimo Banzi- ed è nato infatti per rendere semplice la tecnologia a persone come artisti e designer”. Arduino è una piccola scheda elettronica supereconomica (25 dollari). Dal 2005 ha venduto quasi 1 milione di esemplari. Il progetto è open hardware (chiunque può scaricare gli schemi e utilizzarli sotto licenza Creative Common) e con poche competenze si può imparare a usarlo per gestire installazioni artistiche, o far connettere oggetti alla rete, dotandoli di servizi avanzati: lampade che si accendono con internet, vasi di fiori che segnalano via sms quando hanno bisogno di acqua, oggetti vintage che possono essere programmati tornando a nuova vita.

Un libro fatto apposta per voi
Che cos’è Arduino? Che cosa succede in un fablab? Quali sono i segreti della digital fabrication? Infine chi sono i maker, gli “artigiani digitali”? Qual è la loro cultura? Che cosa “fanno” di davvero rivoluzionario? 10 interviste ai “guru” del movimento in Italia, da Costantino Bongiorno a Bertram Niessen,da Massimo Banzi ad Alessandro Ranellucci. Una realtà che condivide sempre le “istruzioni” e i risultati dei progetti. Non solo: per dirla con il “bill of rights” dei makers “Ease of repair shall be a design ideal”. Alla faccia dell’obsolescenza programmata.
“Maker A-Z. Se non puoi aprirlo, non è tuo! Arduino, stampanti 3d, fablab: la rivoluzione maker per una tecnologia democratica”, 128 pagine, 9 euro. In libreria, nelle botteghe e sul sito di Altreconomia da fine marzo.

 

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