L’eresia cooperativa – Ae 93

Cooperare è un modo diverso di fare impresa, che crea lavoro ma non pone il profitto al centro del suo agire. In Italia le coop sono 75mila, e almeno seimila nascono ogni anno. I soci sono membri di una “comunità”,…

Tratto da Altreconomia 93 — Aprile 2008

Cooperare è un modo diverso di fare impresa, che crea lavoro ma non pone il profitto al centro del suo agire. In Italia le coop sono 75mila, e almeno seimila nascono ogni anno. I soci sono membri di una “comunità”, territoriale o formale, che si riconoscono in un obiettivo comune


Carlo Borzaga, docente di Politica economica alla facoltà di Economia dell’Università di Trento, è uno dei maggiori esperti italiani di imprese cooperative. Il suo ultimo libro è L’economia della solidarietà (ed. Donzelli).

Nei suoi studi definisce le cooperative imprese a tutti gli effetti, ma “diverse”. In che cosa consiste la loro diversità?

La cooperativa è un’impresa perché produce beni o servizi, e lo fa in modo continuativo. Va detto subito: l’impresa si definisce per questo aspetto, non per il fatto che persegue un profitto.

Al massimo si può sostenere che un’impresa persegua il profitto come “elemento di efficienza”, eventualità tra l’altro possibile solo se il mercato è realmente concorreziale, e sappiamo che non sempre è così. La cooperativa quindi è diversa perché è formata non da capitalisti, ma da altri portatori di interessi -magari anche imprenditori- che non perseguono il profitto, ma la produzione del servizio per il quale che i soggetti si sono messi insieme. Ad esempio avere prodotti di maggiore qualità o a minor prezzo. A volte gli obiettivi sono di alta valenza sociale.

Il profitto non è quindi il fine delle cooperative.

Prendiamo il caso dell’editoria. Una cooperativa come la vostra dice: noi vogliamo fare comunicazione, in modo libero. Per fare questo scegliamo di costituire un’impresa. Ma il bene che perseguiamo è l’informazione e la sua distribuzione.

Ovviamente, qualcuno fa informazione per fare profitto: si è diversi non per l’attività, ma per come la si fa. Un altro esempio è Banca Etica, che ha deciso di fare credito a chi è considerato non bancabile dagli altri istituti. O le Casse rurali, che sono imprese costituite da persone che non erano bancabili. Possiamo quindi parlare di diversità rispetto agli obiettivi e alla base proprietaria. Questo, attenzione, crea un’ulteriore diversità: la cooperativa è un’impresa di persone, non di capitale. Nella cooperativa il capitale è solo strumentale.

Una differenza sostanziale.

Soprattuto perché, di conseguenza, l’impresa cooperativa non potrà che essere gestita in forma democratica. Per questo è opportuno che i membri di una “comunità”, sia essa territoriale che di intenti, diventino soci: se l’impresa è anche mia non la sfrutto. Io vivo a Trento: nessuno in Val di Non si arrischierà a usare pesticidi non indicati dalla cooperativa di conservazione e commercializzazione delle mele. Sarebbe un danno per tutti.

È il principio del “peer control”, controllo tra pari. Anche il principio della “porta aperta” (chiunque può entrare come socio in qualsiasi momento, ndr.) va in questa direzione.

L’impresa cooperativa è però una forma marginale di impresa.

In realtà è considerata una forma marginale in Italia. Non è così ad esempio negli Stati Uniti, dove il 40% del credito è gestito da 9mila banche locali, tra l’altro non coinvolte nel terremoto dei subprime. Ma anche in Italia le casse rurali arrivano al 15% del mercato del credito. Il fatto è che negli anni 30 abbiamo assistito a una grande deriva a favore dell’impresa capitalistica, che è divenuta quasi un “idealtipo” di impresa. Non è quindi vero che le imprese cooperative sono state agevolate. Semmai si è fatto molto per ostacolarle. Ancora: è stata considerata marginale. Negli ultimi 10 anni si è assistito ad un rilancio della forma cooperativa, sia nel campo del credito sia in quello sociale. Giusto per dare qualche numero: 8mila cooperative sociali servono 3,4 milioni di utenti, hanno 7 miliardi di euro di fatturato, contano 250mila addetti di cui 84% assunto in forma stabile. Quando si dice che le cooperative sociali “dipendono” dalla pubblica amministrazione, io credo piuttosto il contrario: senza le cooperative il welfare avrebbe difficoltà.

E la legislazione non è particolarmente favorevole…

È noto che il codice civile italiano ha favorito l’impresa for-profit con finalità “speculativa”, come il codice civile afferma a proposito delle spa. A livello globale ci troviamo di fronte all’effetto culturale del “Washington consensus” ,secondo cui un’economia di mercato popolata solo da attori for-profit è superiore a tutte le altre. Così, modelli economici costruiti sulla base di ipotesi restrittive e spesso irrealistiche vengono usati per creare istituzioni. La teoria si traduce direttamente in norma.

Assisteremo a un ritorno della forma cooperativa?

Oggi le cooperative tornano perché il sistema è cambiato: il binomio Stato/mercato è saltato. Aumenta la domanda di beni e servizi che né il privato né lo Stato riescono a soddisfare, anche perché lo Stato si trova in difficoltà a produrre beni “relazionali”. Si è aperto uno spazio per le cooperative, che sono molto più flessibili. L’impresa capitalistica se non massimizza non ha senso, la cooperativa invece deve garantire servizi e produrre, non massimizzare. In quasi tutti i settori ci sono possibilità di espansione. Nel caso del credito non si torna più indietro: in Trentino il 65% della raccolta e dell’impiego è in mano alle Casse rurali. Ma c’è un altro aspetto: un’impresa capitalistica non riesce spesso a garantirsi la fedeltà del lavoratore. La soddisfazione sul lavoro non dipende solo dallo stipendio, che è solo condizione iniziale di partecipazione.

Nei nostri studi abbiamo rilevato che nelle cooperative il livello di soddisfazione non varia coi livelli salariali.



Diversa ma impresa

Vincenzo Mannino è segretario generale di Confcooperative, la maggiore associazione di cooperative per numero di soci (20mila circa), di cui fa parte anche Altra Economia Edizioni. Insieme a Legacoop, l’altra associazione di categoria, rappresenta poco meno della metà delle cooperative italiane per numero di soci, ma più dell’80% per dimensione imprenditoriale, ovvero numero di occupati e fatturato.“Quando si costituisce una società cooperativa -spiega- la si fa per soddisfare esigenze diverse: trovare lavoro a buone condizioni, ad esempio, oppure valorizzare meglio i prodotti agricoli, superando l’intermediazione di soggetti terzi. Nel caso di una cooperativa di utenza (credito o abitazione), lo si fa per disporre di un bene a prezzi o condizioni migliori di quelle del mercato. Una cooperativa di abitazione consente di farsi casa con un risparmio del 25-30% rispetto al mercato”.

Un’impresa “diversa” dal passato importante e dal presente in crescita.

La diversità è costitutiva. Oggi ci sono 75, forse 80mila cooperative in Italia. È difficile tuttavia fare una comparazione con le imprese “normali”, che sono 5 milioni in totale.

Le prime cooperative sono state di consumo e agricole, oppure le Casse rurali, che oggi conosciamo come “banche di credito cooperativo”. Sono tipologie dell’800, che esistono ancora oggi. Col tempo se ne sono aggiunte altre: le ultime sono le cooperative sociali. Negli ultimi anni nascono tra le 6 e le 7mila cooperative l’anno. Dedicate soprattutto a lavoro e welfare. Un esempio molto importante è quello degli asili nido.

In che senso possiamo dire che l’impresa cooperativa è più flessibile di quella tradizionale?

La cooperativa non si confronta con la rigidità del mercato. La partecipazione dei soci e il buon livello di soddisfazione dei lavoratori, anche quando i salari sono meno buoni, fanno si che risponda meglio ai periodi di crisi economica. Anzi, sembra esserci un carattere “anticiclico” della cooperazione: negli ultimi anni gli occupati nelle cooperative sono cresciuti del 28%.

E si tratta di lavoro a tempo indeterminato.

Perché non è corretto parlare di aiuti di Stato alle cooperative?

Di recente la grande distribuzione, rappresentata da Federdistribuzione, ha presentato due esposti a Bruxelles, secondo i quali esiste una fiscalità “favorevole” alle cooperative di consumo. In realtà, le cooperative pagano l’Iva e l’Irap come tutti. L’unica differenza riguarda le cooperative a mutualità prevalente che fanno utili, una minoranza. Se li accantonano tra le riserve indivisibili, su queste non si paga l’Ires.

Un principio giusto: si tassano i guadagni, non gli investimenti.

La differenza con l’impresa di capitali è enorme: una spa è obbligata a mettere a riserva solo il 5% degli utili, e comunque fino a un certo punto. Per una cooperativa parliamo del 30%, senza limiti. Non dobbiamo dimenticare che le cooperative non possono cercare capitali sul mercato finanziario, andare in borsa. Infine, il socio che va in pensione non porta via un pezzo del patrimonio, che rimane intatto nella cooperativa.n

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