Interni / Varie

L’eredità di Fini e Giovanardi

La legge che inaspriva le pene per la detenzione di droghe è incostituzionale da un anno, ma almeno 3mila persone sono ancora detenute

Tratto da Altreconomia 168 — Febbraio 2015

È trascorso un anno dalla dichiarazione di “illegittimità costituzionale” della legge “Fini-Giovanardi” sulle sostanze stupefacenti, ma sono almeno 3mila le persone che ne stanno ancora patendo  -in carcere- le conseguenze. Breve riepilogo: è il 12 febbraio 2014 quando la Corte Costituzionale cancella (tra gli altri) anche quell’articolo “4-bis” che, parificando le droghe “leggere” alle droghe “pesanti”, aveva elevato le pene per la detenzione delle prime:  se prima la forbice andava da due a sei anni (con una multa da 5.164 euro a 77.468 euro), quella successiva -più punitiva- ammetteva pene da sei a venti anni (e multa da 26mila a 260mila euro). La logica avrebbe suggerito che, tolta la norma, venisse ridiscussa la pena. Ma questo passaggio è ancora oggi negato ad almeno 3mila persone. “Almeno”, visto che dati certi e aggiornati sui condannati potenzialmente interessati dalla rideterminazione della pena non ce ne sono da più di sette mesi: l’ultima dichiarazione sul punto del ministro della Giustizia Andrea Orlando risale infatti ai primi giorni di giugno 2014. Pochi mesi prima il Governo aveva deciso di rispondere alla sentenza della Corte Costituzionale attraverso il “decreto Lorenzin” (36/2014), sprovvisto però di alcuna misura automatica di “revisione” per i condannati, cui è rimasta come unico strumento l’“incidente di esecuzione”, cioè avanzare una richiesta formale di rideterminazione della pena. L’iniziativa legislativa dell’esecutivo vide come co-relatore il senatore di maggioranza del “Gruppo Area Popolare (Nuovo Centrodestra, Udc)” Carlo Giovanardi, padre della norma bocciata dalla Consulta. Una scelta  emblematica che secondo Stefano Anastasia, ricercatore di Filosofia e Sociologia del diritto presso l’Università di Perugia nonché presidente dell’associazione “Società della Ragione” (www.societadellaragione.it) -che più di ogni altra si è battuta per raggiungere il traguardo storico della sentenza della Consulta sulla “Fini-Giovanardi”-, rende tutt’ora “difficile immaginare che dal punto di vista legislativo e non solo, questo esecutivo possa prendere iniziative particolarmente significative”.  Tra loro, ad esempio, la convocazione di una nuova Conferenza nazionale sulle politiche antidroga, che, pur prevista dalla legge con cadenza triennale, è ferma alla quinta edizione risalente al marzo 2009 (sottosegretario alla Presidenza del Consiglio competente, Carlo Giovanardi). La continuità è segnata anche dal contenuto della “Relazione sui dati relativi allo stato delle tossicodipendenze in Italia” a cura del Dipartimento politiche antidroga presso la presidenza del Consiglio, presentata dal ministro per le Riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi -referente del Governo in materia- e trasmessa alle Camere nel settembre 2014. La relazione ricalca infatti l’impostazione di tutte le precedenti -e contestate- versioni redatte quando la guida del Dipartimento era in capo a Giovanni Serpelloni (che ha lasciato nella primavera 2014), che dell’ex ministro Carlo Giovanardi ha sempre condiviso approccio e modalità in tema di droghe. Le parole “leggere” e “pesanti” non compaiono mai, a differenza di un paragrafo dedicato al “monitoraggio online dei rave party illegali” (ne sarebbero stati censiti 139 tra il 2010 e il 2014).

Non un riferimento agli effetti della normativa smentita dalla Consulta, che ha rappresentato al contrario una fonte del “flusso informativo” della Relazione riproposta al Parlamento: come se nulla fosse intervenuto.
E del resto nulla è intervenuto nell’interesse di chi sta scontando quella che la Società della Ragione, Antigone, il CNCA, la Cgil e il Forum droghe hanno definito una “pena illegittima”. Chi ha provato a intervenire, non essendo mai stato nominato il Garante nazionale dei detenuti, è stato il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Toscana, Franco Corleone: “Ho invitato tutti i colleghi garanti a inviare formalmente delle lettere ai procuratori della Repubblica per sollecitarli a esaminare gli incidenti di esecuzione, inoltrandomi successivamente notizie degli esiti. Qualche risposta c’è stata, ma nulla di straordinario purtroppo”. Tra le (poche) risposte c’è stata quella del garante istituito dal Comune di Milano, Alessandra Naldi, che all’inizio del dicembre scorso ha inviato alla Procura generale presso la Corte d’Appello di Milano una richiesta sul modello di Corleone. “Alla data attuale -si legge nella nota di replica del 17 dicembre 2014 della Procura- sono pervenute […] circa 51 richieste di rideterminazione della pena delle sentenze irrevocabile di condanna […]. La Corte di Appello di Milano ha accolto tali istanze circa nel 20% dei casi ed ha rideterminato la pena delle predette sentenze”.
Il numero degli incidenti di esecuzione presentati in tutta la Lombardia è ancora oscuro, così come per il resto delle Procure del Paese. A Corleone sono arrivate altre due segnalazioni, quelle di Firenze e Napoli. “A Napoli -spiega il garante dei detenuti della Toscana- la Procura presso il Tribunale ha esaminato 233 casi di incidente di esecuzione, mentre a Firenze, che ha fatto in proprio una ricerca sui fascicoli, gli incidenti di esecuzione in materia di droga erano 400, 44 dei quali relativi alle droghe leggere. E solo in 7 casi si è proceduto alla rideterminazione della pena”.

“Purtroppo brancoliamo nel buio -racconta Stefano Anastasia-. Non possiamo che predisporre modelli preconfezionati per richiedere di avviare la procedura dell’incidente di esecuzione, affidandoli poi ai garanti, alle associazioni e ai familiari. Quello che chiediamo da tempo al Governo -prosegue- è di inviare una segnalazione puntuale alle Procure affinché si attivino autonomamente per verificare i casi da valutare e su cui decidere. E, infine, segnalare il caso agli interessati, che il più delle volte non sono nemmeno a conoscenza dell’esistenza di questo diritto, non potendo contare su una continuità di assistenza legale anche in carcere. Eppure basterebbe poco, considerando il fatto che sia il ministero della Giustizia sia l’amministrazione penitenziaria hanno tutti i nominativi dei condannati per violazione dell’articolo sulle droghe, anche leggere, e per la quale si ritrovano in carcere. Potrebbero, cioè, scrivere agli ‘utenti’ informandoli dell’avvenuto. A un anno di distanza il rischio concreto però è che quelle pene illegittime siano state in buona parte scontate, ingiustamente”.
Chi potrebbe e dovrebbe chiarire gli obiettivi del Governo è il ministro competente (Boschi), che, attraverso il suo ufficio stampa, ha però fatto sapere di non poter rispondere alle domande di Altreconomia per i “troppi impegni parlamentari e istituzionali”. La riforma della legislazione sulle droghe non è in agenda.
La Sessione speciale delle Nazioni Unite sulle droghe (UNGASS) fissata nel  2016, intanto, si avvicina e l’Italia rischia di presentarsi con un impianto normativo risalente in alcune parti al 1990 (la cosiddetta legge “Iervolino-Vassalli”). E con la consapevolezza di aver fatto scontare una pena illegittima ad “almeno” 3mila persone. —

Una legge fuoriluogo
“Misure urgenti per garantire la sicurezza ed i finanziamenti per le prossime Olimpiadi invernali”. Era questo l’incipit del decreto 272/2005 -poi convertito in legge nel febbraio 2006- da cui prese le mosse la “Fini-Giovanardi”. Il cui risultato più tangibile è stato quello di produrre detenzione: a dimostrarlo, anche nel 2014, è stata la quinta edizione del “Libro bianco” sulla normativa a cura di Fuoriluogo.it. Nel 2013 (ultima rilevazione), su 59.390 ingressi negli istituti penitenziari per ogni tipologia di reato in Italia, il 30,56% era riferibile alla “detenzione di sostanze illecite” (l’articolo 73 del D.P.R. 309/1990 riformato in senso punitivo dalla Fini-Giovanardi). Tutto ciò ha comportato che nel 2013 i ristretti per droga rappresentassero il 37,3% dell’intera popolazione detenuta. Una stretta legislativa che non ha riguardato però il grande traffico di sostanze stupefacenti (previsto all’art. 74 del D.P.R. 309/1990): erano solo 810 i detenuti per “associazione finalizzata al traffico illecito” contro gli oltre 17mila per la “sola” detenzione. Altro capitolo è quello dei Servizi per le tossicodipendenze (Sert), costretti a fare i conti con un aumento dell’utenza pari al 23% dal 2006 ad oggi, a fronte però del blocco degli operatori chiamati a farvi fronte. Per la Funzione Pubblica Cgil, infatti, la media nazionale vede 154 utenti per medico, 213 per psicologo, 148 per infermiere, 273 per assistente sociale e 300 utenti per educatore. Personale che quando è stato trasferito o pensionato è stato sostituito nel 48 % dei casi da operatori con contratti atipici.

Newsletter

Ogni settimana l'informazione indipendente di Altreconomia