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L’economia dell’insicurezza – Ae 54

Numero 54, ottobre 2004Palestina al collasso: fino al 70% la disoccupazione, due milioni le persone sotto la soglia di povertà. Il Paese attraversa “una delle peggiori recessioni della storia contemporanea”C’era un mercato a Tulkarem fatto di baracche e prefabbricati dove…

Tratto da Altreconomia 54 — Ottobre 2004

Numero 54, ottobre 2004

Palestina al collasso: fino al 70% la disoccupazione, due milioni le persone sotto la soglia di povertà. Il Paese attraversa “una delle peggiori recessioni della storia contemporanea”

C’era un mercato a Tulkarem fatto di baracche e prefabbricati dove si compravano cipolle e panini caldi con il sesamo. Poi, un giorno sono arrivate le ruspe e hanno spianato tutto. Adesso c’è un muro, anzi il Muro. È alto otto metri e da una parte e dall’altra corre il filo spinato e un fossato. I contadini non possono più raggiungere i loro campi e affondare le mani nella terra, ma solo osservare dalle finestre di casa l’erba che cresce selvaggia e le olive che cadono nelle reti.

La “barriera di separazione” sta dando il colpo di grazia all’economia palestinese già al collasso dopo quattro anni di Intifada, e che la Banca mondiale ha definito come “una delle peggiori recessioni della storia contemporanea”. La disoccupazione ha raggiunto il 45% in Cisgiordania e il 70% nella Striscia di Gaza. I 120 mila palestinesi che prima del 2000 lavoravano in territorio israeliano oggi non riescono più a raggiungere il posto di lavoro a causa del Muro e sono stati rimpiazzati con immigrati asiatici o africani, senza ricevere, ovviamente, alcun indennizzo. I contadini sono stati tagliati fuori dai loro campi, ai pastori è negata la possibilità di fare la transumanza delle greggi a causa di continui blocchi e ostacoli.

Due milioni di persone, il 63% della popolazione, vive sotto la soglia di povertà (meno di due dollari al giorno): nel 2000 era il 21%. Questi numeri sono allarmanti, ma come tutte le percentuali non sono in grado di raccontare l’orrore di una quotidianità devastata.

La guerra politica e religiosa si combatte anche con le armi dell’economia. Israele sta usando la leva economica sui civili palestinesi, sperando che la miseria li costringa a premere per la cessazione della lotta armata e del terrorismo. Il muro, i posti di blocco, i check-point, le enclave stanno asfissiando la fragile economia dei Territori.

La zona più popolosa del pianeta sta oltre il muro di Erez, nella Striscia di Gaza, dove in un corridoio desertico largo poco più di sei chilometri e lungo appena 23 vivono 1,1 milioni di palestinesi. Qui, i pescatori palestinesi devono chiedere il permesso persino per uscire con le barche e possono calare le reti solo in un piccolo lembo di mare. In Cisgiordania, quando il Muro sarà finito, la regione sarà divisa in tre cantoni (Nord, Sud e Centro) separati dagli insediamenti dei coloni e dalle basi militari e il movimento delle persone e delle merci sarà molto limitato. Già oggi i palestinesi non hanno il diritto di utilizzare numerose strade anche se queste attraversano il loro territorio e sono state costruite confiscando terreni coltivabili e espropriando pozzi idrici. La main road, ad esempio, la strada che collega Hebron a Gerusalemme (dove ci sono le maggiori opportunità di lavoro) è percorribile solo ai coloni. Il Muro ha tagliato in due anche Gerusalemme Est, la municipalità araba, e ha separato interi quartieri periferici dalla città. A Bethanina, un sobborgo a Nord di Gerusalemme dove abitano molti arabi cristiani, l’unica chiesa cattolica è rimasta dalla parte israeliana, mentre la maggior parte dei parrocchiani sono rimasti al di là del Muro e se prima la raggiungevano a piedi, oggi sono costretti a fare un giro di quattro chilometri con la macchina e attraversare la frontiera interna.

Per la gente è un dramma essere tagliati fuori dalla capitale. Lì è il lavoro, lì sono le scuole dei bambini, lì sono le parrocchie dei diversi riti. Trasferirsi in città è l’unica soluzione, ma l’affitto delle case è andato alle stelle (800 dollari, come lo stipendio di un impiegato). !!pagebreak!!

La “politica di chiusura” di Israele riguarda anche i confini esterni dei Territori occupati. Le frontiere sono tutte controllate dall’esercito israeliano e il commercio estero palestinese è completamente dipendente dalle misure di sicurezza e dal clima politico. Uno studio pubblicato dall’Unctad lo scorso aprile analizza le perdite per l’economia palestinese dovute alla mancanza di un porto (la costruzione di un porto a Gaza, come stabilito da accordi israelo-palestinesi nel 1993-94 sarebbe l’unica soluzione strategica per integrare il commercio palestinese con gli altri Paesi del mondo) e traccia due percorsi alternativi attraverso l’Egitto e la Giordania verso i porti di Al Said e Aqaba per ridare fiato agli scambi con l’estero.

Il controllo delle frontiere esterne significa, infatti, che per l’economia palestinese è impossibile sviluppare relazioni significative con i Paesi stranieri, mentre il 75% di tutte le importazioni e il 95% di tutte le esportazioni sono con Israele. Per la loro sopravvivenza i Territori dipendono dai beni israeliani e questa situazione ha portato alla formazione di una ristretta classe agiata di commercianti palestinesi che godono di diritti esclusivi di importazione.

Il boicottaggio dei prodotti israeliani è un lusso che la popolazione non può permettersi, anche se ci sono alcuni gruppi di donne e di famiglie che con questo strumento oppongono una resistenza pacifica all’occupazione politica e l’invasione commerciale. A causa dell’inclusione dei Territori nella linea doganale israeliana e del passaggio obbligato attraverso società di import-export israeliane, piuttosto, molti prodotti agricoli palestinesi sono stati immessi sui mercati esteri con l’etichetta made in Israel (come le arance Shamouti per esempio) e di conseguenza boicottati inconsapevolmente da coloro che in Europa e nei Paesi arabi aderiscono alla campagna internazionale contro i prodotti israeliani.

Il tracollo dell’economia palestinese è stato evitato finora grazie a tre fattori: la solidarietà tra le persone, i servizi di base che l’Autorità palestinese (Ap) continua a garantire, e il sostegno finanziario della comunità internazionale. I Paesi arabi sono i donatori più importanti, ma gli aiuti provengono anche dagli organismi multilaterali o dalla Commissione europea che lo scorso 30 luglio ha annunciato lo stanziamento di 250 milioni di euro. Questi soldi sono destinati a progetti di assistenza, per la ricostruzione delle case distrutte o, ancora, per il pagamento degli stipendi delle migliaia di persone che -da quando hanno perso il lavoro in Israele- sono sul libro paga dell’Autorità palestinese. Gli aiuti non sono stati gestiti sempre in maniera trasparente dai funzionari dell’Autorità palestinese e le accuse di corruzione hanno aumentato lo sconforto tra la popolazione. Con 195 dollari pro capite la Palestina è tra i Paesi che ricevono più aiuti nel mondo, anche se solo una parte resta entro i confini nazionali: infatti, a causa della dipendenza economica e commerciale, quasi la metà di questi soldi (45 centesimi di ogni dollaro) finisce in Israele.

Ma cosa succede al di là del Muro, in uno dei Paesi più ricchi della Terra, all’avanguardia nel campo dell’high-tech, della medicina e della farmaceutica?

Dopo un periodo di crisi provocato dall’Intifada (il settore del turismo ha subito il colpo più duro: molti alberghi, ristoranti, boutique sono chiusi ormai da quattro anni), ma anche e soprattutto dalla crisi del Nasdaq e dalla recessione negli Stati Uniti e in Europa, nel 2003 l’economia israeliana ha ripreso la sua corsa grazie alla crescita delle esportazioni. Il deficit resta alto e secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) la causa è nel costo della sicurezza e nella spesa per la costruzione del muro, che si aggira sui 3,4 miliardi di euro.

Molte industrie hanno delocalizzato la produzione di componenti elettronici o di prodotti tessili in Estremo Oriente per abbattere i costi dovuti alle misure di sicurezza, ma da quando c’è il Muro, sono in progetto alcune aree industriali proprio a ridosso della barriera, come a Jalama a Nord di Jenin o a Tarkumia, vicino a Hebron. Perché, come afferma Ehud Olmert, ministro israeliano dell’industria, del commercio e del lavoro: “Le zone industriali risolveranno contemporaneamente due problemi: la disoccupazione per i palestinesi e l’alto costo della manodopera per gli industriali israeliani. E non si correrà alcun rischio visto che i palestinesi non dovranno attraversare la linea verde”.

Se la questione del lavoro -e quindi della ricchezza e della giustizia sociale- non sarà risolta, non ci sarà pace. !!pagebreak!!

“Terra rubata”: tradotto in italiano il rapporto sugli insediamenti nei territori
La questione degli insediamenti israeliani nei territori palestinesi rappresenta uno dei più grossi ostacoli al processo di pace in Medio Oriente. “Terra Rubata: la politica di Israele negli insediamenti in West Bank”, è stato scritto da B’Tselem, l’organizzazione israeliana per i diritti umani nei Territori Occupati. Il rapporto documenta dettagliatamente la costruzione e la successiva espansione degli insediamenti israeliani in Cisgiordania dal 1967 al 2002 (non considera quindi la costruzione del Muro).

È il primo rapporto completo mai prodotto sull’argomento. In Israele è stato stampato e divulgato nel 2002, diffuso gratuitamente come tutti i rapporti di B’Tselem. In Italia è stato tradotto da Operazione Colomba e si può trovare in queste pagine: http://www.operazionecolomba.org/landgrab/land_grab.htm

Il tracciato illegale che corre oltre la green line
Lo scorso 23 luglio, pochi giorni dopo che la Corte di giustizia dell’Aja aveva dichiarato la barriera di sicurezza contraria alla legge internazionale, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha condannato il Muro e ne ha chiesto lo smantellamento.

Alto otto metri, intervallato da torrette militari, si estende per centinaia di chilometri ed è già stato completato intorno a numerose città settentrionali della Cisgiordania. L’illegalità del muro sta nel tracciato, che corre all’interno della green line -la linea di demarcazione tra Israele e i Territori palestinesi stabilita dalle Nazioni Unite dopo l’armistizio del 1948- e non su territorio israeliano. Oltre tutto ha un andamento zigzagante e non parallelo alla linea verde, per far sì che il maggior numero possibile di insediamenti abbia un contatto diretto con Israele, di cui i coloni sono cittadini. Il pronunciamento dell’Onu è in linea con la Road Map -il percorso0 di pace messo a punto dagli Stati Uniti, l’Unione Europea, la Russia e l’Onu- in vista della nascita di uno Stato Palestinese accanto a quello di Israele.!!pagebreak!!

Quanto costa l’Intifada?
Quanto pesa un conflitto sull’economia? O meglio, quanto costa l’Intifada all’economia israeliana? David Fielding dell’Università di Leicester e dell’Università delle Nazioni Unite a Helsinki ha costruito un modello econometrico per quantificare la fuga di capitali da Israele e sostiene che il prezzo che il Paese sta pagando sia più alto di quanto stimato finora. Il ricercatore afferma infatti che non basta valutare i danni materiali o le spese per la sicurezza, ma è necessario sommare anche il mancato guadagno dovuto alla fuga di capitali e che lui calcola nell’ordine di un miliardo di dollari l’anno. Il suo modello considera numerose variabili come l’inasprimento della violenza, la crescita degli insediamenti nei Territori occupati, il grado di chiusura con l’avanzare della costruzione del muro ma anche il numero di morti tra le due popolazioni. L’economia israeliana e palestinese risentono del mancato guadagno che trarrebbero dal “dividendo della pace”, ovvero di quei benefici economici che si produrrebbero con la fine delle ostilità. Lo studio How does violent conflict affect investment location decisions? Evidence from Israel during the Intifada è sul sito www.wider.unu.edu/conference/conference-2004-1

In coda alla frontiera anche per andare a scuola
L’ultima manifestazione contro il Muro si è tenuta il 13 settembre, il primo giorno di scuola nei Territori palestinesi. Centinaia di studenti in uniforme hanno protestato ad A-Ram una cittadina di 60 mila abitanti tra Gerusalemme e Ramallah, in Cisgiordania. Al grido “lasciateci studiare” hanno chiesto di potere raggiungere le loro scuole, rimaste oltre il Muro, costruito dove -fino a pochi mesi fa- correva la strada principale. Per passare da un marciapiede all’altro oggi è necessario fare un giro di un paio di chilometri e passare attraverso un check-point militare. Studenti e insegnanti dovranno mettersi in coda alla frontiera al mattino e al pomeriggio per i controlli. Molti studenti delle superiori non si sono più iscritti al liceo o alle scuole tecnico-professionali che si trovano proprio lungo l’arteria principale della città. Anche i 7 mila alunni delle scuole medie inferiori che arrivavano dai paesi inclusi entro la frontiera di Gerusalemme Est e che fino al 2003 frequentavano le 26 scuole di A-Ram, quest’anno non hanno rinnovato l’iscrizione. I presidi di queste scuole hanno espresso la preoccupazione che questi bambini non vadano più a scuola, perché dove abitano non esistono strutture e non ci sono insegnanti. La municipalità di A-Ram ha fatto ricorso contro la costruzione del Muro in pieno centro città, ma il governo israeliano lo ha respinto per motivi di sicurezza.

Cous-cous, datteri, olio e artigianato: il commercio equo fa breccia nel muro
Una breccia nel muro. Il commercio equo e solidale è uno spiraglio nella situazione di chiusura dell’economia palestinese. Centinaia di piccoli agricoltori e artigiani sopravvivono, infatti, solo grazie alla vendita dei loro prodotti in bottega.
Ctm-altromercato importa cous cous, mandorle e datteri, attraverso la ong Parc (Palestinian Agricultural Relief Comittee), che appoggia le comunità rurali attraverso la creazione di piccole cooperative agricole alle quali fornisce credito, assistenza tecnica, controlli di qualità e formazione. Come la Palm Tree Farmers Association, un’associazione di 33 piccoli coltivatori di datteri che vivono nella Valle del Giordano e che sono in gravi difficoltà a causa della “guerra per l’acqua” con i coloni israeliani, che irrigano intensivamente le loro coltivazioni di mango, uva e arance. I datteri che troviamo in bottega sono della varietà Medjoul, grandi e molto dolci.

Piatti in ceramica, bottiglie di vetro, presepi in legno di ulivo. Equoland importa l’artigianato tradizionale palestinese. I prodotti arrivano da Hebron, da Betlemme o da Gerico, dove Equoland acquista persino mosaici, realizzati dagli studenti della scuola di restauro.

L’artigianato è legato a doppio filo alla storia e alla terra del popolo palestinese, ma a causa del conflitto questo settore è in forte crisi. La cooperativa Holyland di Betlemme (www.holyland-handicraft.com ) permette agli artigiani del legno d’ulivo e della madreperla e alle ricamatrici di continuare questo lavoro nel segno della tradizione nonostante mancanza di turisti e recessione economica.

Un olio extravergine di oliva dal gusto equo è quello che LiberoMondo ha iniziato a importare dalle fertili vallate di Galilea. Il partner del progetto è un gruppo di donne arabe ed ebree che nel villaggio di Majd al-Krum gestisce un’organizzazione non profit che coordina l’attività dei piccoli olivicoltori della regione (www.sindyanna.com) . Per evitare la confisca dei terreni da parte del governo israeliano, che negli ultimi anni ha messo in grave difficoltà l’olivicoltura palestinese, l’organizzazione aiuta i coltivatori a recuperare i loro oliveti secolari e a piantare nuovi ulivi in terreni incolti.

Questa attività agricola è condotta tradizionalmente dalle famiglie arabe e la raccolta delle olive costituisce un’integrazione importante del loro reddito. Sindyanna acquista le olive e si occupa della produzione e della commercializzazione dell’olio, le due fasi in cui la gestione è più difficile a causa della precarietà dei trasporti e della difficoltà per i piccoli produttori di reperire nuovi mercati. www.liberomondo.org

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