Economia / Opinioni

Le “zavorre” della spesa pubblica italiana

La Commissione europea è contraria a garantire maggior flessibilità ai conti dell’Italia. L’unica strada percorribile, a fronte di una pressione fiscale estremamente iniqua (il 39% dei contribuenti paga l’86% dell’IRPEF), è rafforzare ulteriormente la lotta all’evasione fiscale

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi e il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan - foto tratta da governo.it

I conti pubblici italiani presentano margini di azione sempre più stretti, per non dire addirittura nulli, e la dura presa di posizione della Commissione Europea nei confronti di ipotesi di maggiore flessibilità risulta davvero pericolosa. È sempre più evidente infatti che con questi parametri e questi vincoli non c’è spazio per reali politiche attive. I numeri sono, in tale ottica, inoppugnabili.

1) La spesa complessiva dello Stato italiano è pari a 826 miliardi di euro, di cui 439 miliardi, oltre il 53% del totale, sono rappresentati dalla spesa sociale. Solo per coprire quest’ultima voce vengono impiegate tutte le entrate derivanti dalle imposte dirette, che in verità non sono neppure sufficienti.
La somma di Irpef, comprese le addizionali, di Irap, di Ires, di Isos, l’imposta sostitutiva, e di tutti i contributi previdenziali totalizza una cifra di poco inferiore ai 423 miliardi di euro; per coprire la spesa sociale dunque mancano ancora circa 16 miliardi. Questa cifra insieme al resto della copertura della spesa pubblica devono essere trovati, allora, utilizzando le imposte indirette, a cominciare dall’Iva; considerati gli alti livelli di pressione fiscale esistenti nel Paese, appare assai complesso, con simili numeri, immaginare nuova spesa sociale o, più in generale, nuova spesa pubblica.
Sarebbe ipotizzabile, semmai, procedere a una diversa distribuzione del carico fiscale nel tentativo di generare una maggiore equità, applicando in maniera più rigorosa il principio costituzionale della progressività. Ma anche questa strada non è affatto semplice visto che già oggi il 39% dei contribuenti italiani paga l’86% di tutta l’Irpef e nel caso specifico dei pensionati il 35,5% dei titolari di pensione paga oltre il 70% dell’intero gettito Irpef mentre il 46% dei pensionati non paga praticamente nulla.

2) La spesa pubblica per investimenti è quasi sparita negli ultimi anni; nel 2009, a ridosso dell’inizio della crisi, era di poco superiore ai 54 miliardi di euro, è scesa a 38 nel 2013, a 35,6 miliardi l’anno successivo ed è rimasta più o meno stabile nel 2015, con una percentuale vicina al 2,2% del Pil.
A bloccarla hanno contribuito, in maniera decisiva, proprio i vincoli europei legati al Patto di Stabilità, che considera l’investimento pubblico la causa principale dell’aumento del debito degli Stati. Ulteriori elementi di criticità rispetto alla spesa pubblica per investimenti provengono poi dalla spesso scarsa realizzabilità di molte delle opere che costituiscono l’oggetto degli investimenti stessi e dalla presenza di regole in materia di finanza pubblica decisamente farraginose; per simili motivi, sarebbe molto opportuno abbandonare la retorica delle grandi opere per destinare gli investimenti pubblici ad attività di manutenzione straordinaria e di prevenzione del dissesto del territorio.

 

In estrema sintesi, la spesa pubblica corrente, a cominciare da quella sociale, assorbe tutto il pesante gettito delle imposte dirette e ha bisogno di aliquote molto sostenute per quanto concerne quelle indirette; al contrario la spesa per investimenti si va estinguendo in primis per i vincoli europei e per regole pesanti. Per superare una condizione siffatta serve una decisa azione in Europa per rimuovere in larga misura la gabbia di Maastricht ma occorre anche rintracciare risorse ulteriori in grado di alimentare la spesa pubblica necessaria ed efficiente senza aumentare la pressione fiscale. In questo senso, non è più tollerabile un livello di evasione fiscale come quello che caratterizza l’economia italiana. Se gli spazi di manovra nei conti pubblici sono ormai finiti, non è derogabile l’aggressione alla ricchezza nascosta. Ancora una volta, i numeri sono spietati per quanto molto ballerini. Le stime in materia di evasione non sono infatti unitarie; un recente rapporto Eurispes indica in 270 miliardi di euro il totale dell’evasione italiana, mentre Confindustria l’ha valutata in circa 122 miliardi e il Def, il documento economico e finanziario, si ferma a 93 miliardi. Si tratta comunque di cifre gigantesche perché misurate sul singolo anno che, qualora venissero recuperate almeno in parte, consentirebbero di allargare quei margini in cui è adesso costretta la possibilità di dare corpo a politiche attive.

Nel corso degli ultimi due anni, la lotta all’evasione ha prodotto significativi risultati, per un totale di quasi 30 miliardi di euro, senza i quali le Leggi di stabilità sarebbero state assai più ruvide. Occorre però uno sforzo ancora maggiore perché, davvero, questa sembra essere una delle poche strade percorribili per permettere la ripresa del paese.

* Alessandro Volpi, Università di Pisa

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