Altre Economie

Le uova d’oro della terra

Una cena con i produttori del consorzio siciliano “Le galline felici”: agrumi, pasta di mandorle, marmellate e miele, farine e paté. Tutto rigorosamente biologico, tutto rigorosamente “fuori mercato”

Tratto da Altreconomia 97 — Agosto 2008

La tavolata sotto il portico di Roberto è imbandita con sobria abbondanza: pane, formaggio, vino, verdure grigliate. Lo sguardo dei commensali, una ventina senza contare cani, gatti e il geco, correrebbe all’Etna poco più a Nord e ai lumi di Catania che cominciano ad accendersi, se non fosse limitato in ogni direzione dalla fitta cortina di aranci, limoni, cedri e dagli ulivi.
“Passami le olive. Fammi assaggiare quel vino. Ma è bio il Ragusano? E pure certificato è?”.
La conversazione è un coro a più voci. All’accento siciliano fa da contrappunto la parlata toscana, lombarda, piemontese. Le prime sono quelle dei produttori del consorzio “Le galline felici”, le seconde -forzando il concetto ma non troppo- quelle dei consumatori del Nord: già, perché stasera nell’azienda di Roberto Li Calzi si va oltre l’adagio “dal produttore al consumatore”: produttore e consumatore siedono alla stessa tavola.
Roberto, barba accuratamente incolta, accende una sigaretta e racconta:
“Ho iniziato da solo a fare agricoltura biologica circa 25 anni fa, quando manco esisteva. Volevo vedere cosa succedeva se non pumpiavo (irroravo di veleni, ndr) i miei aranci.
Ho lavorato 18-20 ore al giorno. Passato notti quasi in bianco per portare i prodotti al mercato dove mi dicevano: ‘Sono biologiche? Vabbé, non glielo diciamo, niente ci fa!’. Biologico era quasi una malaparola”.
Respira: “A un certo punto qualche anno fa sono stato letteralmente ‘buttato fuori’ dal mercato: gli agrumi non valevano più nulla.
Gli intermediari ricattavano i produttori, imponendo prezzi sempre più bassi, fino a 15-20 centesimi al chilo, il 10 per cento del costo finale sul banco”. Roberto cerca una soluzione insieme dignitosa
e praticabile. Manda una lettera, che attraverso i mille rivoli del passaparola in Rete, arriva ai gruppi d’acquisto solidali del Nord: un “grido di dolore” che è il suo ma anche quello di altri produttori. Un manipolo di gruppi di acquisto solidali (Gas) lo raccoglie e parte così il primo carico di casse d’arance. “Il rapporto ‘commerciale’ si è ben presto consolidato e allargato -racconta Li Calzi- tanto da permettere di coinvolgere un certo numero di amici che avevano un percorso simile al mio e che incontravano le mie stesse difficoltà”. Per un certo periodo Roberto prende a nome proprio e rivende -in modo trasparente- la frutta e i prodotti di altri produttori.
La “campagna” dell’inverno 2007-8 segna la svolta. Viene fondato il consorzio “Le galline felici”: si divide fra tutti “la carta”, ovvero le incombenze commerciali e burocratiche.

Le persone che siedono alla tavola e mi servono pomodori ripieni e melanzane grigliate, sono infatti -uno più uno meno- l’assemblea del consorzio, costituito oggi da dieci aziende ma soprattutto da gente che si conosce da più di 20 anni. Le storie si specchiano l’una nell’altra, per la maggior parte l’agricoltura è da sempre fonte di reddito esclusiva o prioritaria. Tutti insomma ci mettono le braccia e la faccia: Barbara Piccioli, per prima, ha dovuto fare i conti sia con lo scetticismo del mercato che con la figura del “guardiano”, quello che riscuote il pizzo. Se non paghi, casualmente, arrivano i ladri di arance. “Non ho mollato e nel ‘95 ho cominciato a vendere le arance per conto mio. Ma non riuscivo a piazzare tutto il prodotto. Oggi sono felice del rapporto diretto con chi acquista i nostri prodotti. Più si esce dalla logica del mercato e meglio si sta”.
Tra le “galline” prevalgono produttori di agrumi biologici più o meno piccoli, da Patrizia e Antonio, con i loro 36 ettari, ai due del “giardino” di Aldo Centamore e Nunziatella Butera.
Carlo Limone trasforma la frutta in confetture di cedro e menta, arance e caffè. L’apicoltore nomade Antonio Coco fa la transumanza delle api, inseguendo le fioriture, la più pregiata quella d’astragalo, a più di 2.000 metri, sui sabbioni dell’Etna. Gabriele Proto mescola piante aromatiche mediterranee con semi esotici africani. E oggi il consorzio, a forza di cassette e carichi, ha raggiunto un fatturato annuo consistente, intorno ai 300mila euro.
Roberto è in piena: “Siamo un esempio d’economia pulita che dà da vivere a 18 famiglie, rispettando le leggi, senza dare fregature, senza lasciare debiti o partite sospese. Il rispetto ce lo siamo conquistati negli anni: all’inizio della scorsa campagna da alcuni Gas c’è stato addirittura offerto un anticipo sulle forniture, come si fa con i produttori di commercio equo”.
Qui le buone pratiche sono di casa. Ad esempio l’orto condiviso: gli amici che vengono qui, una volta alla settimana, a dare una mano si portano a casa le verdure che gli servono. Niente passaggio di moneta, niente mercato, niente certificazioni e… niente palestra. Anche la fatica è gratis. “Il valore della fatica è stato deriso dalla cultura che ora paga per faticare, mentre è una cosa che fa parte del patrimonio degli esseri umani”.

Gira il vino da un bicchiere all’altro, girano i cani attorno alla tavola e le opinioni tra i soci delle “galline” e “quelli del Nord”, tre ragazze di Firenze e Prato, una coppia di Lodi, un gruppo di Torino. Alcuni tra i tanti che tornano a trovare Roberto in questo magico strappo di terra. Tutti conosciuti in giro per l’Italia. “Ormai faccio il divulgatore ambulante -ride Roberto arrotando la “r” come non ti
aspetteresti da un agricoltore-, voglio far capire che dietro alle casse di arance ci sono persone”. E così Roberto, che non è certo uscito bell’e inamidato da un ufficio di “pr” ma è dotato di naturale comunicativa e carisma, comincia a promuovere gli agrumi al Nord, “dove una spremuta al bar costa 3 euro, 30 volte il prezzo pagato per la materia prima”. Partecipa alle fiere, ai convegni, agli incontri informali. “Il rapporto con il Gas mi permette di avere a che fare con la migliore umanità in Italia, quelli che rifiutano la cultura-spazzatura. Questo mi stimola molto, ma non posso neppure andare oltre l’osso -sospira-: dormire meno di 2 o 3 ore per notte o lasciare l’orto abbandonato per 15 giorni è un problema”.

Il “testacoda” ne suscita però di sensazioni forti: come le olive cunzate al peperoncino di questa solare insalata d’arance e come certi incontri.
“A Somma Lombarda, mentre raccontavo la nostra esperienza, una persona s’è alzata, arginando con difficoltà il pianto, e ha detto ‘Io sono andato via dalla Sicilia 30 anni fa, perché lì non c’era niente da fare. Perciò voglio ringraziarvi per quello che state facendo’. Il desiderio è proprio questo: che mio figlio, se vuole, possa fare qualcosa di buono qui, in Sicilia”. E Serena, che è figlia della Sicilia, anche se per necessità lavora altrove, fa eco: “Proprio per questo stiamo costruendo “Siqillyàh”, (vedi box in alto) una rete che porta il nome arcaico dell’isola e ha l’obiettivo di promuoverne il cambiamento e il riscatto, costruire partecipazione, valorizzare il suo patrimonio culturale e ambientale così come le nuove forme di economia solidale”.  

La cena volge al termine: i fichi di un’azienda agricola di Randazzo, sulle pendici del vulcano si sposano con il capocollo di cinta senese che le ragazze toscane hanno portato in presente. Loro, che stanno girando “l’altra Sicilia”, lo dicono forte: “Le cose qui forse peccano per organizzazione ma in compenso vivono di un incredibile entusiasmo. Qui tutto è nuovo, mentre al Nord certi rituali ormai appaiono stanchi”.
Paste di mandorla all’arancia e caffè: ormai è notte. La forza della Sicilia è tutta in quelle arance a terra, che brillano nel prato buio. L’economia solidale potrebbe prendere esempio da questa lenta cena: essere calda e paziente come la lava, diffondersi piano ma inesorabilmente.

Non perdetevi le confetture di gelso
Alta qualità e bassi prezzi. I prodotti del consorzio “Le galline felici” sono on line
a disposizione dei gruppi d’acquisto solidali. Lombardia, Piemonte, Veneto, Trentino e Toscana, le regioni verso le quali parte il maggior numero di camion. Gli agrumi fanno la parte del leone: arance da spremuta, sanguinelle, tarocco, moro, le quasi introvabili “vaniglia”, mandarini e clementine, pompelmi gialli e rosa, cedri (ottimi col sale), limoni e altra frutta, dai kiwi all’avocado. Se la bocca s’allappa, ci sono le ottime paste di mandorla dell’Arcolaio, marmellate o confetture -dal gelso alle arance amare con cannella- o miele nomade di rovo o di timo. Non solo: farine integrali di frumento e ceci, grano duro da cuocere, olio extravergine d’oliva, vino novello, mandorle, paté d’olive, capperi, pomodori secchi, aromi e altri sfizi. Tutto biologico. Prezzi inclusi iva e trasporto, quantità, periodi di disponibilità su www.legallinefelici.it. Accattàri, prego.

L’unico ponte che serve è quello delle relazioni
“Il ponte? Lo stiamo costruendo davvero”. Nessuna opera faraonica sullo Stretto: “Siqillyàh” è una rete delle persone e delle aziende che vuole cambiare la Sicilia. Un ponte di relazioni nato per sottrarre le relazioni al mercato. Un’associazione che porta l’antico nome della Sicilia: perché tutto possa cambiare ma non resti affatto uguale. Una sfida al fatalismo di chi pensa che “tantu nun cancia nenti”. Ci credono fermamente anche gli altri fondatori Valeria Anzaldo, bioarchitetto, Gabriele Proto agricoltore e Serena Bonura, 29 anni, giovane “emigrata” che vive a Bologna e si occupa di commercio equo ed educazione ambientale. Il suo desiderio è tornare per costruire un’altra Sicilia: “Siqillyàh vuole dare voce alle iniziative che propongono nuovi modelli economici, quelli che vanno dall’agricoltura biologica alle cooperative sociali, passando per il turismo responsabile, i gruppi d’acquisto solidali, i movimenti contro l’illegalità e la mafia ma anche l’educazione ambientale”. Mai prescindere dal ruolo attivo dei cittadini e dei consumatori. “Qui il valore aggiunto sono entusiasmo e autenticità -dice Serena-, l’energia che viene da questa terra. Ma prima di tutto bisogna rompere l’isolamento, mettere insieme le forze sane dell’isola, creare nuova consapevolezza. Lavorando non solo sulle produzioni ma anche sulla diffusione di coscienza critica”. Un fermento che anche Roberto Li Calzi testimonia: “In tanti incontri siciliani persone che non si conoscevano hanno scoperto in presa diretta mille occasioni per fare economia solidale”. La direzione è questa: fra settembre e ottobre il “Primo incontro dei Gassiculi e dell’Altro” raccoglierà la sfida di invitare a incontrarsi tutte le realtà siciliane.
Poi un sogno, a giugno 2009, l’incontro nazionale dei gruppi d’acquisto solidali, un po’ vacanza al mare, un po’ scoperta della Sicilia interna, che avrà il suo culmine nell’incontro vero e proprio, un abbraccio di tutta la rete Siqillyàh. Info: www.siqillyah.it

Pane e biscotti, olio e limoni. dal carcere
Questa volta si scavalca il muro. Lo dice Giovanni Romano, pacato presidente della cooperativa sociale “L’Arcolaio”, dal 2003 panificio e biscottificio che lavora nella locale Casa circondariale di Siracusa -il carcere- e parte integrante di “Galline felici”.
A partire da settembre infatti quattro detenuti in “articolo 21” -che permette di lavorare fuori dal carcere- si cimenteranno con i 13 ettari della “Fattoria sociale Jancarossa”, dove produrranno, e in parte confezioneranno o consegneranno alla trasformazione,
40 tonnellate di limoni di Siracusa all’anno, per non parlare di olio extravergine, carrube e mandorle. Sarà Giuseppe Adernò, solido agronomo e produttore del consorzio, ad averne la responsabilità. Beppe ha iniziato anni fa con i corsi di giardinaggio e agricoltura biologica, utilizzando a scopo didattico un terreno all’interno del carcere.
Fa capire, con pudore, che fare da maestro ai detenuti è una cosa che gli riesce bene. Ma sono fatiche e onori che Beppe sottolinea: “Questo lavoro lo faccio non certo per il reddito, ma perché è ‘di soddisfazione’ ed è giusto farlo”. “Jancarossa” parte con buone radici: è un’azienda agricola già avviata nella cui gestione “Arcolaio” subentrerà. La cooperativa ha inoltre recentemente aderito alla rete italiana delle “Fattorie sociali”, agricoltori e operatori sociali che promuovono progetti per l’inserimento di disabili e altri lavoratori svantaggiati in agricoltura. La vocazione della cooperativa potrebbe così ampliarsi con l’inserimento di una persona con problemi di disagio psichico. Spiega Giovanni: “Non abbandoneremo la linea ‘Dolci evasioni’, perché il nostro prodotto di punta ci permette di comunicare a tante persone i nostri valori fondanti, l’importanza del lavoro in carcere, il rispetto della salute e dell’ambiente, la vocazione della nostra terra, l’attenzione al Sud del mondo. In listino le nuove paste di mandorla con arancia e caffè, gli amaretti siciliani, le mandorle tostate e il preparato per il latte di mandorla”. Info: tel 0931-41.30.40, www.arcolaio.org
 

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