Ambiente

Le (sor)genti dell’acqua

Nell’Alto Oltrepò pavese la gestione collettiva degli acquedotti rurali è un patrimonio storico. Che oggi “fa gola” a molti Armati di badile e pic -il piccone in dialetto- gli abitanti di Crociglia, una frazione di Zavattarello in provincia di Pavia,…

Tratto da Altreconomia 120 — Ottobre 2010

Nell’Alto Oltrepò pavese la gestione collettiva degli acquedotti rurali è un patrimonio storico. Che oggi “fa gola” a molti

Armati di badile e pic -il piccone in dialetto- gli abitanti di Crociglia, una frazione di Zavattarello in provincia di Pavia, hanno costruito il loro acquedotto. Era il 1954 e Giovanni Ballerini, oggi presidente del Consorzio volontario per l’acquedotto di Crociglia, era un bambino: “Ogni famiglia ha scavato 100 metri di condotta -ricorda-, e tutti insieme un serbatoio profondo tre metri”.
Il Consorzio è uno dei tre acquedotti rurali del Comune di Zavattarello. In quello vicino, Varzi, la località dell’Alto Oltrepò pavese famosa per il suo salame, sono 24; un centinaio nel biellese (vedi Ae x); migliaia in tutta Italia. Rappresentano realtà residuali se paragonate ai numeri (utenti, fatturato) dei giganti del settore, le società per azioni quotate in Borsa, ma anche un patrimonio collettivo. Un “bene comune”, mai censito né valorizzato, ma capace di insegnare il valore dell’acqua e del mutualismo.
A Crociglia, ad esempio, giovani e anziani ricordano come “il giorno della cipolla” quello in cui lo sforzo collettivo ha portato nella vasca d’accumulo l’acqua di tre sorgenti -Ballerini me la indica da qualche parte, nascosta dagli alberi che coprono la montagna che sovrasta questo piccolo borgo della Val Tidone.
Oggi gli utenti del Consorzio sono 104. Hanno pagato i 5 euro di quota associativa per il 2010. Per il servizio spendono un minimo di 25 euro l’anno (per un consumo fino a 48 metri cubi d’acqua) e 0,52 euro per ogni metro cubo in più. Ai nuovi aderenti il Consorzio chiede 50 euro, mentre un allacciamento ne costa 250.
Ballerini parla con orgoglio dell’“anello”, un’evoluzione della rete completata negli anni Novanta. A Crociglia, come nelle grandi città, “la rete è come un ‘anello’ che gira. Prima non c’erano vasi comunicanti, e alcune case in cima al paese restavano senz’acqua quando il serbatoio era pieno”. Anche i segni della solidarietà sono assai concreti: recuperate in casa “le chiavi dell’acquedotto”, Ballerini mostra i tubi che raggiungono il serbatoio. Ne indica uno, spiegando che con quello recuperano il “troppo pieno” di Casa Fiori e Torretta, dove un consorzio gestisce un altro acquedotto rurale, già nel territorio del Comune di Varzi: “Lassù ci sono pochi abitanti. Inutile che la risorsa captata vada sprecata. Non c’è niente di scritto, abbiamo fatto questo accordo ‘informale’. Ma nessuno -scherza- ci toglierà mai quell’acqua”. Quelli di cui parla sono valori. Questo si chiama mutuo aiuto. 
L’unica preoccupazione è a valle, a Pavia. È nel capoluogo, infatti, a quasi cinquanta chilometri, che si deve scendere a rinnovare la concessione per l’utilizzo delle sorgenti, per cui va riconosciuto un diritto di sfruttamento di 354 euro all’anno alla Regione.
“L’abbiamo appena rinnovata per i prossimi trent’anni” racconta Michela Ballerini, 35 anni e una laurea in economia. Nipote di Giovanni, s’impegna per l’acquedotto “per tradizione famigliare” ed è vicepresidente del Consorzio: “Sui documenti c’è scritto che la Provincia può espropriare per interesse pubblico superiore. Ho la brutta sensazione che si possano prendere le nostre sorgenti”. La qualità dell’acqua ne farebbe senz’altro ottimi marchi di minerale, anche se la paura principale ha i contorni sfumati della legge “Ronchi” (l. 166/2009), l’obbligo di passare la mano della gestione dell’acquedotto rurale. Un comma dell’articolo 15 (vedi box) prevede -spiega Michela Ballerini- che “per situazioni eccezionali che, a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento, non permettono un efficace e utile ricorso al mercato, l’affidamento può avvenire a favore di società a capitale interamente pubblico, partecipata dall’ente locale”. È forse il caso di questi Comuni di montagna, dove non salirà mai nessun privato, perché non c’è possibilità di profitto. Ma qui non ci stanno a cedere l’acquedotto nemmeno al Comune, ed è per questo che nelle valli sono state raccolte le firme per il referendum contro la privatizzazione dell’acqua (www.acquabenecomune.org).
L’importante è non farsi trovare impreparati, e per questo gli acquedotti rurali fanno rete. Quello di Crociglia, ad esempio, con quelli di Varzi, dove gli acquedotti rurali sono una presenza più diffusa. Dei 3.500 abitanti, due terzi vivono nel capoluogo, dove il servizio è gestito dalla ex municipalizzata Asm di Voghera; un migliaio -cui si aggiungono, in estate, numerosi turisti ed emigranti- sono serviti da una ventina di consorzi. Le persone vivono sparse in una quarantina di frazioni, su una superficie di quasi 60 chilometri quadrati (un terzo di quella del Comune di Milano). Troppi per le cassa del Comune, ma troppi anche per le leggi del mercato: quale privato, alla ricerca solo del profitto, porterebbe oggi l’acqua in queste frazioni? E se anche lo facesse, a quale prezzo?
Nella giunta comunale di Varzi, in carica da un anno, c’è un assessore alle Frazioni, Giorgio Buscaglia, insegnante in pensione, che nel dicembre del 2009 ha convocato una riunione di tutti i consorzi e promosso tra i presidenti un censimento: “Ho posto loro una quindicina di domande, relativi alla gestione del Consorzio, alla presenza dei contatori, alle concessioni. Oggi ho davanti un quadro: sappiamo dove intervenire”. Buscaglia è anche l’appassionato vicepresidente dell’Acquedotto rurale San Martino. E con lui saliamo ai 715 metri di Cignolo, alla sorgente d’adduzione: “Vengo una volta a settimana, per controllare. Da qui parte un tubo di cinque chilometri, che arriva a un serbatoio di distribuzione, a San Martino. Abbiamo costruito l’acquedotto nel 1983-84, grazie a finanziamenti ottenuti tramite la Comunità montana. Abbiamo 111 contatori, in tre frazioni”.
Con questi numeri, quello di San Martino è uno dei consorzi più grandi: fattura addirittura 5mila euro all’anno. “Inviamo le fatture ogni quadrimestre. La tariffa è identica per tutti: 0,2 euro al metro cubo. Prima c’erano delle ‘fasce di prezzo’, ma famiglie che consumano tanto non ci sono. Finivamo col colpire solo quelle più numerose”. Le spese principali sono quelle che riguardano la concessione per la sorgente (i 354 euro all’anno da riconoscere alla Regione) e i costi della depurazione, che finora venivano pagati ai Comuni secondo un calcolo forfettario, anche se il regime sta cambiando.
L’acquedotto di Nivione risale agli anni Cinquanta e oggi ha più o meno le stesse dimensioni. I contatori allacciati sono 99. Solo che, racconta il giovanissimo neopresidente Nazareno Dirotti, venticinquenne fresco di laurea in Lingue e culture moderne, “le fonti sono 4, così ogni anno paghiamo oltre 1.400 euro alla Regione”.
Se pensate di trasferirvi tra le colline nella vallata di Nivione mettete in conto una spesa di 150 euro per l’allaccio, un costo fisso di 50 euro l’anno per il servizio, e una tariffa di 0,30 euro per ogni metro cubo d’acqua utilizzata.
Le tariffe sono basse perché le spese di gestione sono minime e chiudere il bilancio facendo “utili” è un problema. Gli acquedotti rurali sono società senza scopo di lucro ed eventuali avanzi di bilancio verrebbero tassati: meglio lavorare vicini alla linea di galleggiamento.
Per amministrare è richiesto un certo impegno: emettere bollette, tenere i registri contabili, pagare l’Iva, realizzare piccoli e grandi interventi sulla rete. L’Asl sale quassù un paio di volte l’anno, per le analisi sulla qualità dell’acqua. Altrimenti si può scendere a Pavia, al laboratorio dell’Università. Analizzare un paio di fialette costa 34 euro.
“Quando c’è qualche problema -racconta Nazareno Dirotti, presidente dell’acquedotto rurale di Niviano- partiamo con i vecchi, che sanno dove stanno i tubi. A novembre, poi, facciamo un giro e apriamo alcuni rubinetti nelle case non abitate, così non gela la rete. Ma i problemi sono anche altri: il Comune ci ha appena asfaltato due tombini, in cui stanno i contatori per due famiglie, e non ho potuto emettere le fatture per questo quadrimestre”.
Gli amministratori sono tutti volontari, e le difficoltà si fanno sentire specie dove manca un ricambio generazionale, come a Pietra Gavina, che, con i suoi 210 contatori, è il più grande tra i consorzi di Varzi. In questa frazione l’acqua viene pompata dal basso, e ciò genera una bolletta elettrica di oltre 15mila euro. Così, tra gli associati, c’è chi pensa di passare le reti al Comune. Altri acquedotti rurali, invece, hanno meno di una decina di utenti, per i quali è difficile far fronte ai costi di concessione (354 euro all’anno) senza far “schizzare” il costo del servizio.  Giorgio Buscaglia, assessore alle Frazioni, vuole fare rete, per superare le difficoltà insieme. Ma la partecipazione è un’altalena, pochi i giovani: “Non capiscono il valore culturale dei consorzi -confessa amaro Buscaglia-, il patrimonio di questi acquedotti che sono privati solo formalmente”. Il consorzio è una libera associazione tra cittadini, che promuovono un interesse generale. Se non avessero fatto da soli, a portar loro l’acqua potabile in casa non ci avrebbe pensato nessuno. 

Di tutti e di nessuno
Roberto Formigoni, il “presidentissimo” della Regione Lombardia (vedi Ae 119), avrebbe voluto fare di Pavia il laboratorio dove sviluppare la sua idea di servizio idrico integrato. Un progetto che separa la proprietà delle reti (acquedotto, fognature, impianti di depurazione) e la realizzazione degli investimenti (gli oneri) dall’erogazione del servizio (gli onori), da affidare necessariamente a soggetti privati.
L’Autorità d’ambito territoriale ottimale (Ato) pavese, che riunisce 190 Comuni e la Provincia, dopo aver siglato un protocollo d’intesa con il Pirellone, ha effettivamente messo a gara “l’erogazione”. Pubblicato il bando, nell’autunno del 2009, una sentenza della Corte Costituzionale (la numero 307/2009) ha invalidato la legge lombarda che regola il servizio idrico integrato. Tocca allo Stato, ha spiegato la Corte, decidere in  materia di organizzazione del servizio.
Intanto, gli otto gestori presenti sul territorio avevano conferito le reti a una società, Pavia acque srl, che è partecipata dalle aziende e non dai Comuni. Lo spezzatino, cioè, è stato solo lasciato a metà.

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