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Opinioni

Le ragioni della mia candidatura

Non si può costruire una Europa unita con cittadini di serie A, B e C. Ma, per ottenere questo cambio di rotta i Paesi del Sud Europa, insieme ai Paesi del Nord più indebitati, debbono allearsi per formare una massa critica che spinga Bruxelles ad un cambiamento radicale delle politiche economiche. Il commento di Tonino Perna

I dati non lasciano dubbi: l’impatto della crisi sul Mezzogiorno è stato molto più pesante che nel resto del Paese.  Dal 2008 al 2013 il Pil è sceso del 12,6 per cento nel Mezzogiorno rispetto al 6,8 per cento nel Centro-Nord,  l’industria manifatturiera ha perso il 22,8 per cento nel Mezzogiorno contro il 14,4 per cento nel resto del Paese, ed ancora peggio è andata l’edilizia che perde il 24 per cento al Sud contro il 20 per cento nel Centro-Nord, e persino l’agricoltura su cui si sono riposte tante aspettative perde il 9 per cento nel Mezzogiorno contro il 3 per nel resto d’Italia.  
 
Il tasso di disoccupazione nel 2013 ha superato in Calabria, Campania e Sicilia il 19 per cento contro il 7,5 per cento della Lombardia, il 7,1 per cento dell’Emilia Romagna e il 6,5 per cento in Veneto, la Regione che ha visto il maggior numero di suicidi tra i piccoli imprenditori.
 
Anche il peso dei tagli alla spesa pubblica, nel periodo 2008-2012, è stato decisamente squilibrato colpendo duramente il Sud, con il – 6 per cento, contro l’1,4 per cento nel Centro-Nord. Ne è derivato un peggioramento in tutti i servizi pubblici, una riduzione di prestazioni sanitarie, un peggioramento dell’offerta scolastica e formativa, un affossamento dei Comuni che sono in gran parte finiti nel gorgo oscuro del default.   
Il divario storico tra il Mezzogiorno ed il resto del Paese è diventato un baratro in questi cinque anni di recessione. Tutti gli sforzi fatti in passato, nel ventennio 1960-1980, per riequilibrare il nostro Paese sono andati persi e le popolazioni meridionali hanno ripreso ad emigrare come e peggio del primo dopoguerra. La stessa questione meridionale, diventata marginale dopo la caduta del muro di Berlino e l’apertura dei mercati nei Paesi ex-socialisti, è ormai scomparsa dall’agenda politica come testimonia chiaramente il fatto che l’attuale governo Renzi abbia azzerato il Ministero per la coesione territoriale che con tenacia l’allora ministro Fabrizio Barca aveva cercato di far funzionare per rendere efficace l’utilizzo dei Fondi europei per le regioni obiettivo 1, ovvero per la gran parte delle regioni meridionali. 
 
In questo quadro desolante c’è ancora chi parla di politiche di sviluppo e di crescita economica che dovrebbe rimettere le cose a posto. Pensare di tornare al periodo pre-crisi è pura illusione, data la nuova divisione internazionale del lavoro e il peso rilevante delle potenze emergenti, i cosiddetti Brics, a partire dalla nuova officina del mondo: la Cina. In più, con il debito pubblico che continua a crescere malgrado i tagli ed i sacrifici, l’abbassamento del potere d’acquisto delle famiglie, è impossibile pensare di uscire dal tunnel anche se arriverà, come è auspicabile, un primo taglio alle imposte che gravano sulle famiglie e sulle imprese.  Anche se il Pil crescerà più dello 0,6 per cento nel corso di quest’anno, anche se dovesse arrivare al 2 per cento (e sarebbe già un bel risultato), non riuscirebbe a ridurre significativamente la disoccupazione, dato il modello di sviluppo imperante.
 
La teoria del “trickle-down”, ovvero dello sgocciolamento, per cui quando c’è la crescita qualcosa arriva pure ai più poveri, è stata smentita dai fatti, e proprio nel Paese, gli Usa, dove gli economisti hanno abbracciato in passato questa tesi. Come ha ben spiegato e dimostrato Paul Krugman, nei Paesi a capitalismo maturo, la crescita quando c’è si presenta con i caratteri della growth jobless, ovvero di una crescita senza nuova occupazione in termini significativi.  E se gli Usa negli ultimi due anni sembrano aver dimostrato il contrario è solo perché la Fed Reserve, la Banca centrale , ha drogato l’economia con una iniziazione di liquidità nel sistema di circa 90 miliardi di dollari al mese. 
Tutto questo per dire che il futuro del Mezzogiorno è ormai legato a quanto avverrà nel sistema dell’economia mondiale, a partire da quello che sarà il futuro dell’Europa. Dipenderà da quale Unione Europa uscirà fuori dalle prossime elezioni, le prime vere elezioni europee, non solo perché si vota per la prima volta per indicare il presidente della Commissione, ma in quanto si scontrano visioni contrapposte nella fase più fragile e delicata vissuta dalla Ue, dal momento della sua costituzione. La prima visione è quella della “grande coalizione” incarnata dal candidato socialdemocratico, Martin Schultz, che dopo aver sostenuto le politiche di austerity che hanno impoverito i Paesi del Sud Europa per salvare le banche tedesche, adesso rinnega tutto e parla di cambiare rotta, pur continuando a governare la Germania con Angela Merkel. La seconda, la più pericolosa, è la soluzione totale: uscita dall’Euro, svalutazione, e ritorno alle monete nazionali in un quadro di neonazionalismo xenofobo. Forte in tutta Europa, in Italia è sostenuta dalla Lega Nord, dal M5S, da Forza Italia (timidamente).  Significherebbe il drammatico ritorno agli anni 30 con tutte le sue conseguenze e la scomparsa del sogno della Ue che è costata tanta fatica e ci ha regalato più di sessanta di pace e prosperità. C’è una terza visione del nostro futuro ed è quella legata ad un cambiamento radicale delle politiche economiche di Bruxelles, restando nell’Euro, e dando più peso ai Paesi del Sud Europa che più hanno subito le conseguenze dell’austerity. Essa si fonda su un’analisi e delle proposte precise: ristrutturare il debito dei nostri Paesi che è diventato impagabile, offrire a tutti i cittadini europei un diritto ad una vita dignitosa, indipendentemente dall’andamento del Pil, che significa un reddito minimo di cittadinanza, una scuola e sanità per tutti, come diritti di cittadinanza. Non si può costruire una Europa Unita con cittadini di serie A, B e C. Ma, per ottenere questo cambio di rotta i Paesi del Sud Europa, insieme ai Paesi del Nord più indebitati, debbono allearsi per formare una massa critica che spinga Bruxelles ad un cambiamento radicale delle politiche economiche insieme ad una integrazione politica non più rinviabile. 
 
Per questo ho ritenuto importante impegnarmi in prima persona  per  la lista “l’Altra Europa per Tsipras”, perché può rappresentare una speranza per tutte le popolazioni europee, può farci attraversare lo Stretto tra Scilla e Cariddi, tra lo status quo dell’austerity senza futuro, al suicido nazionalistico e razzista che ci riporterebbe indietro alle fasi più oscure della nostra storia. Ed anche perché sento i greci come nostri cugini, così come gli altri popoli del Mediterraneo che costituisce la terza dimensione che manca oggi all’Europa, che poggia sull’asse franco-tedesco ormai decrepito come un vecchio legno marcio. Ma, non saranno le elezioni europee da sole a cambiare il nostro destino: è necessario che dal basso- dalle autonomie locali ai consorzi di imprese, dall’associazionismo al mondo dell’Altreconomia,  dal mondo della ricerca e della Scuola/Università – si cambi registro, si pensi alla grande puntando su tutti i fronti ad una  vera alleanza euro-Mediterranea, che costituisca una risposta solidale e forte per contrastare la globalizzazione/omologazione delle nostre culture e stili di vita.   Una risposta che parta dalla specificità dei singoli territori, ma non resti localistica e diventi una risposta collettiva. Questa crisi ci ha insegnato una cosa fondamentale: nessuno si salva da solo. Né una singola persona,né una regione, né una nazione.

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