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Opinioni

Le radici della crisi

È il lavoro la prima vittima del crollo economico internazionale. Ed è il lavoro l’elemento da cui ripartire

Tratto da Altreconomia 137 — Aprile 2012

L’Italia ha conosciuto il suo boom economico negli anni sessanta del secolo scorso e per un trentennio ha funzionato: occupazione e reddito si sono tenuti per mano in un crescendo continuo dell’una e dell’altro. Ma oggi il sistema sembra inceppato: la ricchezza cresce poco e l’occupazione va addirittura indietro. Non solo in Italia, ma nel mondo intero. Da anni l’Oil, l’Organizzazione internazionale del lavoro, tira il campanello di allarme: i disoccupati nel mondo sono 225 milioni, il 6,9% dell’intera forza lavoro con un peggioramento costante: dal 2009 al 2011 altri 27 milioni di persone sono andate ad aggiungersi all’esercito dei senza lavoro.
Una delle zone più colpite è l’Unione europea con un tasso medio di disoccupazione che sfiora il 10%, la Grecia e la Spagna addirittura il 19 e 23%. Quanto all’Italia siamo ad una media dell’8,6%, ma la percentuale sale al 30,1% se ci concentriamo sui giovani al di sotto dei 25 anni. Benvenuti nel mondo dei bamboccioni, come erano stati battezzati dall’allora ministro del Tesoro nel 2007. Un esercito di oltre 7 milioni di celibi e nubili, fra i 18 e i 34 anni, costretti a vivere con i propri genitori, perché sono senza lavoro o hanno un impiego così mal pagato da non potersi permettere di vivere per conto proprio. Molti sono laureati, ma il sistema offre loro solo contratti precari che mediamente fruttano 836 euro al mese, 4 contratti rinnovabili di tre mesi in tre mesi tanto per tenerli al guinzaglio. Bankitalia conferma: i giovani oggi hanno buste paga più leggere del 35% rispetto a quelle dei padri, venti milioni di lavoratori sono sotto pagati. […]

La perdita di posti di lavoro nella nostra parte di mondo è solo uno degli effetti della nuova distribuzione della geografia internazionale del lavoro. L’altro è la perdita di potere contrattuale da parte dei lavoratori che si traduce in perdita in diritti. Il primo sfondamento è avvenuto in Germania. Nel 2004 Siemens, Vokswagen, Daimler-Chrysler impongono al sindacato metalmeccanico la firma di accordi che prevedono l’aumento dell’orario di lavoro senza aumento di stipendio e la perdita di altri benefici normativi e salariali. Sullo stesso esempio, nel giugno 2010, la Fiat condiziona la riapertura dello stabilimento di Pomigliano d’Arco (Na) alla firma di un accordo che prevede turni più gravosi e limita il diritto di sciopero. A nulla valgono le lotte della Fiom/Cgil, che non firma, e sull’onda del ricatto “o così, o me ne vado” i lavoratori, al 63%, approvano l’accordo. Lo stesso copione si replica nel dicembre dello stesso anno per lo stabilimento Mirafiori di Torino. Anche in questo caso Fiat impone un contratto aziendale fuori dal contratto nazionale che modifica il sistema di rappresentanza sindacale (in modo da escludere la Fiom che neanche questa volta ha firmato), che peggiora il sistema delle pause e dà più potere discrezionale alle direzione in tema di straordinari e turni di lavoro.
Oltre che con le imprese, i lavoratori hanno dovuto fare i conti con la politica, che in nome della competitività ha deciso di smantellare, pezzo per pezzo, le garanzie legislative conquistate in decenni di lotte. […]

In questo duro scontro, i primi a rimanere sul campo sono stati i salari, che hanno registrato ovunque un arretramento rispetto alla ricchezza prodotta. In Europa, fra il 1982 e il 2005, la quota di prodotto lordo andata ai salari è diminuita mediamente del 8,2%, passando dal 66,3 al 58,1%.Negli Stati Uniti, tra 1975 e il 2011 è diminuita del 5,7% passando dal 60 al 54,3% del Pil. E dalla Cina il sindacato denuncia che fra il 1983 e il 2005 la quota di prodotto assorbita dai salari si è ridotta addirittura del 19,8% passando dal 56,5 al 36,7% del Pil.
Inutile dire che specularmente sono cresciuti i profitti. Negli Stati Uniti, ad esempio, la loro quota parte sul Pil è raddoppiata passando dal 6% nel 1982, al 12,9% nel 2011, un livello superato una sola volta nel 1950. Spostamenti importanti che si fanno sentire sulla pelle viva di ogni nazione che vedono crescere la distanza fra ricchi e poveri. In Italia, ad esempio, il divario fra il 10% più ricco e il 10% più povero, è passato da 8 a 1 nel 1985 a 10 a 1 nel 2008. In linea con la media dei Paesi industrializzati che nello stesso periodo hanno visto allargarsi il fossato da 7 a 1 a 9 a 1. Per non parlare degli Stati Uniti che sono passati 10 a 1 a 15 a 1. Cifre ancora più scandalose se pensiamo che nello stesso Paese, fra il 1979 e il 2007 il reddito del 1% più ricco è cresciuto del 275%. Tant’è, se nel 1974, la fetta di reddito nazionale goduta da questa esigua fetta di super ricchi era al 8%, nel 2008 la troviamo al 18%.
Intanto un rapporto di Credit Suisse ci informa che l’84% di tutta la ricchezza mondiale privata, sia mobiliare che immobiliare, è concentrata nelle mani del 10% della popolazione terrestre. Ancora peggio, l’1% possiede, da solo, il 44% dell’intero patrimonio mondiale.

Ogni volta che la linea dei profitti si impenna, per gli uomini d’affari è motivo di festa. In fondo è per questo che vivono. Ma ciò che è buono per i singoli non sempre lo è per il sistema, e la caduta dei salari non è un messaggio di prosperità, ma di tempesta. Se i salari scendono, chi comprerà tutto ciò che si produce? Il rischio, insomma, è che non si chiuda più il cerchio fra produzione e consumo e proprio questa paura fa arrivare sulla scena due cavalieri che puzzano abbondantemente di marcio.
Il primo: l’espansione della finanza, un fenomeno che fa capolino ogni volta che aumentano i profitti, ma ci sono basse prospettive di vendita. Non avendo convenienza ad investire in nuove attività produttive, i detentori di capitale preferiscono fare fruttare i loro soldi non tramite la produzione di nuova ricchezza, ma tramite l’estrazione di ricchezza dalle tasche degli altri.
Le attività principali della finanza sono i prestiti e la speculazione. Un tempo i prestiti erano concessi esclusivamente da banche e usurai. Oggi è un’attività molto più estesa, che coinvolge anche i singoli cittadini perché esistono canali e metodi che permettono alle imprese e agli Stati di ottenere prestiti da chiunque abbia voglia di farlo. L’operazione avviene tramite la vendita di titoli, noti come obbligazioni, che oltre a certificare l’ammontare ricevuto, specificano il tasso di interesse che sarà pagato e i tempi di restituzione del capitale. Una delle caratteristiche delle obbligazioni è che possono essere rivendute, a prezzi che possono salire o scendere in base all’affidabilità del debitore. Il che ha trasformato il debito non solo in una grande mercato, ma anche in una grande macchina di investimento di tipo speculativo. […]

Il secondo cavaliere arrivato sulla scena è l’espansione del debito, un fenomeno che fa capolino ogni volta che i magazzini si ingolfano di materiale invenduto. Non trovando altro modo di fare assorbire la produzione, il sistema spinge famiglie, imprese e stato ad indebitarsi affinché consumino al di sopra delle proprie possibilità. Tant’è nel 2010, il debito totale mondiale, inteso come prestiti bancari, debito pubblico e debito delle imprese, ammontava a 158mila miliardi di dollari pari al 250% del prodotto lordo mondiale. I primi in classifica l’Irlanda, col 663%, il Giappone, col 512%, l’Inghilterra, col 507%. —

La madre di tutte le bolle
“Contro la crisi, il lavoro” è il titolo (provvisorio) del piccolo saggio che Francesco Gesualdi sta per pubblicare per Altreconomia Edizioni. Al suo interno, anche la ricostruzione dello scoppio della crisi, legato ai mutui subprime statunitensi. “I primi segnali che la bolla sulla casa si stava sgonfiando arrivarono nella primavera 2006. Le vendite cominciavano a calare e i prezzi a raffreddarsi. Ma invece di prendere atto che ormai la festa era finita l’industria dei mutui accelerò nel tentativo estremo di rivitalizzare il mercato. I procacciatori di mutui si diedero ancora più da fare e dal dicembre 2006 all’agosto 2007, Goldman Sachs creò e vendette qualcosa come 24 miliardi di dollari in titoli di credito. Ma nel giugno 2007 si verifica il primo incidente che non lascia scampo. La vittima è Bear Stearns, un soggetto finanziario a più teste con attività in ambito bancario e speculativo, compresa la concessione e cartolarizzazione di mutui. Nel 2007 Bear Stearns registra 383 miliardi di dollari di debito a fronte di un capitale sociale di 12 miliardi. Praticamente 31 a 1. Ma nel giugno 2007 scivolò su un prestito di 3 miliardi di dollari. Motivo? Dal mondo dei mutui giungeva notizia che l’intero palazzo stava scricchiolando perché le fondamenta non reggevano più. Migliaia di famiglie non rispondevano ai solleciti di pagamento, le banche erano costrette a dichiararle insolventi, la farsa dei contratti fasulli era ormai smascherata. E mentre nei tribunali si ammucchiavano le pratiche di sequestro delle case ipotecate, nelle banche si facevano i conti dei danni.

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