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Altre Economie

Le mani in tasca

Anche la legge Finanziaria può essere un’occasione e non un incubo. Lo spiega, ogni anno, la campagna Sbilanciamoci!, con la sua “contromanovra” che investe nell’interesse collettivo, intaccando privilegi e disuguaglianze, promuovendo la giustizia e i diritti 

Tratto da Altreconomia 99 — Novembre 2008

Trucchi contabili e poca trasparenza: sono le linee guida della manovra di bilancio 2009-2011, varata dal ministro dell’Economia Giulio Tremonti che vorrebbe sostituirla alla legge Finanziaria. Sul complesso della manovra va espresso innanzitutto un giudizio di metodo che è anche di merito:
gli spazi di dibattito e di confronto parlamentare su provvedimenti così importanti si sono ulteriormente ridotti.
E naturalmente si sono ulteriormente erosi gli spazi di confronto con la società civile: ciò significa meno democrazia e minori canali di comunicazione tra istituzioni e società. Questo è il quadro con cui ha dovuto confrontarsi la campagna “Sbilanciamoci!”, quest’anno, nell’elaborare la propria contromanovra, le 100 proposte concrete per un’“Italia capace di futuro”.
Rispetto ai contenuti, le politiche ed i provvedimenti proposti dal governo sono assai negativi: accentuano disuguaglianze e ingiustizie sociali, riducono il welfare e i diritti sociali, rendono residuali le politiche per l’ambiente, devastano la scuola, riducono al lumicino soldi e interventi per la solidarietà internazionale. Sono politiche e provvedimenti che alimentano privilegi e corporativismi, particolarismi ed egoismi sociali.
È necessario invece un nuovo modello di sviluppo al servizio delle persone, della società e dell’ambiente.
La politica economica di Tremonti & Berlusconi
Meno Stato, ma più dirigismo; più liberismo ma meno concorrenza sui mercati: la politica economica dei primi mesi del governo Berlusconi è andata in direzioni apparentemente contraddittorie. L’economia italiana ha smesso di crescere, la produttività del lavoro diminuisce (caso unico tra i Paesi avanzati), la base produttiva perde pezzi, non si annunciano stimoli alla domanda che non siano i consumi opulenti dei più ricchi e opere pubbliche inopportune -Tav, Ponte sullo Stretto, centrali nucleari-. Così la torta del reddito si fa più piccola, e calano ancora più in fretta le risorse che passano tra le mani dello Stato. Di alcuni effetti del declino si occupa il mercato, cioè le imprese: sul mercato del lavoro diminuisce l’occupazione, soprattutto i lavori a medie qualifiche; i salari nominali crescono indicizzati all’inflazione programmata -l’1,7%-, quando sul mercato dei beni i prezzi aumentano del 3,6%. La torta più piccola rimpicciolisce soprattutto le fette dei salariati, facendo dell’Italia uno dei Paesi europei con le maggiori disuguaglianze di reddito. Altri effetti del declino passano per una spesa dello Stato (bilanci dei ministeri e trasferimenti agli enti locali) che ora -se escludiamo il servizio del debito pubblico- è pari appena al 30% del Pil (cinque punti in meno di dieci anni fa) e che sarà tagliata dalla manovra triennale del governo di 30 miliardi di euro nella scuola (87mila insegnanti in meno), nella salute, nell’assistenza, nelle pensioni, negli enti locali. Questo assalto al già debole welfare state italiano (e l’attacco sistematico ai dipendenti pubblici) vuol dire -da subito- meno servizi pubblici e più necessità di acquistarli sul mercato, impoverendo gli italiani. Ma vuole anche dire, nel lungo periodo, minori prospettive di benessere e crescita del Paese. A redistribuire quanto resta delle risorse pubbliche alle Regioni più ricche -ed elettoralmente più fedeli- provvederà poi il federalismo fiscale in arrivo.
La crisi internazionale, le imprese e l’Italia 
La recessione internazionale (con una concorrenza estera che cresce) colpisce direttamente le imprese, e ad esse vanno i favori sui bassi salari e i regalini sulla precarizzazione del lavoro (viene reintrodotto il job on call) -come se questi potessero renderle competitive sui mercati esteri-. Privilegiate sono
le imprese che stanno al sicuro dalla concorrenza sul mercato interno -spesso uscite dalle privatizzazioni, avviate anche dal centrosinistra-: elettricità e servizi a rete, telecomunicazioni, trasporti, autostrade, costruzioni. Hanno potuto alzare liberamente i prezzi: aumentano l’inflazione e le proprie fette
di torta. È questo il modello a cui guardano i nuovi padroni di Alitalia, l’ultima tra le vittime illustri del declino del Paese.
La “soluzione” raggiunta ha visto all’opera molti privilegiati per censo o per nobiltà (un elenco bipartisan in tutta evidenza), che si troveranno al riparo dei costi della crisi -assorbiti dallo Stato- e con un nuovo monopolio privatizzato a disposizione sulle rotte interne, come la ricchissima Milano-Roma. L’unico pesce grosso con cui il ministro Tremonti ha alzato la voce è stata la rendita petrolifera, introducendo un’addizionale all’imposta sulle imprese del 5%. Ma è un’elemosina su un potere intoccabile: i loro prezzi sono saliti a volontà quando le quotazioni del greggio crescevano, ma ora che scendono il calo non si trasferisce sui prezzi al consumo.
E si allenta la lotta all’evasione. Ai professionisti è stato tolto l’obbligo di ricevere i pagamenti attraverso bonifici bancari (tracciabili dal punto di vista fiscale) per gli importi inferiori a 12.500 euro (il governo Prodi l’aveva imposto per le parcelle al di sopra dei 5mila). Con una strizzata d’occhio, il governo assicura ai contribuenti che le dichiarazioni dei redditi resteranno pubbliche solo per un anno. Secit e Alto commissariato per la lotta alla corruzione vengono sciolti.
La “contromanovra” di Sbilanciamoci!
Servono 14 miliardi di euro per finanziare un modello di sviluppo sostenibile e di qualità. 3mila asili nido, 20mila pannelli fotovoltaici, 50mila borse di studio per gli studenti che ne hanno diritto, la trasformazione di 250mila “co.pro.” in lavoratori dipendenti; 60mila ragazzi in più per il servizio civile: sono alcuni degli interventi proposti (ben 100) dalla campagna Sbilanciamoci! per cambiare direzione a un modello neoliberista che ci sta portando alla rovina. Bisogna rilanciare l’intervento pubblico in economia, secondo una logica di interesse collettivo e di costruzione di beni comuni. Come finanziare queste proposte? Riducendo del 20% la spesa militare (4 miliardi di euro), tagliando i fondi (732 milioni) alle scuole private, tassando le rendite (3 miliardi) e aumentando la progressività fiscale (1 miliardo e 200milioni) si troverebbero molte delle risorse necessarie. Solo riorientando la spesa pubblica e intaccando privilegi e disuguaglianze si può uscire da questa crisi gravissima nel segno della giustizia e dei diritti. Il contrario di ciò che stanno facendo Tremonti e Berlusconi.

Più diritti, meno beneficienza
Nella manovra finanziaria vengono azzerati gli stanziamenti per il fondo sulla non autosufficienza e introdotto nel contempo la social card, un tesserino concesso ai più poveri per poter fare acquisti di prima necessità nei negozi: il tutto per 400 euro una tantum. Da una parte  si toglie un diritto (soldi necessari per l’assistenza domiciliare, l’accompagnamento, ecc.) legato alla condizione di non autosufficienza e dall’altra si fa un’elemosina (a termine) per le emergenze più drammatiche
di anziani e poveri. Lo stesso si fa per i bambini: la logica è quella del bonus bebè (o al massimo delle detrazioni fiscali per le spese sostenute in servizi pubblici o privati) e non della costruzione di nuovi asili nido pubblici.
Sbilanciamoci! propone una logica alternativa, legata a un welfare dei diritti e dell’inclusione sociale per tutti. Ecco le proposte concrete: 200 milioni subito per un Fondo a favore di interventi per la non autosufficienza, 1milione di euro per aumentare il Fondo per le politiche sociali e un altro milione di euro per costruire 3000 asili nido pubblici. Sembrano tanti soldi, ma ricordiamoci che la spesa sociale italiana è inferiore alla media dei Paesi dell’Unione europea. E investire sul welfare è un’assicurazione sul futuro.

Più scuola, meno forze armate
Il ministro dell’Istruzione Gelmini prevede di tagliare 87mila docenti in tre anni e 4.000 scuole nei paesi e nei piccoli centri, le forze armate continuano ad avere quasi 40mila sottufficiali e ufficiali in esubero (che non vengono tagliati) e un bilancio di oltre 20 miliardi di euro. Quest’anno spenderemo più di 300 milioni per la missione in Afghanistan.
La proposta di Sbilanciamoci è semplice: risparmiare 4 miliardi di euro riducendo del 20% il bilancio della Difesa, cosa possibile portando l’organico delle Forze Armate a 120mila unità, più che sufficienti per adempiere ai compiti previsti dalla Costituzione e agli impegni internazionali. Grazie a questi risparmi si potrebbero avere più maestri e investire nel diritto allo studio (almeno 200 milioni) a favore degli studenti universitari idonei alla borsa di studio che non possono usufrirne per mancanza di soldi (sono oltre 50mila). E inoltre si potrebbero mettere a norma (legge 626) metà delle scuole italiane che non rispettano la normativa sulla sicurezza.

Più sole, meno carbone
Anche quest’anno vengono dati soldi agli autotrasportatori (9 milioni di euro) mentre riprende la corsa delle grandi opere (oltre 700 milioni di euro). Parte -inoltre- la perniciosa e pericolosa avventura delle centrali nucleari, per le quali serviranno ingentissime risorse. Nessun investimento per la mobilità sostenibile (anzi vengono tagliati gli esigui stanziamenti dell’ultima Finanziaria di Prodi), briciole per le energie pulite (fotovoltaico, eolico) e per l’applicazione del protocollo di Kyoto. Un modello di sviluppo energivoro e distruttivo dell’ambiente.
Le proposte di Sbilanciamoci! vanno nella direzione opposta: 110 milioni di euro per 20mila pannelli fotovoltaici di ultima generazione, 150 milioni di euro per vari provvedimenti legati alla mobilità sostenibile. 700 milioni non vanno alle grandi opere, ma a ferrovie e trasporto locale. Infine una proposta simbolica: 2 milioni di euro da spendere per impiantare una efficiente contabilità ambientale in grado di fornirci un “Pil ambientale”, prezioso strumento per capire le esternalità positive e negative della nostra politica economica.

Più giustizia, meno evasione

Messi in soffitta i proclami di questi anni (“meno tasse per tutti”) il Dpef 2009-2013 ci dice che la pressione fiscale per quattro anni rimarrà sostanzialmente invariata (e dunque non calerà), anche se  i privilegi dei più ricchi e degli evasori continuano a rimanere intaccati:  le rendite continuano a essere tassate al 12,5%, mentre nessun intervento è previsto -né dalla legge finanziaria, né più in generale dalla manovra- per la riduzione del carico fiscale sui lavoratori dipendenti e per le famiglie. Qualche detrazione qui (spese per le rette degli asili nido) e là (tessera dell’autobus), ma nessun intervento strutturale.
Sbilanciamoci! propone una linea di giustizia e legalità fiscale in quattro mosse: tassazione di tutte le rendite al 23%; rimodulazione delle aliquote (nel senso di una maggiore progressività con  uno scaglione -oltre i 200mila euro- tassato al 49%); una serie di tasse di scopo (sul porto d’armi, sui biglietti aerei, sui diritti televisivi legati allo sport spettacolo, sulla pubblicità, ecc.); infine, il potenziamento della lotta all’evasione e alla corruzione, ricostituendo il Secit (il servizio ispettivo delle finanze) e l’Alto commissariato per la lotta alla corruzione, che la manovra finanziaria di Tremonti ha appena tagliato.

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