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Ambiente

“L’acqua del sindaco” e “l’acqua del padrone”

Le privatizzazioni delle grandi imprese a partecipazione statale non hanno dato grandi risultati: né l’attesa riduzione del debito pubblico, né il rilancio dell’economia italiana, liberata dalle pastoie e dai “lacci e lacciuoli” di un’ingombrante presenza pubblica. Ne sono derivati invece…

Le privatizzazioni delle grandi imprese a partecipazione statale non hanno dato grandi risultati: né l’attesa riduzione del debito pubblico, né il rilancio dell’economia italiana, liberata dalle pastoie e dai “lacci e lacciuoli” di un’ingombrante presenza pubblica. Ne sono derivati invece clamorosi fallimenti e crisi finanziarie, oltre a concentrazioni e cartellizzazioni -nel caso del settore bancario- che certamente non hanno giovato né ai risparmiatori né alle imprese.
È su questi presupposti che si può valutare il disegno di legge recentemente approvato dal Senato per la privatizzazione dei servizi comunali, e in particolare degli acquedotti.
L’acqua è un monopolio naturale: ogni bacino idrico fa storia a sé, e trasportare acqua da un bacino all’altro richiederebbe impianti di pompaggio e costi tali da rendere l’operazione -salvo casi di emergenza- assolutamente improponibile.
È evidente quindi che la privatizzazione non implicherebbe un miglioramento dei servizi dovuto alla reale o potenziale concorrenza.
La regolamentazione del monopolio, finalizzata ad evitare un indebito vantaggio del produttore monopolista nei confronti del consumatore, richiede una disciplina di concessione di pubblico servizio, nella quale i rapporti tra concedente e concessionario dovrebbero essere regolati o da specifiche convenzioni o sottoposti
-quanto meno per quel che riguarda le tariffe- a un’autorità pubblica. Appare abbastanza evidente che, anche nel caso, previsto dalla legge in esame, che le concessioni venissero assegnate in gara, sarebbe quasi impossibile prevedere nelle convenzioni stesse tutte le potenziali varianti nel rapporto di fornitura del servizio; mentre è molto facile capire che, qualora le tariffe venissero sottoposte ad una specifica autorità pubblica, la forza contrattuale dei monopolisti privati sarebbe tale da condizionare pesantemente le decisioni dei pubblici funzionari preposti. Non è affatto chiaro, sotto questo aspetto, quali sarebbero i vantaggi di un passaggio dall’acqua “del sindaco” a quella “del padrone”.
Infine, a parte considerazioni morali o ideologiche (“L’acqua è di tutti”, o simili), bisogna ricordare che la sostanziale discriminante tra proprietà pubblica e proprietà privata consiste nella differenza tra obiettivi e vincoli: l’obiettivo del privato essendo il profitto, ed il vincolo la qualità e sicurezza dei servizi offerti, ed al contrario l’obiettivo del pubblico essendo  la qualità e la sicurezza del servizio, ed il vincolo l’economicità di gestione. Ora, è evidente come, nel perseguire i propri obiettivi, il privato possa trascurare  la sicurezza e la qualità del servizio, ed il pubblico l’economicità di gestione.
Resta però il punto fondamentale rappresentato dalla necessità di ingentissimi investimenti destinati a porre rimedio alle carenze delle reti idriche locali, a causa di anni di mancate manutenzioni, di investimenti ritardati.
Se questi investimenti possono essere approssimativamente stimati in circa 60 miliardi di euro, è abbastanza evidente che una cifra del genere risulta assolutamente  incompatibile con le capacità di finanziamento dei Comuni italiani.
Anche in questo caso, occorre proporre delle soluzioni, e non arroccarsi in un’opposizione sterile che lascerebbe la situazione nelle attuali, inaccettabili condizioni.
Se  il sistema venisse privatizzato, i nuovi proprietari -imprese nazionali o multinazionali che fossero- avrebbero di fronte a sé due possibilità: non effettuare alcun investimento, lasciando tutto com’è (e allora la privatizzazione non servirebbe certo a migliorare il servizio, ma solo a dare un po’ di respiro finanziario ai Comuni), o effettuare in tutto o in gran parte gli investimenti necessari, ricorrendo al credito, e quindi ponendo interamente a carico degli utenti gli oneri dell’ammortamento e degli interessi sui capitali ottenuti, con un pesantissimo aumento delle tariffe.
Il sistema attuale, pressoché totalmente pubblico, ammette invece una soluzione diversa e molto meno onerosa, applicabile a tutte le realtà pubbliche capaci di dare un gettito tariffario sufficiente a coprire i costi di gestione e gli oneri finanziari, ma non ad ammortizzare il capitale (ad esempio, nuove reti metropolitane).
Questa soluzione consiste nell’emissione di un prestito irredimibile interamente garantito dallo Stato, finalizzato all’ammodernamento del sistema idrico, per il totale delle somme richieste, da ripartire successivamente tra i Comuni in funzione delle effettive necessità, a fronte delle quali erogazioni a fondo perduto i Comuni stessi dovrebbero impegnarsi a corrispondere l’interesse sul prestito più un piccolo sovrapprezzo per le spese di emissione  e collocamento. Nelle attuali condizioni del mercato, si può ritenere che l’irredimibile potrebbe essere collocato a tassi attorno al 5-6% netto. Ci si può chiedere chi avrebbe interesse a sottoscrivere un prestito destinato a non essere rimborsato, ma si tratterebbe di una rendita perpetua certa e  negoziabile, che dunque ogni risparmiatore potrebbe cedere a un altro, con un premio qualora i tassi di mercato scendessero, o una perdita in caso contrario.
L’onere che i Comuni dovrebbero trasferire sui consumatori sarebbe piuttosto modesto -non essendo necessario mettere in conto l’ammortamento del capitale- e certamente sostenibile, a fronte del miglioramento del servizio e delle minori perdite che deriverebbero dagli investimenti effettuati. D’altra parte, il prestito emesso dallo Stato non andrebbe ad influire sul rapporto debito/Pil, non dovendo il prestito stesso essere restituito ai sottoscrittori; l’unico effetto negativo sarebbe dunque il peso degli interessi sul disavanzo di bilancio.
Se dunque appare possibile evitare che l’“acqua del sindaco” diventi “l’acqua del padrone”, è anche realistico ipotizzare la messa in opera di una consistente massa di investimenti che avrebbe certamente effetti positivi sul rilancio dell’intera economia italiana, mobilitando parte di quell’ingente risparmio privato che è alla costante ricerca di impieghi a basso rischio e ragionevolmente remunerativi.

* già Direttore generale dell’Iri

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