Ambiente / Attualità

La via della biodiversità per uscire dall’era delle pandemie

Prepararsi ad affrontare nuove pandemie, puntare sulla prevenzione, muoversi insieme. Dal modello di sviluppo alle cause del Covid-19: l’analisi e le proposte della Piattaforma intergovernativa sulla biodiversità e i servizi ecosistemici (Ipbes) curatrice del “Pandemics Report”

© United Nations - Unsplash

Prepararsi ad affrontare nuove pandemie piuttosto che attendere lo scoppio di zoonosi, puntare sulla prevenzione invece di reagire a cose fatte, muoversi insieme, attraverso un organismo intergovernativo. È la proposta avanzata agli Stati a fine ottobre 2020 dalla Piattaforma intergovernativa sulla biodiversità e i servizi ecosistemici (Ipbes) presso le Nazioni Unite, autorità scientifica di primo piano su natura e biodiversità, che ha individuato in una commissione “comune” un valido strumento per il monitoraggio globale. Obiettivi: individuare in anticipo potenziali nuovi hotspot ed evidenziare lacune conoscitive. Accanto a questo dovrebbe trovare spazio poi una nuova valutazione relativa all’uso del suolo, in modo che si tenga conto del rischio di pandemie nel calcolare l’impatto del fenomeno e vengano incentivati progetti che portano effettivamente benefici per la biodiversità.

La proposta dell’Ipbes è giunta in concomitanza alla presentazione del “Pandemics Report” a cura della stessa autorità. Realizzato da esperti di livello mondiale, il report ha lo scopo di analizzare le cause scatenanti dell’attuale epidemia da Covid-19, trovare nessi tra queste e la biodiversità ed infine proporre soluzioni che possano evitare il ripetersi di tale situazione in futuro. Il documento, pur indicando un alto rischio di nuove pandemie, dà conto di come sia possibile ridurlo in maniera drastica attraverso il pieno sfruttamento delle conoscenze scientifiche attuali, senza necessariamente attendere un “progresso” della ricerca.

“Nuove pandemie potrebbero affiorare con maggior frequenza in futuro, propagarsi più rapidamente, causare più danni alle economie mondiali del Covid-19” ha spiegato il ricercatore dell’Istituto superiore per la ricerca ambientale (Ispra) Lorenzo Ciccarese commentando le evidenze di Ipbes. Il rapporto evoca per i prossimi anni un quadro critico e lancia un allarme, che del resto giunge sempre più spesso e da sempre più parti: la situazione attuale non è un unicum e non è nemmeno casuale, per questo è destinata a ripetersi. Ad avvalorare questa presa di posizione ci sono le cinque pandemie che, nell’ultimo secolo, hanno interessato il Pianeta, dall’influenza spagnola del 1918 fino alla diffusione dell’HIV negli ultimi anni del Novecento.

Peter Daszak, presidente dell’Ong EcoHealth Alliance e tra gli autori del rapporto, non ha dubbi su quali siano i motivi che portano al manifestarsi -così frequente- delle pandemie moderne: “Le attività umane che causano il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità sono le stesse che, attraverso i loro impatti sul nostro ambiente, conducono al rischio di pandemia”. In particolare, Daszak si concentra sul modello economico che ha portato stravolgimenti troppo grandi per rimanere senza conseguenze: “I cambiamenti nell’uso del territorio, l’espansione e l’intensificazione dell’agricoltura e del commercio, la produzione e il consumo non sostenibili stanno sconvolgendo la natura”. Sulla stessa linea l’intero rapporto, che parla dell’ultimo secolo come di “un periodo di cambiamento ecologico senza precedenti, con drastiche riduzioni degli ecosistemi naturali e della biodiversità”.

Soprattutto, a essere ritenuto responsabile è l’alto numero di animali allevati presenti sulla Terra, mai così elevato come oggi: questo fa sì che aumentino considerevolmente le possibilità per un virus di entrare in contatto con gli esseri umani e di diffondersi tra questi. Si calcola infatti che il 60% delle malattie infettive presenti tra gli esseri umani siano zoonotiche, possano cioè esserci trasmesse dagli animali, direttamente o meno; zoonotiche sono inoltre tre malattie su quattro tra quelle emergenti, scoperte alla media di una ogni quattro mesi. Se è vero che queste provengono normalmente dalla fauna selvatica, va però sottolineato che il bestiame ha un ruolo decisivo: questo funge infatti da ponte epidemiologico, come nel caso dell’influenza aviaria, diffusa tra gli uccelli selvatici e arrivata all’uomo attraverso l’infezione del pollame “domestico”. L’allevamento intensivo rappresenta un fattore che facilita questo processo, come sottolinea lo stesso Ciccarese: “Mandrie e greggi, essendo allevate per caratteristiche di produzione piuttosto che per resistenza alle malattie, mancano di quel grado di diversità genetica che fornisce resistenza e resilienza alle infezioni”.

Origini e “driver” di malattie zoonotiche emergenti e pandemie

Tuttavia, il rischio di nuove pandemie può essere sin da ora ridotto attraverso un cambio di rotta radicale nell’approccio verso la natura: il rapporto sottolinea come sia necessario contenere le attività umane che causano la perdita di biodiversità e ridurre lo sfruttamento insostenibile in particolare delle regioni più ricche dal punto di vista ambientale, puntando invece sull’estensione delle aree protette e su una maggiore conservazione degli ecosistemi. Solo in questo modo si “ridurrà il contatto tra fauna selvatica, bestiame ed esseri umani”, riuscendo quanto meno a limitare uno dei principali pericoli.

Peter Daszak mette al centro l’importanza della prevenzione, piuttosto che tentare una reazione quando la pandemia è ormai inarrestabile. “La schiacciante evidenza scientifica indica una conclusione molto positiva: possiamo contare su una crescente capacità di prevenire le pandemie, di cui però non stiamo tenendo conto”. Si continua invece a preferire un’azione postuma, che prevede un tentativo -non sempre fruttuoso, come la crisi attuale dimostra- di controllare l’evoluzione delle malattie, attraverso necessari vaccini e terapie. Tra l’altro, prevenire porterebbe a cospicui vantaggi anche sul piano economico: fornire forti incentivi economici per il cambiamento trasformativo avrebbe costi “100 volte inferiori a quelli di risposta alle pandemie”, si legge nel rapporto. Solo a luglio di quest’anno la diffusione del Covid-19 aveva portato a danni calcolati tra gli 8mila e i 16mila miliardi di dollari.

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