Altre Economie

La vera rivoluzione di Occupy Wall Street

In ogni assemblea del movimento, emerge il tema del razzismo: la maggioranza tra coloro che hanno occupato Zuccotti Park, e che dopo lo sgombero resta un laboratorio politico e sociale, sono bianchi, mentre la presenza di "people of color" è ancora scarsa

La parola che da giorni sentiamo ripetere con insistenza nelle riunioni  a due passi dal centro del potere finanziario mondiale è “razzismo”. 
Da quando Zuccotti Park è stato sgombrato il movimento è impegnato in un processo di ristrutturazione e organizzazione. Dare delle regole a un movimento spontaneo che deve gran parte delle sua metodologia all’anarchismo americano non è, di per sé, cosa facile. Cercare un compromesso tra metodo del consenso ed efficacia dell’azione equivale a trovare una sintesi innovativa tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa. Parlare di democrazia in America significa affrontare alla radice le sue profonde ineguaglianze sociali. Sebbene esista un filo che unisce ciò che accade oggi ai movimenti antiglobalizzazione degli anni Novanta e alle successive mobilitazioni pacifiste anti-Bush, si tratta di un legame più evocativo che sostanziale. 
Per la prima volta negli Stati Uniti battaglie distinte, gruppi sociali diversi, organizzazioni, sindacati e associazioni tentano un esperimento senza precedenti, aprire uno spazio politico comune costruendo  un dialogo interclassista e interraziale. Qui, nel centro del capitalismo mondiale, classe e razza hanno ancora un significato profondo e rappresentano un ostacolo talvolta insormontabile alla semplice costruzione di relazioni. Lo slogan “siamo il 99%” è la sintesi di questo passaggio epocale. Ma la strada è lunga e piena di ostacoli. Questa conflittualità intrinseca permea qualsiasi discussione e focalizza l’agenda di ogni riunione sul processo, trasformando talvolta gli incontri in una terapia sociale di gruppo. Il divario tra gli universitari progressisti che pagano rette da 50-60.000 dollari l’anno e chi raggiunge il Public Atrium da quartieri come Harlem e Bronx, è uno schiaffo in faccia a qualsiasi osservatore esterno.  
Ogni riunione è una bomba ad orologeria, dove una sbavatura di linguaggio o una disattenzione sono lette con la lente di una discriminazione secolare, generando tensioni e incomprensioni. I ragazzi della middle class, che vorrebbero maggiore efficienza organizzativa, rosi dai sensi di colpa per i propri privilegi a volte ingoiano in silenzio ripetute accuse di razzismo, altre cadono nei pregiudizi di cui è impregnata la “cultura bianca”. L’impressione è quella di essere di fronte a un funambolo che cammina su una corda sospesa a 20 metri d’altezza. Le “people of color”, ovvero i non bianchi, sono ancora una minoranza nel movimento. La loro partecipazione è cresciuta ed è destinata a crescere ancora, considerato il recente avvio delle assemblee locali di “Occupy” in tutti i quartieri della città, anche quelli più periferici. Greg Tate, noto editorialista afroamericano considerato il padre del giornalismo hip pop,  ha sottolineato in un suo articolo dal titolo “Top 10 Reasons Why So Few Black Folk Appear Down To Occupy Wall Street" che la fascia d’età della maggioranza degli attivisti di Occupy Wall Street è 20-30 anni. La stessa fascia che fra i neri americani rappresenta il 40% della popolazione carceraria di tutto il Paese. Tate sostiene provocatoriamente che richieste efficaci per far confluire l’intera popolazione afroamericana nel movimento sarebbero l’abolizione del carcere e l’acquisizione dell’equivalenza capitalismo=razzismo. Ma il movimento non ha richieste chiare al momento, si presenta come un incredibile laboratorio sociale e politico in costruzione, una palestra di dialogo quotidiano declinata in decine di gruppi di lavoro e appuntamenti. Occupy Wall Street probabilmente non intaccherà nulla del sistema finanziario globale, ma se riuscirà a sopravvivere agli attacchi dividi et impera già in atto sui media mainstream, potrà tentare di traghettare la società americana verso un nuovo futuro.

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