Esteri

La rivoluzione è in Piazza

Midan Tahrir (piazza della Liberazione) è il cuore e il luogo simbolo della rivoluzione egiziana. Lo è stato all’inizio di quest’anno quando due settimane di manifestazioni e scontri hanno portato alla caduta del regime trentennale di Mubarak. Lo è di nuovo a dieci mesi di distanza, a poche ore dall’inizio del processo elettorale, in una fase decisiva per le sorti della rivoluzione e del Paese.

Sabato 19 novembre, la repressione da parte dell’esercito di un modesto sit-in che chiedeva all’autorità militare (che detiene il potere da febbraio) una rapida transizione del potere alle autorità civili e il ritiro della proposta di una norma sovracostituzionale che avrebbe consentito all’esercito di mantenere un controllo di ultima istanza sul potere politico e la garanzia di immunità, ha aperto una nuova fase dagli esiti quanto mai incerti.

La violenza inaudita della repressione ha rivitalizzato e riportato in piazza un movimento (specialmente quello dei giovani), che negli ultimi mesi era sembrato ammaccato, deluso e depresso, e che ora sfida e fa traballare il potere dei militari aprendolo a concessioni fino ad una settimana fa impensabili. Dopo un iniziale scetticismo, da parte di una popolazione stanca della lunga transizione e affaticata della crisi economica, le notizie e le immagini della repressione filtrate con grandi difficoltà nell’informazione nazionale hanno fatto crescere l’appoggio alla protesta e ridimensionato la fiducia nell’esercito agli occhi di una parte consistente della popolazione egiziana.

Venerdì 18, si era tenuta l’ennesima grande manifestazione in piazza Tahrir, con la richiesta al Consiglio Superiore delle Forze Armate (SCAF) di una data per le elezioni presidenziali e un rapido passaggio di consegne alle autorità democraticamente elette. Una delle tante manifestazioni, che si sono intensificate dopo la pausa per la festa del sacrificio e nell’imminenza dell’inizio delle elezioni del parlamento. Il mattino successivo solo un piccolo gruppo di manifestanti continuava a presidiare la piazza, quando è stato violentemente attaccato dalle forze armate che hanno fatto un uso indiscriminato di lacrimogeni e proiettili di gomma. La notizia della repressione si è diffusa e nel pomeriggio in molti sono giunte nella piazza e gli scontri si sono intensificati. Da quel momento piazza Tahrir e, soprattutto, le strade limitrofe in prossimità del ministero degli interni continuano ad essere teatro di violentissimi scontri. La solidarietà con la lotta di piazza Tahrir si è rapidamente diffusa nelle principali città egiziane, dove migliaia di persone sono scese in strada sfidando la repressione. Una repressione che da sabato a giovedì 24 novembre ha già provocato 38 morti (la grande maggioranza al Cairo) e migliaia di feriti. La maggior parte delle morti sembra dovuta alle sostanze contenute nei gas lacrimogeni, che colpiscono il sistema nervoso e producono paralisi temporanee, e ai proiettili di gomma, che tra le altre cose hanno acciecato centinaia di manifestanti.

Il Cairo è il centro della rivoluzione egiziana, e al Cairo la rivoluzione è in piazza. In piazza Tahrir. Tutto, o quasi tutto, concentrato in questa immensa piazza (dove si affaccia il museo egizio) e alcune strade circostanti. Nel resto della città la vita scorre normalmente, anche se tutti parlano di quello che avviene a Tahrir. Ovviamente con posizioni diverse. Ma se domenica moltissimi deprecavano il ritorno delle tensioni e continuavano ad avere fiducia nel ruolo dello SCAF (grazie anche a un’informazione allineata al potere dei militari che rappresentava i manifestanti come una banda di teppisti), già il giorno dopo l’adesione alle posizioni della piazza era cresciuta notevolmente. Questo rapido cambiamento è un riflesso della forte volatilità delle opinioni politiche che, in maniera molto efficace, alcuni considerano come manifestazione del carattere ‘adolescenziale’ della democrazia egiziana.

Piazza Tahrir è composita, complessa e contraddittoria. Ma è unita nel resistere. Ci sono i giovani che hanno animato la rivolta di gennaio, ci sono musulmani e cristiani, ci sono i salafiti che cercano di fare proseliti e ottenere consenso per le elezioni, ci sono gli studenti, ci sono persone di tutte le età. Ci sono molti bambini e adolescenti, quelli che vivono sulla strada e quelli che vanno in piazza attratti dalla violenza degli scontri. E molti bambini e adolescenti sono tra le vittime della repressione. Gli abitanti del quartiere intorno alla piazza ne pagano un costo pesante, assediati nelle loro case invase dai veleni contenuti nei gas lacrimogeni.

Lunedì 21 Novembre, dietro la pressione della piazza, il governo provvisorio guidato da Essam Sharaf ha rassegnato le proprie dimissioni nelle mani dello SCAF. Ma l’obiettivo dei manifestanti era lo SCAF stesso e una transizione rapida del potere, non il governo. La manifestazione di martedì (la marcia del ‘milione’ di persone) ha prodotto in prima serata le prime timide concessioni da parte dei militari che, attraverso il feldmaresciallo Tantawi, hanno annunciato che entro giugno 2012 vi saranno le elezioni presidenziali e la transizione del potere. Tantawi ha anche dichiarato che i militari non sono disponibili a rinunciare al loro ruolo sovracostituzionale se non è il popolo a chiederlo con un referendum.

Concessioni insufficienti e contraddittorie per la piazza che chiede ai militari di lasciare il potere a un consiglio di transizione e di sospendere il processo elettorale.

Tra poche ore inizieranno le elezioni per l’assemblea nazionale, tra mille incertezze e gravi problemi organizzativi. Alcuni partiti ne chiedono la sospensione, alcuni hanno interrotto la campagna elettorale da giorni. Il partito ‘Libertà e Giustizia’, emanazione dei Fratelli Musulmani, dato per favorito, è la principale forza tra quelle che sostengono il voto subito. Un processo elettorale caotico che durerà mesi. Il voto per l’assemblea nazionale si svolgerà in sei giornate elettorali. Un gruppo di regioni (tra cui il Cairo) voterà lunedì 28 per il primo turno e il 5 dicembre per il secondo turno. Le ultime regioni voteranno agli inizi di gennaio. Dopo inizierà il voto per la camera alta, che terminerà a marzo. Alla fine della primavera si dovrebbero svolgere anche le elezioni presidenziali.

Le elezioni, i militari, la repressione, una piazza. La rivoluzione egiziana è in corso.

 

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