Altre Economie / Varie

La rinascita della cascina

A Busto Arsizio, provincia di Varese, si sperimentano forme di agricoltura urbana di qualità su un terreno di proprietà del Comune, una corte del Seicento circondata da undici ettari di terreni agricoli: alla "Cascina Burattana" il prossimo 27 e 28 settembre c’è la "BioFiera di San Michele", dove troverete anche i libri di Ae e la rivista

Tratto da Altreconomia 161 — Giugno 2014

A Busto Arsizio si diceva che “anca i murum fan l’üga”, e s’intendeva dire che dai gelsi (murum) era possibile ricavare il vino, come se fosse uva (üga). La Cascina Burattana, una corte del Seicento circondata da undici ettari di terreni agricoli, una volta cinti da 1.800 piante di gelso, è un esempio del passato rurale della città in provincia di Varese, 80mila abitanti, stretta tra Legnano (MI) e Gallarate (VA). Di fronte alla crisi dell’industria, a partire da quella tessile, qui celebrata con un Museo -www.comune.bustoarsizio.va.it/museotessile-, la storia di Cascina Burattana rappresenta anche un futuro possibile. Da due anni, infatti, una porzione dei terreni agricoli intorno alla corte sono coltivati, seguendo i precetti dell’agricoltura biodinamica, da una cooperativa sociale di tipo B, che si chiama “Cascina Burattana” (www.cascinaburattana.it). “Il Comune, che ha acquistato la proprietà alla metà degli anni Novanta, ci ha affittato 2,5 ettari. Abbiamo firmato il contratto a fine 2011 -racconta Enrica Cagnoni, presidente della cooperativa-, ma una parte dei terreni era occupata abusivamente, ed abbiamo potuto ‘entrare’ davvero solo a giugno 2012”. La cooperativa gemma da un’associazione, Amici della Cascina Burattana, nata alla fine dal 2006 per tutelare -in particolare- il patrimonio architettonico, i 4mila metri quadrati di edifici affacciati sulla corte abbandonati dal Comune di Busto Arsizio, che da anni non realizza gli interventi di manutenzione. Negli anni 70 del Novecento alla Cascina Burattana vivevano 70 persone, oggi sta letteralmente crollando: “Abbiamo richiesto al Comune di assegnarci l’immobile -racconta Giuseppe Montalto, uno dei 23 soci della cooperativa-: immagino un affitto simbolico, di un euro all’anno per 99 anni, che ci permetterebbe di investire per mettere in sicurezza l’immobile e trasformarlo in un’oasi di benessere aperta ai cittadini di Busto Arsizio”. L’idea, racconta Enrica Cagnoni, è quella di “creare opportunità che supportino l’attività agricola”. S’immaginano un bed&breakfast, una struttura in grado di ospitare i Wwoofer (giovani volontari che fanno esperienze all’interno di aziende agricole biologiche e biodinamiche, www.wwoof.it), un asilo steineriano. Se chiudo gli occhi, per un attimo riesco a immaginare questa corte viva, ma quando li riapro Giuseppe Montalto m’invita ad alzarli per guardare la crepa che s’allarga tra gli archi del fienile del Seicento, proprio accanto a un’altra porzione crollata a inizio aprile. Dopo un mese ci sono ancora i calcinacci, che potrebbero vedere tutti quei cittadini di Busto Arsizio che ogni venerdì, sabato e domenica raggiungono la Cascina Burattana -un paio di chilometri a Sud-est dal centro, in direazione di Borsano-, per acquistare le cassette di verdure prodotte della cooperativa agricola, che oggi “impiega” tre persone, un socio-lavoratore volontario (Mortaza, un rifugiato afghano) e due giovani che ricevono una borsa-lavoro e seguono un percorso d’inserimento lavorativo. Un altro socio, Vincenzo, segue le arnie, “che a noi servono anche per l’impollinazione” spiega Matteo Di Mattei, il socio della cooperativa che coordina tutta l’attività agricola. È lui -consigliere dell’Associazione per l’agricoltura biodinamica, www.biodinamica.org- a “condurre” Cascina Burattana, e spiega che oggi la superficie coltivata è di poco più di un ettaro, anche perché quando sono entrati hanno trovato una situazione “da bonificare”: “Là dove vedi il tunnel per l’insalata -racconta Matteo- abbiamo trovato 5 strati di moquette, che veniva usata per la pacciamatura. Quel terreno era morto”. Oggi, invece, in uno dei campi fanno bella mostra 600 quintali di letame, messo a maturare per un anno sotto il fieno. È fondamentale per nutrire il terreno, che è l’essenza dell’agricoltura biodinamica: “Le piante hanno una densità inferiore, e un ettaro, che è più o meno la superficie che coltiviamo oggi, può arrivare a produrre un reddito di 30-32mila euro”. A terra ci sono già insalate, pomodori, zucchini, spinaci, finocchi, e a breve verranno seminate anche melanzane e peperoni. “Sono sementi biologiche adatte alla montagna, perché c’è una forte escursione termica. Abbiamo anche recuperato i semi di una segale autoctona, che cresce fino a due metri d’altezza”.
Le parcelle sono divise da qualche albero di gelso, perché Matteo vorrebbe riportare alla Cascina Burattana l’albero “tradizionale”. “Sto anche cercando dei polloni di ‘clinto’ -aggiunge-, che era un vino autoctono di Busto Arsizio”, oggi scomparso.
Giuseppe Montalto ed Enrica Cagnoni, che sono i titolari del laboratorio di cosmesi biologica “Montalto” (www.montaltobio.it), pensano di affidare alla cooperativa la coltivazione di alcune piante utilizzate nelle ricette dei cosmetici, ma la Cascina Burattana dovrebbe avere più terreni a disposizione.
Il Comune di Busto Arsizio, però, tergiversa, e l’unica certezza al momento è un contratto d’affitto che scade il 31 dicembre 2015. —    

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