La nuova geografia degli investimenti


Cambiano le geografie degli scambi
e dei flussi di capitale. Il World Investment Report 2006 elaborato dall’Unctad (la Conferenza delle Nazioni Unite su commercio e sviluppo, www.unctad.org) fotografa un aumento del 22% degli Investimenti diretti esteri (Ide) verso i Paesi in via di sviluppo nell’ultimo anno. Il continente africano ha registrato un incremento del 78%, l’Asia Occidentale dell’85 e il Sud Est Asiatico del 44.

Non solo: il Rapporto mette in luce anche una forte crescita degli Investimenti diretti esteri in uscita dai Paesi in via di sviluppo, a cui è attribuibile il 13% dello stock mondiale di Ide, una percentuale mai raggiunta in precedenza. Emerge anche che una parte significativa di questi flussi hanno carattere intra-regionale, avvengono cioè tra paesi della stessa area geografica. Alimentano, quindi, le relazioni Sud Sud, favorite senz’altro da costi di produzione e poteri d’acquisto analoghi.

di Alessandro Volpi, docente di Geografia politica ed economica alla Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Pisa

Per capire i cambiamenti nel quadro economico internazionale è necessario partire dall’aumento dei prezzi delle materie prime, dei beni agricoli e dell’energia, un elemento di novità rispetto al deterioramento delle ragioni di scambio che ha caratterizzato gli ultimi trent’anni del secolo scorso, quando il valore dell’export di molti Paesi in via di sviluppo (Pvs) è crollato rispetto alle importazioni. Un rialzo che dipende dalla crescita della domanda dei “nuovi consumatori” (Cina e India su tutti), che hanno sviluppato un sistema produttivo di tipo tradizionale, imperniato sulla centralità dell’industria di trasformazione delle materie prime.

Le aree del pianeta che dispongono di materie prime stanno vivendo una marcata trasformazione: registrano un miglioramento delle loro bilance commerciali e riescono a ridurre in maniera significativa il proprio debito estero, riconquistando autonomia rispetto alle istituzioni finanziarie internazionali, oggi in chiara crisi d’identità.

Il rialzo dei prezzi delle materie prime e dell’energia provoca la nascita di grandi compagnie statali per il loro sfruttamento. Tali compagnie, soprattutto, sono capaci di attrarre gli Investimenti diretti esteri (Ide), prima latitanti, e diventano soggetti fondamentali del mercato finanziario nel momento in cui, come sta avvenendo, decidono di mettere sul mercato una parte del proprio capitale. Ciò finisce per condizionare la direzione del capitale internazionale. In queste operazioni non entrano solo gli investitori delle economie OCSE: si creano intrecci anche tra società delle economie emergenti, spesso pubbliche, e i risparmiatori di quei paesi. Si assiste, cioè, ad un cambiamento nella natura delle grandi compagnie, non più multinazionali private, nelle mani di fondi d’investimento dei paesi OCSE, ma società “miste” pubblico-privato – in realtà Stato-privati – con la presenza dei nuovi investitori dei paesi emergenti.

Resta da chiedersi se la definizione di transnational corporations sia realmente applicabile a questi nuovi colossi. Tre delle prime cinque imprese, tra quelle dei Pvs o economie in transizione, sono aziende pubbliche e tendono, come dimostra il rapporto Unctad 2006, ad espandere molto lentamente i loro asset internazionali. Procedono, cioè, ad un’internazionalizzazione secondaria rispetto al controllo del mercato interno. Un’internazionalizzazione che – come evidenzia lo stesso rapporto Unctad – si limita spesso alla loro “regione” d’appartenenza.

Nell’ambito di queste dinamiche sembra stia rinascendo il grande sconfitto della globalizzazione: lo Stato. Purtroppo, si tratta di una dimensione statuale ben poco rassicurante.



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